Paul Weindling, Vittime e sopravvissuti. Gli esperimenti nazisti su cavie umane, Le Monnier, 2015

Paul J. Weindling insegna storia della medicina presso la Oxford Brookes University. Ha coordinato un progetto di ricerca finanziato dall’Art and Humanities Research Council, dal Wellcome Trust e dalla Conference for Jewish Material Claims Against Germany, con l’obiettivo di produrre uno studio empirico a largo raggio sulla ricerca medica coercitiva nazista. E questo libro, che dal 2015 anche i lettori italiani hanno la possibilità di leggere nella traduzione di Silvia Fontana, è per molti versi legato a questo impegno. Nello specifico l’intento di Weindling è quello di ricostruire un quadro completo degli esperimenti condotti dai nazisti sugli internati dei campi di concentramento, ma non solo. Vengono infatti ricostruiti anche i diversi esperimenti che, fin dagli anni Trenta, le diverse articolazioni mediche del sistema nazista hanno condotto su molteplici categorie di soggetti ritenuti ostativi per le politiche di igiene razziale del regime. Più di 360.000 tedeschi sono stati sottoposti a sterilizzazione e circa 240.000 persone a eutanasia. Numeri che da soli descrivono un’opera tragicamente emblematica della brutale ideologia del nazismo. Quella che nell’immaginario collettivo si è andata sempre più legando ad alcune figure iconiche come Joseph Mengele, medico del campo di concentramento di Auschwitz, che selezionava le vite degne di essere vissute – quelle in grado di lavorare –, separandole da quelle razzialmente inutili e quindi da eliminare nelle camere a gas. Eppure proprio la notorietà di simili figure ha contribuito a una distorsione retrospettiva, obliando le responsabilità sistemiche e l’adesione collettiva a pratiche e a sperimentazioni di cui molti scienziati si approfittarono. In riferimento a ciò Weindling sottolinea proprio come si sia diffusa la credenza che gli esperimenti avvenissero solo nei campi di concentramento e che venissero portati avanti da alcuni medici sadici, perlopiù appartenenti alle SS. La realtà storica è molto diversa ed è su questa? che Vittime e sopravvissuti prova a gettare la sua luce. L’uso dei prigionieri di guerra e dei soggetti ritenuti razzialmente inferiori venne portata avanti da diverse strutture sanitarie pubbliche e da medici non soltanto appartenenti alle SS o al NSDAP. Fu una società nel suo complesso a mobilitarsi per servire un’ideologia che riteneva legittimo sterilizzare e far morire i pazienti psichiatrici, ma anche altri soggetti ritenuti inferiori.

Nel suo ricco e attento studio Weindling problematizza così una prospettiva che ha avuto la forza di imporsi come verità storica e che identifica le sperimentazioni compiute dal nazismo come una forma di pseudoscienza, una deviazione rispetto a un contesto altrimenti estraneo. Tale lettura, figlia della strategia adottata dall’accusa durante il processo di Norimberga per dimostrare l’esistenza di una organizzazione verticistica, facente capo a Hitler e Himmler, è ormai ritenuta parziale dalla storiografia. E questo perché tralascia, o nel migliore dei casi mette in secondo piano, il ruolo di medici e strutture accademiche. Infatti il processo di nazificazione della ricerca medica non fu soltanto l’opera di pochi uomini, ma di un intero sistema di cui facevano parte una molteplicità di soggetti: dipartimenti universitari, ricercatori, industrie farmaceutiche, medici. Tale mobilitazione collettiva fu l’effetto di un’adesione al progetto razziale nazista da parte di molte componenti della società, che utilizzarono i pazienti psichiatrici, gli ebrei, gli zingari, oppure i gruppi perseguitati per l’orientamento sessuale, come cavie per gli esperimenti più diversi. Questi ultimi furono il risultato della capacità del nazismo di trasformare la mentalità collettiva, ma anche la conseguenza di un sistema di ricerca competitivo ed efficiente: i due elementi non si escludono.

Ricostruire nella loro globalità questi esperimenti, i soggetti che ne furono coinvolti, le loro storie, ma anche la fisionomia dei responsabili, è l’intento del lavoro di Weindling. E lo fa attraverso 18 capitoli, una prefazione, un’appendice statistica, e una suddivisione del volume in quattro parti. Nella prima viene analizzato il passaggio dall’eugenetica agli esperimenti e riguarda il periodo di tempo tra il 1933 e il 1941; nella seconda viene ricostruito il binomio costituito da esperimenti e sterminio nel momento centrale del conflitto; nella terza parte viene ricostruita la storia delle vittime e qui l’intreccio tra vicende biografiche, documentazione d’archivio, testimonianze, offre uno spaccato tragico di una realtà disumana ma portata avanti con efficienza, rigore e dedizione in nome di una certa idea dell’uomo. Paradosso tragico questo, ma che si svincola dalla comoda definizione di “pseudoscienza” utilizzata per decenni come griglia ermeneutica di riferimento. La parte quarta mostra, tra l’altro, come la spinta alla sperimentazione non si sia conclusa neanche nel 1945 e questo anche grazie alla tragica disponibilità di corpi umani. Accanto a ciò, nella stessa parte, Weindling mostra anche le strategie e le pratiche di resistenza adottate da uomini, donne e bambini per sfuggire a questa ricerca disumana e coercitiva, le cui dimensioni vengono ben rappresentate dall’appendice statistica. Qui, oltre al numero delle vittime, viene riportata la nazionalità, l’etnia, la religione, il numero di esperimenti mortali, la consistenza delle vittime per campo di concentramento.

Basato su una mole rilevante di documenti, dati, testimonianze, rapporti, il lavoro di Weindling mostra che la sperimentazione medica nazista fu portata avanti su una pluralità di soggetti e non soltanto durante il periodo della guerra – quindi sui prigionieri – ma in una arco di tempo che coincide con l’intera vicenda dell’affermazione sociale e politica del nazismo. Altro elemento di interesse è la sottolineatura di come tale processo si sia rapidamente sviluppato secondo logiche di autonomia legate agli interessi dei singoli ricercatori, ai fondi messi a disposizione dai dipartimenti universitari e dalle industrie farmaceutiche, dalla disponibilità di materiale umano. Non dunque un progetto rigidamente definito dall’alto ma una ricerca pervasiva e diffusa portata avanti da una pluralità di soggetti ed enti. Tutto ciò concorre a definire una realtà complessa, magmatica e articolata che colloca le sperimentazioni mediche naziste nel contesto culturale, sociale e politico in cui sono avvenute. Un contesto non privo di etica perché, come dimostra efficacemente Weindling, era l’etica ad essere stata plasmata dal nazismo. Per questo è bene sottolineare che accanto alle figure iconiche, come Mengele, ci fu una società intera a essere mobilitata per servire l’idea di nazione e razza propria del nazismo. Forse è proprio il riconoscimento del ruolo di questa dimensione sociale e culturale a rappresentare il valore aggiunto di una ricerca attenta, solida ed ermeneuticamente convincente.

In definitiva davvero tanti i motivi di interesse di questo volume che segna il punto della ricerca sulla questione, pur non esaurendola, e rappresentando un necessario punto di partenza per ulteriori sviluppi.