Annalisa Mastelotto, Carlo de Maria, Le Biblioteche nell’Italia fascista, Biblion Edizioni, 2016

La storia delle biblioteche è una disciplina che si pone al crocevia di istanze intrinsecamente differenti, quali la storia tout court e la biblioteconomia, nonché coinvolge i processi culturali e le dinamiche sociali di un paese. Per questo i lavori relativi a tale ambito sono estremamente rari e preziosi; è stato dunque necessario, per quest’ottimo lavoro sulla storia delle istituzioni bibliotecarie durante il fascismo, attuare una complessa analisi sull’interazione dei diversi attori in campo, nonché delle fonti – e relative posizioni – derivanti dalla variegata storiografia per giungere ad una inedita indagine pertinente un aspetto del fascismo ancora poco indagato. Questi sono anche gli obiettivi che si è posto Carlo De Maria per il progetto del volume Le Biblioteche nell’Italia fascista, edito per Biblion Edizioni nel 2016. Lo scopo definitivo dell’opera – ben sottolineato e chiarito sin dal principio nell’economia della trattazione – consiste nella ricostruzione della fisionomia dell’amministrazione bibliotecaria in Italia durante il fascismo, epoca in cui si applica volontariamente una cesura istituzionale rispetto al periodo liberale precedente. Ciò che è interessante notare è che lo storico contemporaneo De Maria si avvicina alla storia delle biblioteche in un secondo momento della sua formazione, cosa che gli permette, attraverso un tradizionale approccio storico politico, di comprendere come l’indagine delle istituzioni bibliotecarie, sullo sfondo dell’ampia bibliografia precedente, possa essere posta in dialogo con la storiografia fascista, aggiungendo quindi un innovativo tassello all’orizzonte della ricerca in quest’ambito. La scrittura di De Maria è così cristallina, quasi schematica, da poter essere avvicinata anche da chi non è specialista della disciplina, sebbene si tratti certamente di un manuale per tecnici, soprattutto per quanto concerne la prima parte dedicata all’analisi dell’amministrazione nazionale bibliotecaria, in cui si pone in risalto il «profondo intervento riformatore nel campo dell’amministrazione centrale dello Stato» (pag. 5).

La trattazione procede dal generale al particolare dando rilievo – in un primo momento – al «protagonismo inedito degli apparati statali» (pag. 5) in campo bibliotecario che si tradusse in un interesse del regime per l’organizzazione degli istituti bibliografici attraverso la creazione della Direzione generale delle accademie e biblioteche e la concezione dell’Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche.

Fu dunque a partire dagli anni Venti del 1900 che si delineò un orizzonte bibliotecario ormai pronto ad agire su ambito nazionale, che per la prima volta riconobbe il ruolo del personale specializzato e puntò sulla qualità della formazione dei dipendenti. Si capì allora che si poteva fare opera pedagogica fascista non solo tramite il sistema scolastico o per mezzo dell’esercito, bensì anche direttamente a partire dagli istituti bibliografici. Conseguentemente si attuarono all’interno delle biblioteche alcuni provvedimenti dettati dall’ideologia fascista, come quello atto a relegare le bibliotecarie in posizione subordinata, impedendo la «progressione della loro carriera al grado settimo, quello di “bibliotecario direttore di 2ª classe”, vedendosi in sostanza preclusa la possibilità non di dirigere importanti biblioteche di Stato, ma di rico­prire il ruolo di “ispettore bibliografico”, riservato al grado sesto» (pag. 144); di fatto però il regime non riuscì del tutto nei propri intenti, perché il personale femminile impiegato nelle biblioteche d’Italia rappresentava il 59% del totale e non era sostituibile. Per quanto riguarda i provvedimenti antiebraici, essi provocarono il progressivo allontanamento dagli istituti bibliografici dei dipendenti ebrei, responsabili – per la maggior parte – di ruoli di fascia alta; vennero immediatamente licenziati, stavolta senza discrimine fra uomo o donna, anche dopo dichiarazione di conversione ad altra religione. E pure il patrimonio librario ebraico subì le conseguenze di questa barbarie, se Mussolini in persona intervenne per bloccare una donazione di libri alla Marciana da parte di una traduttrice ebrea e, soprattutto, fu vietata da un giorno con l’altro la diffusione degli “indesiderati” volumi di autori ebrei italiani e stranieri. Non solo: ai volumi sospetti «doveva essere apposto sulla copertina “un segno convenzionale di riconoscimento”, che ne segnalasse la pericolosità agli operatori addetti alla distribuzione» (pp. 188-189) e tali opere proibite potevano essere concesse eccezionalmente in lettura solo agli studiosi che ricevevano l’approvazione del direttore della biblioteca.

Il volume vuole contribuire all’ampliamento della storiografia sul fascismo, inserendosi in maniera dinamica e dialettica all’interno del dibattito storiografico, tenendo però in debito conto la necessità di superare i discorsi generalisti e adottando quindi la prospettiva mirata del panorama istituzionale bibliotecario. De Maria in questa bella analisi mostra allora come anche la realtà bibliotecaria si sia dovuta piegare alle istanze del fascismo, pur riuscendo in questo ventennio ad avviare il rilancio qualitativo della formazione e della professione tramite – come abbiamo visto – interventi mirati a livello nazionale. Tutte le riforme attuate avevano – ça va sans dire – il preciso scopo, da un lato, di mettere in evidenza il primato dell’Italia sul contesto bibliotecario europeo; dall’altro, di indottrinare le masse secondo un determinato modello culturale veicolato dagli stessi istituti bibliografici. Ne deriva perciò un duplice risultato, simile a un Giano bifronte: se è evidente un progresso nel contesto bibliotecario italiano durante il ventennio fascista, sia per quanto concerne la creazione di istituti ad hoc sia in merito alla formazione del personale, che innalzò il livello qualitativo italiano al punto da poter finalmente competere in ambito internazionale, tuttavia è vero anche che i provvedimenti di origine fascista attuati contro i singoli impiegati e le disposizioni volte alla censura di parte del materiale librario provocarono al contempo una regressione culturale, delegittimando e screditando perciò la modernità delle precedenti disposizioni all’avanguardia. De Maria risponde all’esigenza storiografica attuale di superare le interpretazioni generali sul regime concentrandosi sulla ricostruzione di una sola prospettiva, quella bibliotecaria, ponendo la questione in maniera precisa, dinamica e problematica e trascendendo, per quanto possibile, la visione antiquata del connubio cultura/fascismo come antitetica.

Carlo-De-Maria-Le-biblioteche-nell'Italia-fascista-Biblion-Edizioni-2016
Carlo de Maria, Le Biblioteche nell’Italia fascista, Biblion Edizioni, 2016