Freud e Mosè: una storia irreligiosa

L’ampio e analitico saggio di Roberto Calasso, Il libro di tutti i libri (Adelphi, Milano 2019) è un commento della Bibbia e in particolare del solo Antico Testamento. Alla metà circa del libro vi si innesta un capitolo dedicato al grande e finale saggio mosaico di Sigmund Freud, L’uomo Mose e la religione monoteistica: tre saggi (1934-1938), che attrae l’attenzione dell’interprete altre volte dedicatosi alla sua analisi e interpretazione (F.S. Trincia, Il Dio di Freud, Il Saggiatore, Milano 1992), ed ora desideroso di comprendere il senso dell’interpretazione di Calasso (il capitolo dedicatogli si intitola Uno spettro non redento, pp. 297-340), prescindendo del tutto dalla lettura del ‘contenitore’ biblico veterotestamentario che lo precede, lo segue e anche lo attraversa.

 

R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, 2019 (copertina)
R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, 2019 (copertina)

 

Una doppia e apparentemente simile identificazione apre la pagine del capitolo ma, quel che più conta è che essa implica, attraverso il passaggio intermedio della uguale natura umana di Freud e del suo eroe Mosè una sovrapposizione dell’interprete e del suo oggetto, che attraversa l’intero capitolo, determina la fisionomia neoumanistica che struttura la costruzione dell’‘uomo Mose’, e che fa di quest’ultima una costruzione “irreligiosa”, ciò che costituisce il centro dell’attenzione critica di Calasso, rivolta, oltre che alla figura di Mose, all’intero corpo del pensiero freudiano. Freud avrebbe dunque scritto (ha effettivamente scritto, come più nettamente si dovrebbe affermare alla luce della convinzione fondamentalmente e originariamente antireligiosa di Calasso) per abbattere o, se si preferisce, ridurre al nulla la dimensione stessa del divino e del sacro, raccontando la storia di un uomo che il popolo ebraico ha elevato al livello di primigenio padre sacro, che annuncia l’avvento del Messia, dopo averlo ucciso. L’irreligiosità dell’‘uomo’ Freud fornisce il fondamento della umanità non antropologica, ma storica ed esistenziale (una umanità immanente e sacrale propria dell’assolutezza non trascendibile dell’umano) dell’“uomo Mose” costruito da Freud e agisce come il tramite essenziale del passaggio letteralmente sconvolgente della religione e del suo nesso con il divino, alla dimensione che ne fa una pratica di vita, una ritualità e una mitologia radicalmente umane, un affare degli uomini. Su tale irreligiosità freudiano-mosaica (che rinvia alla apparentemente simile doppia identificazione di Freud e Mose cui abbiamo accennato sopra e cui torneremo) si presta ad un paio di osservazioni che lasciamo sospese dopo averle enunciate, poiché condurrebbero il discorso verso direzioni di analisi già in altra sede indagate da chi scrive.

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S. Freud, L’uomo Mose e la religione monoteistica, Bollati Boringhieri (copertina del libro)

Da un lato, si deve osservare in spirito di prudenza e di discrezione e senza mettere mai in discussione il bando freudiano al divino, che il lettore attento avverte che quel bando porta con sé, nascostamente e paradossalmente, un sorta di atmosfera che altrimenti non si potrebbe definire se non di rispetto per la sacralità umana della storia ebraica , che attraversa il pensiero freudiano proprio in quanto “ebreo senza Dio”. Tale sentimento di rispetto e tale atmosfera hanno fatto propria e rivendicato una ebraicità senza Dio che allontana l’irreligiosità freudiana da ogni radicalità razionalistica di stampo illuministico, perché non possono nascondere il filo di una storia umana, ma in quanto ebraica anche sacra, nella quale tuttavia non si condensa la figura di un Dio della fede. Ciò rende “uomini” tanto Freud quanto Mose. E questo essere uomini che trattano con il divino senza mai appartenergli, che respingendo il divino e umanizzandolo in una storia, pure intrattengono con esso un rapporto negativo che non ne annulla il sentimento umano, quel che propriamente definisce, oltre la biografia, l’ebraismo di Freud, di colui che ha allontanato la religiosità come culto e fede nel divino e nel far ciò se ne è fatto contaminare, declinando il “senza Dio” come una sorta di “con” respingente, come un definirsi entro un contatto negativo con la religione attestata nella sua origine da una storia, una storia che unisce e separa l’umano e il divino e così lascia che l’umano discretamente trionfi.

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