Il Sant’Uffizio nella Restaurazione tra aspirazioni universali e radicamento romano

Oltre a presentare una mia ricerca in corso, sviluppando un discorso già avviato in un precedente articolo, vorrei in questo intervento provare a evidenziare un’esigenza che mi sembra essere condivisa negli ultimi anni da diversi colleghi ma che forse merita di essere dichiarata in maniera maggiormente esplicita: quella cioè di affrontare in maniera più sistematica di quanto finora sia stato fatto il periodo della storia dell’Inquisizione romana immediatamente successivo alla sua riapertura dopo la duplice soppressione dell’età rivoluzionaria e napoleonica.
Per quel che mi riguarda questa domanda è nata studiando uno specifico dossier inquisitoriale degli anni ’40 dell’Ottocento, quello relativo alla questione del magnetismo animale su cui mi soffermerò brevemente in chiusura di queste pagine. Mi sono accorto infatti di muovermi relativamente nel vuoto, di fare difficoltà a inserire i documenti e le vicende che stavo studiando nel loro contesto per l’assenza di ricostruzioni generali della struttura e del funzionamento del Sant’Uffizio nei decenni successivi al ripristino del 1814, e in particolar modo in quelli che lo separano dalla crisi del 1848-49, cui corrisponde anche l’avvio della censura, ampiamente studiata, degli scritti di Gioberti e Rosmini. Anche le sintesi esistenti, da quella di Bethencourt ai successivi volumi di Romeo e di Brambilla, si arrestavano alla fine del Settecento: l’eccezione più significativa era rappresentata dal manuale di Andrea Dal Col, che dedicava alle non molte ricerche esistenti sugli ultimi due secoli un bilancio tanto prezioso quanto esplicitamente provvisorio, constatando, fra l’altro, che non si sa ancora bene «quali delitti contro la fede […] abbia perseguito l’Inquisizione romana nell’Otto-Novecento».