Fabio Isman, I Predatori dell’arte perduta. Il saccheggio dell’archeologia in Italia, Skira, 2009

Per la sovrabbondanza di memorie storiche e artistiche di cui gode, l’Italia registra due primati apparentemente contrastanti ma in realtà strettamente correlati. Il “Bel paese”, come lo chiamavano già Dante e Petrarca, vanta la più lunga tradizione nella tutela delle opere d’arte, registrando al contempo eclatanti sottrazioni e dispersioni dei patrimoni, perdurate sino ai nostri giorni. A tale contrastante realtà accenna Fabio Isman, quasi alla fine dell’avvincente percorso tracciato nel suo ultimo libro dal titolo I Predatori dell’arte perduta. Il saccheggio dell’archeologia in Italia.

Il provvedimento, nonostante la sua ispirazione conservatrice, fu mantenuto per la sua particolare efficacia dalla legge n. 286 del 28 giugno 1871 con la quale il giovane Stato unitario vietava l’esportazione di Biblioteche, Collezioni, Gallerie. Questo itinerario ideale nella storia della tutela delle opere d’arte trova il suo culmine nelle leggi emanate dal ministro Bottai nel 1939 che inclusero tra i tesori da salvaguardare anche la natura e quindi il paesaggio. I provvedimenti scritti, senza un’adeguata forma di controllo, non sono mai stati sufficienti ad arginare il commercio clandestino dei beni artistici, fenomeno di lungo periodo di cui Isman racconta, con puntualità poliziesca, le ultime intriganti pagine. Le istituzioni museali e la legislazione di tutela furono solo la reazione al vasto fenomeno del commercio di antichità, diffuso e sistematico almeno dal XVI secolo, come segnalano le storie degli antiquari Jacopo Strada e Niccolò Stoppio, tra gli anni ’60 e ’70 del Cinquecento agenti e fornitori della corte imperiale di Vienna.

Il mercato antiquario è stato sempre alimentato da una rete di intermediari spesso ben qualificati. È il caso, ad esempio, dello scultore Tommaso della Porta che, specializzato nel restauro e nella falsificazione dei reperti antichi, come ricorda il biografo Giovanni Baglione, «operò pochi lavori, e diedesi al medesimo traffico del fratello, onde gran quantità di buone cose antiche ritrovavasi; e professò mercanzia di cambiare anch’esso» (Le Vite…, 1642).

Ancora nei primi dell’Ottocento le botteghe antiquarie del tridente romano, erano gestite per la maggior parte da artisti (Vincenzo Camuccini, Vincenzo Pacetti, Carlo Antonini, Francesco Antonio e Giuseppe Franzoni) specializzati nelle valutazione dei marmi acquisiti dalle grandi collezioni europee. Questi personaggi, se studiati a fondo, hanno qualche cosa in comune con i “tombaroli” e i mediatori di cui Isman ricostruisce con lo scrupolo le biografie e le vicende attingendo ad un ricco materiale giudiziario.

Come avviene spesso nella Storia dell’arte, i processi sono la fonte privilegiata per la ricostruzione di un personaggio o di un fenomeno. Offrono la voce diretta degli imputati, svelandone le intenzioni, la personalità e la percezione di sé. Dagli atti giudiziari Isman ha potuto ricostruire, ad esempio, la figura quasi romantica del re dei tombaroli, Pietro Casasanta. Egli non si considerava un ladro senza scrupoli, ma un ricercatore esperto e sensibile che di fronte alla maschera crisoelefantina (d’oro e d’avorio) ritrovata ad Anguillara Sabazia nel 1994, «piange come un vitello, per la gioia e l’emozione» e si abbandona ad una corsa, per mettere al sicuro, per non farsela «beccare».

Al racconto del ritrovamento, quasi romanzesco, seguono le narrazioni meno edificanti dello smistamento dei reperti attraverso gli intermediari. Nelle deposizioni egli non rinuncia a manifestare l’amarezza di aver ricavato dallo scavo appena 800 milioni di vecchie lire da dividere con i suoi collaboratori. Quando, nel 2003, alla fine di una complicata vicenda il volto, reso invendibile per una fuga di notizie, venne riconsegnato all’Ambasciata di Londra e presentato a Roma dal gotha dell’archeologia, Casasanta insistette per partecipare all’evento, mostrandosi indispettito, insofferente, quasi derubato della sua scoperta, pronto ad apostrofare i professori che sedevano al tavolo dei relatori come dispensatori di “fregnacce”.

Storie di dispersioni, ma anche di recuperi. Nel volume Isman non si stanca di ricordare i grandi meriti del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale che dal 1969 opera con successo nel nostro paese. Il lettore viene condotto lungo la rete dei traffici internazionali che, nel caso della maschera d’avorio, si snodano tra Germania, Svizzera, Gran Bretagna sino ad arrivare a Cipro.

A differenza dei più colti scavatori e trafficanti del passato, gli odierni “ladri di storia”, come li ribattezza significativamente Isman, si sono avvantaggiati di mezzi di scavo (pale meccaniche), di trasporto e di tecnologie per recuperare l’oggetto a tutti i costi, violandone spesso l’integrità per semplificarne la cessione e incrementare i guadagni.

In questo circuito perverso – come ripetutamente ricorda l’autore – l’opera viene privata della propria identità attraverso la cancellazione del suo contesto, operazione essenziale per una rapida commercializzazione dei manufatti trafugati.

Tra i capolavori scavati che, a differenza della maschera crisoelefantina, hanno raggiunto negli anni Settanta e Ottanta le più prestigiose collezioni statunitensi, Isman ricorda l’Afrodite di Morgantina, acrolito di oltre due metri che presto tornerà in Italia, il kantharos attico a figure rosse del V secolo a. C. con le maschere di Dionioso e Satiro, opera di Eufronio vasaio e del Pittore della fonderia, lo splendido Trapezophoros, oggi restituito all’Italia e conservato al Museo Nazionale di Palazzo Massimo alle terme.

L’autore ridisegna un trentennio horribilis di sottrazioni e smerci illegali che dal 1970 ai primi anni del 2000 ha visto coinvolti i più importanti musei del mondo: il Metropolitan di New York, il J. Paul Getty Museum (la cui responsabile Marion True dal 1986 al 2006 è stata processata a Roma con lo svizzero Robert Emanuel Hecht, «il più colto e dandy dei mercanti internazionali»), il Museum of Fine Arts di Boston e quelli di Richmond e Toledo nell’Ohio, di Princeton e Cleveland, delle Università dell’Indiana e di Harvard, e, anche se in misura minore, i musei di Basilea, Ginevra, Berlino, Monaco di Baviera, la Ny Carlsberg Glyptothek di Copenaghen, il Museo delle Terre Bibliche di Gerusalemme e anche il British Museum di Londra o il Louvre di Parigi.

Tra gli attori di questa storia nera dell’arte, Isman nomina istituzioni insospettabili come il sindacato inglese dei ferrovieri, gli istituti bancari che hanno accettato le antichità come garanzie dei prestiti, o le case d’asta come Christie’s e Sotheby’s.

Comparando i dati, l’autore ha potuto rilevare come il commercio delle antichità abbia reso cifre competitive con il traffico della droga, facendo registrare un impressionante incremento del valore dell’oggetto tra la fase della scavo e quella della vendita finale.

Alla gravità dei dati non corrispondono gravi pene: nessuno dei numerosi tombaroli e complici, intermediari, restauratori compiacenti è ora in carcere. Alle condanne, infatti, quasi mai è corrisposta la galera.

I giornali hanno dato grande rilievo alle operazioni diplomatiche, avviate già nel 2005 dal ministro dei Beni e le attività culturali Rocco Buttiglione e continuate dal successore Francesco Rutelli, con le quali l’Italia si è potuta rimpossessare di oggetti nel frattempo resi celebri grazie ad una serie di esposizioni che ne hanno favorito la valorizzazione. Tra queste, in conclusione, vogliamo ricordare la mostra dedicata nel 2007 a “Vibia Sabina da Augusta a Diva”, in onore dello strepitoso marmo trasmigrato al Museum of Fine Arts di Boston ed oggi destinato al suo probabile luogo di origine, Villa Adriana a Tivoli.