Massimo Livi Bacci, I traumi d’Europa. Natura e politica al tempo delle guerre mondiali (Il Mulino, 2020)

Il nuovo libro di Massimo Livi Bacci tratta di guerre, di carestie e di epidemie. Il testo, però, è molto lontano dal discutere questi argomenti secondo la prospettiva malthusiana. Si tratta di un libro a tesi, il cui contenuto, nelle parole dell’Autore, riguarda «la competizione tra Natura e Politica nell’infliggere traumi catastrofici all’umanità». Il tema centrale verte sul fatto che «mentre per secoli e millenni la Natura era stata la principale artefice di traumi, la Politica, a partire dal secolo scorso, le aveva tolto il primato». Così riassunta, la questione è alquanto semplificata, ma il lettore deve tenere presente che le argomentazioni sviluppate nel corso della trattazione tengono costantemente conto della complessa interazione che, nella realtà, c’è sempre stata tra queste due componenti. Per questa ragione, in queste brevi note eviterò l’uso di avverbi come “generalmente” o “prevalentemente”, perché non è mai nella prospettiva per così dire “manichea” che si articolano le argomentazioni del libro, ma nel ragionamento applicato ai diversi contesti storico-geografici in cui la dialettica Natura-Politica si è sviluppata.

Il quadro di riferimento è l’Europa, il periodo corrisponde alla prima metà del Novecento. Fino all’aprirsi del XX secolo, i maggiori traumi demografici, cioè quelli che causarono il numero maggiore di lutti, furono legati a fenomeni che erano estranei ai comportamenti umani, come le epidemie, dovute ai microorganismi, e le carestie, dovute alle congiunture climatiche. Se i comportamenti umani, sociali o politici poterono aggravare, o attenuare, le conseguenze di questi eventi, non potevano però determinarli. Le guerre, al contrario, erano (e sono) frutto di scelte consapevoli, a volte anche di una minoranza di persone. Dal punto di vista computazionale il grado di violenza degli eventi traumatici viene misurato oltre che con la stima delle vittime, secondo uno schema di calcolo che considera l’“impatto” dei singoli traumi non solo come la somma algebrica di morti militari, morti civili, ma anche sommando le mancate nascite e sottraendo le “nascite recuperate”, vale a dire considerando quella ripresa della natalità che si osserva quasi sempre una volta terminata una crisi. In altre parole le conseguenze del trauma superano dal punto di vista cronologico la sua durata vera e propria, secondo quello che è uno schema collaudato nella ricostruzione demografica di questi fenomeni.

La narrazione si dipana lungo una serie di grandi cesure storiche: il libro prende le mosse dalla Grande guerra: “la Prima sconfitta mondiale”. Prosegue con l’Influenza Spagnola e le migrazioni forzate delle popolazioni che si produssero sia durante il conflitto che dopo la sua fine. Viene poi affrontato il periodo tra le due guerre, dove sono ricostruite le conseguenze delle grandi carestie che segnarono la Russia sovietica nel 1921-1922 e nel 1932-1933, la guerra civile spagnola e la fuga degli ebrei dalla Germania nazista. Un capitolo viene poi dedicato alla Seconda guerra (anche in questo caso una “sconfitta”) mondiale, in cui sono trattati anche i temi della Shoah e delle migrazioni forzate successive al conflitto.

La dialettica tra Natura e Politica percorre tutte le sezioni del libro. Nel corso della storia queste due forze spesso si sovrapposero e in altre circostanze si alternarono ma, durante la prima metà del Novecento, si osserva il declino della potenza della prima e la fine della sua egemonia e si assiste all’ascesa della seconda e al raggiungimento del suo predominio. Non che l’influenza della natura sia scomparsa, tutt’altro: «gli eccessi climatici, le catastrofi idrogeologiche, i microbi e i virus, continuavano a manifestarsi, anche in modo imprevedibile, ma con un’incidenza assai minore rispetto al passato». Questo si realizzò grazie alla crescita della produttività in agricoltura, al progredire dei commerci, ai progressi in campo medico, che nei paesi avanzati hanno ridotto sempre più l’impatto delle malattie trasmissibili, che ancora oggi sono le principali cause di morte in molti paesi in via di sviluppo.

Le conclusioni del libro abbracciano, seppur brevemente, anche il periodo che va dal secondo dopoguerra ad oggi. Come nei capitoli che costituiscono il cuore del volume, vengono qui richiamati alcuni dei principali eventi di Politica che influirono sulla dinamica storica del vecchio continente, in particolare le guerre che flagellarono i paesi della ex Jugoslavia. Questi eventi vengono accostati con le nuove influenze di Natura: l’estate particolarmente calda del 2003, che provocò un sensibile incremento dei decessi tra le persone anziane, e la diffusione dell’HIV, le cui conseguenze, nei paesi sviluppati, si possono cogliere più sul piano sociale e psicologico piuttosto che su quello demografico. Il libro, si diceva, si concentra sull’Europa, non dimentica, però, che un conto è la prospettiva dei paesi ricchi, un altro è la ricaduta di eventi analoghi su popolazioni povere, dove le strutture statali sono impreparate a gestire gli eventi eccezionali che sono causa dei traumi demografici.

Il caso ha voluto che il libro, sia pubblicato quando ancora siamo alle prese con il Covid-19. Il testo è stato in gran parte pensato e realizzato prima di questo evento, e nell’introduzione l’Autore ne fa un fugace cenno. Diciamo che questa tempistica, del tutto involontaria, permette di sottoporre a verifica la tenuta della tesi esposta nel lavoro pressoché in tempo reale. In genere questo accade assai di rado, specie se pensiamo a lavori che affrontano temi di largo respiro e di lunga durata. Vien da dire che Autore ed editore stanno correndo un bel rischio, ma l’esame, allo stato attuale (inizi Ottobre 2020), pare superato.

Per concludere voglio agganciarmi ad una considerazione, che trova anch’essa spazio nel libro, e che riguarda la recente evoluzione della Demografia come disciplina accademica. Secondo l’Autore, l’enorme disponibilità di dati che caratterizza il tempo presente e il potenziamento delle tecniche di gestione e di analisi rischiano di distogliere gli studiosi dalla «riflessione sui grandi temi e le grandi tendenze», e di sottrarli «allo sforzo di integrare il micro con il macro, il presente col passato». Per la fortuna del lettore, anche per quello meno propenso ad avvicinarsi a temi di carattere demografico, i lavori di Massimo Livi Bacci non hanno mai mancato, e nemmeno manca di farlo questo “I traumi d’Europa”, di farci riflettere sui grandi moti della Storia e sulle sempre presenti connessioni tra gli eventi del passato e la vita del presente.