Liliosa Azara, Un nuovo Corpo dello Stato. La polizia femminile in Italia (1961-1981) (Viella, 2023)

Liliosa Azara, Un nuovo Corpo dello Stato. La polizia femminile in Italia (1961-1981) (Viella, 2023)


Abstract: La storia della polizia costituisce un ambito di studi in continua espansione. L’interesse per gli apparati di controllo del territorio ha prodotto negli ultimi anni molteplici ricerche e prospettive di indagine, favorendo lo scambio e il confronto interdisciplinare

La storia della polizia costituisce un ambito di studi in continua espansione. L’interesse per gli apparati di controllo del territorio ha prodotto negli ultimi anni molteplici ricerche e prospettive di indagine, favorendo lo scambio e il confronto interdisciplinare. Solo per restare nell’ambito della storia contemporanea italiana di inizio Novecento, rilevante interesse ha destato la nascita della polizia scientifica e alcune figure particolarmente significativi, come Salvatore Ottolenghi (I. About, G. Bassi, N. Labanca, M. Di Giorgio, S. Buzzanca, P. Martini, I. Piva ). Ricerche hanno indagato le prime politiche di identificazione (I. About, M. Di Giorgio, G. Tosatti); l’ordine pubblico e le politiche di sicurezza nell’Italia liberale (G. Astuto, L. Chiara, D. D’Urso, G. Quintavalli ); le carriere di singoli funzionari (A. Azzarelli, M. Genco) e specifici corpi, come la Guardia Nazionale (E. Francia); la gestione di contesti postunitari problematici, come quello siciliano, (G. Astuto, A. Azzarelli, F. Benigno, E.G. Faraci. L. Riall); specifici ruoli dell’amministrazione, come gli ispettori generali di pubblica sicurezza (A. Azzarelli) e i direttori generali della pubblica sicurezza (D. D’Urso); le riforme di fine Ottocento, ma anche la lotta contro il terrorismo anarchico (R. Bach Jensen, T. Beugbiet, C. Grasso); la situazione dell’ordine pubblico nella Roma capitale (D. Bocquet); aspetti culturali e operativi nella seconda metà dell’Ottocento (M. Bonino); la gestione e il controllo delle vie di comunicazione tra Otto e Novecento (F. Carbone); il rapporto con la sicurezza internazionale (R.O. Collin); la rappresentazione su manuali e periodici, come il Manuale del Funzionario di Sicurezza Pubblica e di Polizia Giudiziaria” e la “La Guardia di Pubblica Sicurezza” (M. Di Giorgio, N. Labanca, S. Mori); l’analisi di contesti specifici, come Bologna (J. Dunnage), Verona (P. Marchetto, A. Mazzei, P. Valer). L’elenco, seppur parziale, evidenzia la molteplicità di piste sviluppate dagli studiosi. Tra queste, almeno fino a ora, scarsa, se non nulla, è stata l’attenzione per la prospettiva di genere e per il ruolo delle donne nella polizia. Per questa ragione la recente pubblicazione del libro di Liliosa Azara, Un nuovo Corpo dello Stato La polizia femminile in Italia (1961-1981), per le edizioni Viella (2023), va salutata con particolare favore, colmando un vuoto importante della storia della polizia italiana. Lo studio di Azara, proprio per la tematica, rappresenta anche una pagina importante per la storia delle donne. In questo senso la ricerca si inserisce in un filone che negli ultimi anni ha dedicato sempre più spazio al ruolo femminile come agente di trasformazioni sociali.

Liliosa Azara, che insegna Storia delle donne all’Università Roma Tre, ed è tra l’altro autrice di L’uso “politico” del corpo femminile. La legge Merlin tra nostalgia, moralismo ed emancipazione (Carocci 2017), I sensi e il pudore. L’Italia e la rivoluzione dei costumi (1958-68) (Donzelli 2018), nel libro ricostruisce la storia  del corpo di polizia femminile, dalla costituzione allo scioglimento. La ricerca mostra come tale vicenda si inserisca pienamente non soltanto nel percorso di emancipazione delle donne, ma più ampiamente nei processi che hanno contribuito a plasmare lo scenario politico, gli immaginari, le rappresentazioni e le autorappresentazioni di un’epoca. Le prime donne entrarono in servizio nel nuovo corpo nel 1961, istituito su proposta della democristiana Maria Pia Dal Canton che, in un contesto di tensioni e compromessi, ma soprattutto di resistenze sociali, culturali e istituzionali, riuscì a far superare le diffidenze e le chiusure, anche all’interno dei partiti. Il corpo venne sciolto nel 1981, come esito di un percorso strettamente intrecciato ai cambiamenti strutturali sul piano politico, economico e sociale, che interessarono l’Italia.

Il libro è organizzato in cinque densi capitoli, più una introduzione, che fa il punto della situazione e problematizza il percorso della ricerca e lo stato degli studi. Il primo analizza la nascita della polizia femminile in relazione alla situazione internazionale, contestualizzando la realtà italiana in ottica globale, con riferimenti alle situazioni della Germania, della Polonia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il secondo capitolo ricostruisce il serrato dibattito che precedette la costituzione della polizia femminile, coinvolgendo Parlamento e società. La trattazione passa dalle prime sperimentazioni nel secondo dopoguerra, alle resistenze, fino al progetto di legge Dal Canton. Tra diffidenze e aperture si giunse alla  revisione del pacchetto originario e successivamente a un nuovo progetto di legge Dal Canton (1958). Le reazioni dell’opinione pubblica mostrano la dialettica in atto tra l’apertura verso il superamento delle diseguaglianze di genere e le ostinate chiusure reazionarie. L’approvazione della legge sulla polizia femminile sancisce in tale ottica un punto importante in ordine alla effettiva attuazione dei principi costituzionali. Il terzo capitolo ricostruisce la storia istituzionale del Corpo, divisa, anche in questo caso, tra sperimentazioni, limitazione dei poteri e ampliamento delle funzioni. Un ruolo importante nella definizione di tali dinamiche viene riconosciuto al regolamento attuativo della legge Dal Canton, alle circolari sull’ampliamento delle funzioni del Corpo attraverso le circolari e, quindi, alla svolta del 1966, con il riconoscimento dell’importanza della polizia femminile per la difesa sociale. Nel contesto di un decennio  di eccezionale riformismo legislativo, durante il quale l’attivismo dal basso e il protagonismo femminile furono fondamentali nella lotta dei diritti, molto interessante è lo spazio dedicato da Azara al ruolo delle poliziotte negli anni Sessanta, alle loro prese di posizione e istanze di rinnovamento, ma anche alle lamentele e istanze di riforma. Come precisa l’Autrice, «le poliziotte non furono protagoniste di proteste e agitazioni simili a quelle che scossero il mondo della pubblica sicurezza negli anni Settanta e che confluirono nel movimento per la smilitarizzazione, la riforma e il sindacato» (p. 192). Anzi, in un primo momento, il malcontento delle assistenti , ruolo che prevedeva il diploma e affiancò le prime ispettrici nel 1961, si intrecciava con un profondo sentimento di sfiducia nei confronti della riforma. Indicativa la presa di posizione di un gruppo di poliziotte di Napoli che intraprese una protesta anonima per evitare ritorsioni, o punizioni, e manifestò il malessere della categoria attraverso l’invio di lettere a settimanali di inchiesta e quotidiani locali o nazionali, In esse venivano lamentate le condizioni lavorative, imposte da una legge provvisoria e mai più modificata, «all’origine di una ambiguità interpretativa che lasciava spazio a soprusi e prepotenze dalle autorità centrali e periferiche. Le difficoltà economiche imposte dalla bassa retribuzione, le condizioni scadenti degli uffici «che solo dalla presenza di qualche scrivania si differenziano dalle stalle», (p. 193), l’esclusione da ogni sorta di beneficio a partire dagli alloggi di servizio, il cattivo rapporto con gli altri organi di polizia «per gelosia o per un malinteso antifemminismo», le angherie dei colleghi avevano fatto crescere una delusione e una frustrazione che non potevano più essere taciute» (p. 193).

La sfida per rendere il corpo più moderno, in linea con un contesto di lotte che attraversano tutta la società, si snoda nei lunghi anni Settanta, quando tra le proposte per ampliare il corpo, dotarlo di nuove funzioni, ma anche procedere a una possibile radicale riorganizzazione, si prova a rendere meno invasiva e ingombrante la supremazia maschile. Un ruolo importante, anche se isolato, venne svolto dall’azione autonoma delle assistenti di Napoli, che ebbero il merito di agitare la protesta in un ambiente perlopiù statico. Nel 1976, la senatrice della Sinistra indipendente Tullia Romagnoli Carettoni e il collega di partito Luigi Anderlini presentarono una proposta, il cui principio fondante era l’uguaglianza e la parità tra personale femminile e maschile. Principio cui doveva ispirarsi la disciplina, fino ad allora discriminatoria, che regolava il servizio speciale, l’indennità di pubblica sicurezza, la progressione di carriera e la retribuzione. Sia pure riconoscendo i limiti insiti nella formulazione, ossia che una soluzione radicale poteva scaturire soltanto da una nuova norma che aprisse alle donne le posizioni ancora riservate agli uomini all’interno della carriera, i due senatori confidavano che l’assemblea la approvasse «per cancellare una discriminazione che lede sia il principio di parità fra i sessi che la realtà concreta della nostra attuale società e che, infine, umilia di fatto il Corpo di polizia femminile di cui tutti riconoscono i meriti di capacità e abnegazione» (p. 187). Il progetto andava contestualizzato alla luce di una più ampia proposta presentata da Tullia Carettoni, nel 1976, per il superamento delle disuguaglianze di genere, attraverso la sensibilizzazione e l’analisi sociale e culturale della realtà italiana. Rispetto all’istanza il ministero espresse parere contrario, subordinando l’esame del progetto al disegno di riforma globale della pubblica sicurezza. Un anno dopo, puntando a dare concretezza al principio di parità tra uomo e donna, Ines Boffardi presentò una iniziativa che puntava a rimuovere la sperequazione che precludeva alle ispettrici la progressione di carriera. Anche in questo caso il ministero soprassedeva all’esame della proposta, rimandando il tutto alla riforma generale. Non diverso ciò che accadde con la riproposizione del testo nella nuova legislatura del 1979. Le difficoltà, gli ostruzionismi, evidenziavano le resistenze al cambiamento in un settore segnato dalla tradizionale presenza maschile, ma andavano contestualizzati anche alla luce dell’accidentato percorso del progetto di riforma, avviato a metà degli anni Settanta, sotto la spinta del più ampio movimento per la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia. Come  – sottolinea Azara – i progetti emendativi della legge Dal Canton, anche la legge di riforma «per una polizia nuova», risentì «della grave crisi istituzionale e dell’incapacità della politica di rispondere a una forte esigenza di cambiamento emersa in diversi settori della vita del Paese reale e dello Stato» (p. 190).

Azara ricostruisce tutto ciò con un attento e analitico spoglio delle fonti primarie, ma anche con piena padronanza della bibliografia sul tema, mostrando quanto esso intercetti questioni più generali, come gli stereotipi di genere, ma anche la problematica dialettica tra uomini e donne all’interno degli apparati dello Stato. In tal senso, particolarmente preziose sono le pagine dedicate alla immagine delle poliziotte, all’auto-rappresentazione, ma anche alla percezione del loro ruolo presso l’opinione pubblica. E proprio all’immaginario sulle poliziotte è dedicato il quinto e ultimo capitolo, una  panoramica attenta e informata sulla presenza e le rappresentazioni della polizia femminile sulla carta stampata tra gli anni Sessanta e Settanta. La disamina di fotoromanzi, televisione, cinema e fumetti erotici, evidenzia come la presenza delle donne sia stata assidua e diffusa, intercettando stereotipi e luoghi comuni presenti nell’immaginario collettivo, ma anche ridefinendo e in parte sollecitando la nascita di nuove immagini. Le discussioni sulla carta stampata e le costruzioni mediatiche testimoniano la precaria dialettica, cui si è già fatto cenno, tra accoglienza e chiusure, non soltanto tra le forze dell’ordine, ma più in generale dell’opinione pubblica tutta. Come sottolinea Azara, «il corpo di polizia femminile ebbe un ruolo non trascurabile nei processi di rappresentazione e autorappresentazione delle donne italiane tra anni Sessanta e Settanta» (p. 203). Costante la presenza di articoli e toni sarcastici, come nei casi riportati di quei giornali che in maniera beffarda indicavano come sulle auto della polizia, accanto a brigadieri «baffuti e arcigni» vi sarebbero state anche poliziotte con «sorrisi smaglianti» e pettinature all’ultima moda (p. 218). Se questi toni si ripresentavano periodicamente, inizialmente però erano largamente diffuse anche immagini rassicuranti che ritraevano le poliziotte come assistenti sociali nelle periferie sovraffollate delle città, ma anche dedite con passione  al lavoro, in linea con un immaginario che doveva essere rassicurato. Esponenti di quella che l’Autrice definisce efficacemente una «macchina della solidarietà umana», le poliziotte dovevano apparire come «dolci angeli custodi», per questo «non potevano avere un carattere irruento né soffrire di un difetto di comunicazione, piuttosto dovevano possedere quelle qualità richiamate dalla legge istitutiva, che le aveva giudicate «patrimonio naturale della donna», e ritenute preziose dalla pubblica sicurezza, che le definiva «doti tipiche dell’animo femminile»: tatto, intuito, delicatezza, fermezza e penetrazione psicologica» (p. 205).

A tale immagine stereotipata e al contempo artefatta, tendente a rafforzare l’idea di un assistente sociale in divisa, presto si affiancò quella seducente e irriverente degli anni Settanta, che reificava le donne in divisa come vere e proprie icone del cinema erotico prima e del fumetto dopo. Anche i fotoromanzi si occuparono delle poliziotte, perlopiù attraverso toni e narrazioni stereotipati, che rafforzavano i luoghi comuni diffusi nell’opinione pubblica. Più articolata la presenza nel cinema, tra pellicole in grado di denunciare il maschilismo diffuso e l’ostracismo sociale e maschile che attanagliavano il Corpo, come La Poliziotta di Steno (1974), fino alle più popolari commedie sexy che sollecitavano l’immaginario erotico dell’italiano medio e le fantasie sessuali degli adolescenti. Vigilesse e poliziotte affiancavano  insegnanti, dottoresse, infermiere, studentesse, tutte rappresentazioni paradigmatiche dell’archetipo femminile che frequentava la quotidianità degli italiani (p. 228), Indicativa la conclusione di Azara: « Possiamo sospettare che la figura del corpo erotizzato della poliziotta sia penetrata a fondo nell’immaginario dei maschi italiani fino a delegittimare, forse, il ruolo istituzionale di donne la cui esperienza nel corpo di polizia femminile era al tramonto» (p. 230). Il libro di Azara ha diversi meriti, tra gli altri quello di indagare un tema complesso andando oltre le narrazioni parcellizzate, ma anche le ricostruzioni stereotipate fatte di cronologie inerti e avvenimenti decisivi. La ricerca invece contribuisce ulteriormente al processo di storicizzazione dell’Italia Repubblicana, complicando il contesto e problematizzandolo a partire da un ambito  di ricerca, quello del Corpo di polizia femminile che adesso ha il suo studio di riferimento.

Autore

  • Fabio Milazzo

    Fabio Milazzo (Phd), svolge attività di ricerca presso l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo e collabora con la cattedra di Storia Contemporanea dell’Università di Messina. Si occupa prevalentemente di storia della devianza e della criminologia, di storia sociale e culturale della psichiatria e delle sue istituzioni, di storia del tifo radicale e di teoria storiografica. Fa parte del gruppo di ricerca sulla storia dell’agricoltura e della società contadina nel cuneese promosso dall’Istorecn. Oltre ad articoli e saggi pubblicati su diverse riviste scientifiche ha recentemente curato il volume Storia e psichiatria. Problemi, ricerche, fonti (con G. Mamone, Biblion 2019) e l’introduzione alla nuova edizione italiana di Metahistory. Retorica e storia di Hayden White (Meltemi 2019). Ha scritto: Una casa di custodia per i maniaci pericolosi. Storia del manicomio di Racconigi dalle origini al fascismo, 1871-1930 (Primalpe-Istorecn 2019) e, con G. Mamone, Deserti della mente. Psichiatria e combattenti nella guerra di Libia 1911-1912 (Le Monnier 2019).