La riscoperta della strage di Sant’Anna di Stazzema

La riscoperta della strage di Sant’Anna di Stazzema

ABSTRACT

Il film di Spike Lee Miracolo a Sant'Anna riporta alla luce la storia del massacro di Sant'Anna di Stazzema (2 agosto 1944) rimasta fino a qualche anno fa pressoché dimenticata, cancellata dalla memoria nazionale e relegata, insieme alla sua comunità superstite, in un oblio intoccabile.

La strage consumatasi ai danni dell’inerme popolazione civile presente a Sant’Anna di Stazzema (Lucca) il 12 agosto 1944 per mano di soldati tedeschi appartenenti alla 5ª, 6ª, 7ª e 8ª compagnia del II Battaglione del 35º Reggimento della XVI SS Panzergrenadier Division “Reichsführer-SS” (Battaglione Galler), pur essendo fra i maggiori episodi d’indiscriminata violenza militare perpetrati in Italia durante il secondo conflitto mondiale, fino a qualche anno fà era paradossalmente caratterizzata dalla mancanza di una strutturata memoria pubblica a livello nazionale. Secondo in Italia per numero di vittime coinvolte solo alla strage di Marzabotto/Montesole, l’arbitrario massacro consumatosi a Sant’Anna appare infatti avvolto durante la seconda metà del Novecento da un alone di indeterminatezza e oblio, a più riprese inutilmente scalfito dalla perseverante volontà di riconoscimento espressa dalla comunità superstite. Mancano infatti fino all’inizio degli anni Settanta riconoscimenti istituzionali di rilievo e limitate appaiono anche le iniziative pubbliche ad opera dell’amministrazione centrale e periferica volte al sostegno materiale per la ricostruzione del paese e la preservazione della specifica memoria di guerra. Pressoché inesistenti – se si escludono alcune opere di memorialistica – si dimostrano invece fino alla metà degli anni Novanta gli studi storici volti ad una dettagliata ricostruzione dell’azione armata, del contesto in cui ne matura la genesi e delle nefaste conseguenze che segnano indelibilmente la vita e la memoria della comunità locale. I procedimenti giudiziari, in cui l’episodio viene segnalato quale capo d’imputazione prima del 2005, appaiono incapaci infine di individuare responsabilità individuali dirette in relazione allo specifico crimine e di codificarne quindi gli avvenimenti a livello legale.

La mancanza di memoria pubblica – a livello storico, istituzionale e giudiziario – che per molti anni contraddistingue nell’Italia repubblicana la strage di Sant’Anna, appare ancor più sorprendente in misura della crudeltà e della barbaria che caratterizzano l’evento, anche limitandone la descrizione ai soli elementi essenziali. A partire dalle prime ore del mattino infatti il piccolo borgo montano, ubicato sulle Alpi Apuane alle spalle di Pietrasanta a circa 800 metri di altitudine, viene circondato da quattro colonne di soldati equipaggiati con armi pesanti (mitragliatori e lanciafiamme) e abbondante munizionamento. Mentre una prima colonna chiude la via di fuga verso il piano in direzione di Valdicastello, le altre tre colonne raggiungono le varie borgate che compongono il paese rispettivamente da Monte Ornato, dalla strada di Pontestazzemese /Foce di Compito e dalla Foce di Farnocchia fra il Monte Lieto e il monte Gabberi, stringendo l’abitato in una morsa concentrica che via via si chiude verso la piazza della chiesa. I militari giunti da direzioni diverse alle prime abitazioni situate nella vallata di Sant’Anna iniziano a radunare ed incolonnare i civili verso le borgate più interne; una volta raggiunti punti prestabiliti lanciano razzi luminosi per segnalare la propria posizione e danno quindi inizio simultaneamente all’azione armata. Nelle borgate della Vaccareccia, del Colle, dei Franchi, delle Case, di Coletti il rituale è sempre il medesimo: gruppi di civili inermi – composti anche da 30/40 persone – sono rinchiusi nei piani bassi delle abitazioni, colpiti a più riprese dal fuoco delle mitragliatrici posizionate sugli ingressi e dalle bombe a mano lanciate attraverso le finestre. Morti e feriti, dopo una rapida ispezione compiuta dai militari per dare il colpo di grazia ad eventuali superstiti, sono quindi dati alle fiamme appiccando il fuoco agli interi caseggiati. L’apice dell’orrore viene raggiunto sulla piazza della chiesa dove circa 150 persone sono radunate e indiscriminatamente mitragliate: i loro corpi sono quindi bruciati in un’enorme pira umana costruita con le paratie della chiesa nel frattempo saccheggiata; un agglomerato indistinto di corpi che brucia emanando una linea di fumo visibile dal piano per giorni, che diventerà per l’intera Versilia l’immagine simbolo dell’orrendo massacro compiuto a Sant’Anna.