Una nuova definizione della cultura, dell’identità e della storia ebraica in età moderna. Simone Luzzatto e il suo «discorso circa lo Stato degli Hebrei et in particolar dimor»

La figura di Simone Luzzatto (ca1583-1663) rappresenta sicuramente un caso di grande rilevanza nella scena culturale non soltanto veneziana o italiana, ma europea, e non solo relativamente all’ebraismo. Nel corso del Seicento, Venezia costituiva il fulcro di una rinnovata e vivace presenza culturale ebraica nella penisola e il cuore del tentativo di aprire la società dotta del ghetto alle influenze esterne e al dialogo con la cultura cristiana. La città si configura come centro culturale di produzione e di scambi di idee e anche di frequentazioni costanti tra ebrei e cristiani. Rilevante in questa prospettiva fu il ruolo del famoso rabbino Leon Modena (1571-1648) nella cui opera e nella cui vita è possibile riscontrare il dialogo serrato con la cultura gentile coeva, l’uso del volgare e il pieno inserimento nella vita sociale e culturale di Venezia e di altre città italiane. Predicatore osannato, straordinario studioso di cultura ebraica e non, autore di numerose opere in diverse lingue – ebraico, latino e italiano -, di traduzioni dall’ebraico e di libri di poesie, Modena fu tra l’altro poeta in tutti gli idiomi da lui padroneggiati e scrisse versi polisemantici, nei quali cioè ogni parola aveva significato sia in ebraico che in italiano. Apprezzato e noto in Italia e all’estero, dove intratteneva diverse e prestigiose relazioni nel mondo dei gentili, era stato maestro del famoso convertito veneziano, e poi acceso polemista antiebraico, Giulio Morosini (1612-1687), e fu amico di Simone Luzzatto e di Sara Copio Sullam (ca. 1592–1641), celebre poetessa e donna di grande cultura, protagonista della società veneziana ebraica e non solo.

 

shabbat-shalom-4752553_640-Foto di Ri Butov da Pixabay

La produzione editoriale di Modena, vastissima e poliedrica, segnala uno scambio fecondo fra la cultura ebraica cui apparteneva e l’eredità classico-umanistica di cui si sentiva partecipe. La sua fama è legata soprattutto alla Historia de’ Riti Hebraici (Parigi 1637; Venezia 1638), redatta in volgare, in cui spiegava le cerimonie e i costumi degli ebrei. Nel Proemio all’edizione veneziana egli dichiarava che diversi eruditi cristiani, tra cui alcuni prelati, desideravano «aver contezza» dei riti degli ebrei e gli avevano richiesto di scrivere sul tema. Egli asseriva di averlo fatto sforzandosi di essere «semplice, e neutrale relatore», e scordandosi di essere ebreo per non dare la sensazione di aver redatto un’opera apologetica. Diceva di mirare solo «a referire, e non di persuadere», e non certo a «diffenderle [le cerimonie ebraiche] e sostentarle». Al di là di queste asserzioni retoriche, evidentemente rivolte ad ottenere l’approvazione dei gentili e a mettersi al riparo da ogni attacco ecclesiastico e da qualsiasi accusa di tentato proselitismo, il suo scopo era dichiaratamente quello di respingere le diffuse e comuni distorsioni e denigrazioni del culto ebraico, spiegandolo e interpretandolo in chiave moderata, antisuperstiziosa e razionalista, e di andare così incontro alle aspettative dei numerosi eruditi cristiani con cui era in contatto e che lo proteggevano. Il trattatello gli era stato sollecitato diversi anni prima, nel 1614-15, dall’ambasciatore inglese a Venezia, Henry Wotton, che voleva offrire al suo sovrano Giacomo I Stuart una relazione sui riti e le consuetudini degli ebrei, e infatti circolava già ampiamente in forma manoscritta tra i dotti inglesi. Siamo dunque negli anni intorno ai quali William Shakespeare metteva in scena la sua rappresentazione demonizzante degli ebrei veneziani nella figura di Shylock del Mercante di Venezia, dramma pubblicato nel 1600, ma composto prima del 1598. Come giustamente ha osservato Natalie Zemon Davis, se il drammaturgo inglese, morto nel 1616, avesse potuto leggere il testo di Modena che circolava tra i dotti del suo paese, avrebbe forse dovuto rivedere la figura dell’ebreo da lui tratteggiata. L’Historia de’ Riti Hebraici era dedicata all’ambasciatore francese a Venezia e curata dall’erudito Jacques Gaffarell, bibliotecario di Richelieu. Leon, che aveva dedicato un suo Dizionario hebraico-italiano al Patriarca di Aquileia, Ermolao Barbaro, che l’aveva accettata «con affetto», faceva dunque parte integrante della repubblica letteraria ed era inserito in una rete europea di dotti tra cui era vivace l’interesse per la cultura e la stessa lingua ebraica, di cui proprio Modena, con le sue traduzioni dall’ebraico in volgare e con il suo Dizionario, costituiva un importante mediatore e divulgatore.