Davide Franco Jabes, Il leader. Adolf Hitler: la manipolazione, il consenso, il potere, (Solferino, 2022)
Lo storico Davide Franco Jabes si è da tempo specializzato sulla Seconda guerra mondiale. Il suo ultimo libro, Il Leader, offre un lavoro di sintesi delle migliori biografie di Hitler e degli studi più importanti sul Terzo Reich. Dopo aver operato una ricognizione delle maggiori ricerche storiografiche frutto di anni di indagini condotte da diversi storici, Jabes affronta, pur in modo sintetico, la complessa personalità di Hitler, senza tralasciare gli aspetti fondamentali della sua azione. L’autore, inoltre, include gli aspetti militari dell’operato hitleriano in un contesto più ampio: ideologico, razziale, sociale, economico.
Sin dalla prefazione lo storico tocca due temi che gli stanno particolarmente a cuore. Jabes illustra infatti con chiarezza lo scopo del testo, ossia l’esigenza sempre più attuale di produrre una biografia relativamente breve ma scientifica sulla figura di Adolf Hitler e allo stesso tempo richiama la necessità per ilmondo accademico universitario di tornare a interessarsi dell’editoria generalista e dei testi divulgativi. Infatti, le principali biografie su Hitler presenti in Italia, pur essendo opere di altissimo livello (Joachim Fest, Ian Kershaw, Volker Ullrich, per citare alcune delle più importanti), sono nate per l’appassionato o lo studioso non per il grande pubblico, che difficilmente leggerà le oltre 2800 pagine del Kershaw. Ma oggi l’unica biografia divulgativa in circolazione in Italia – e ripubblicata ormai da più di trent’anni – è quella di Antonio Spinosa, un testo che mostra tutti i segni del tempo e che propone una visione che attinge sia da testi scientifici sia da pubblicistica dallo scarso o nullo valore scientifico.
In questo senso Il leader è anche un manifesto per la “vera Storia”, parafrasando il fotografo Gianni Berengo Gardin, un invito alle Facoltà Universitarie di Storiae agli storici a misurarsi con la divulgazione per non lasciare il campo libero a chi attraverso l’editoria generalista crea false verità e fa cattiva storia. In particolare, la cattiva abitudine di non citare le fonti si fa strada anche tra chi ha una formazione accademica e produce ricerche e pubblicazioni di buon livello, a dimostrazione del fatto che la cattiva pubblicistica sta influenzando negativamente anche la parte “nobile” della divulgazione storica.
Hitler l’esteta e il politico
Il primo capitolo (Infanzia e giovinezza nella Belle Ėpoque (1889-1914) analizza l’infanzia, le modeste origini sociali, la prima formazione ideologica e il fallimento del giovane Hitler come grande artista: ridotto a vivere, a Vienna e poi a Monaco di Baviera, ai margini dell’odiata e allo stesso tempo agognata società borghese, il giovane Hitler sviluppa un risentimento profondo per tutti coloro che ritiene nemici irriducibili della grandezza tedesca (ebrei, marxisti, socialdemocratici, slavi) e un amore sconfinato per la musica, “eroica” e tedesca, di Richard Wagner. La sua conoscenza profonda del teatro wagneriano avrebbe influenzato, in seguito, l’organizzazione e la regia dei grandi raduni del partito nazionalsocialista.
Il secondo capitolo (Nelle tempeste d’acciaio. Hitler soldato (1914-1918) si sofferma sull’esperienza al fronte di Hitler durante la Prima guerra mondiale e sulla sua reazione, rabbiosa e disperata, alla sconfitta subita dalla Germania, che lo avrebbe portato a trovare una drammatica conferma ai suoi violenti pregiudizi antisemiti.
Il terzo capitolo (Il risveglio. Hitler l’agitatore (1919-1923) tratta l’entrata di Hitler in politica nell’ambito dell’estrema destra monacense. Sfruttando le sue doti straordinarie di oratore popolare e di psicologo delle masse, Hitler diviene dapprima il massimo propagandista e poi il Führer del piccolo partito nazionalsocialista. Il primo tentativo di raggiungere il potere, il celebre Putsch della Birreria del 1923, si risolve tuttavia in un clamoroso fallimento, dal quale seppe rapidamente trarre tutte le debite conseguenze. Da quel momento, la scalata al potere sarebbe passata attraverso l’istituto democratico delle elezioni.
Il quarto capitolo (Hitler il politico. La conquista del potere (1924-1933) mostra come, dopo la breve detenzione in seguito al Putsch di novembre e la stesura del Mein Kampf, Hitler seppe conquistare il potere avvalendosi abilmente di una doppia strategia: da una parte moderne e aggressive campagne elettorali, tese a manipolare le masse anche mediante l’uso dei mezzi di comunicazione di massa (radio, cinema); dall’altra, una notevole abilità nelle manovre politiche dietro le quinte, che avrebbe portato il “caporale boemo”, grandemente sottovalutato dai suoi partner conservatori, all’assunzione del Cancellierato.
Il quinto capitolo (Il dittatore) dimostra come in soli 4 anni, dal 1933 al 1937, Hitler non solo abbia raggiunto il potere assoluto, liquidando senza pietà qualsiasi opposizione interna, ma abbia anche posto le basi per la sua futura politica espansionistica, a partire dal riarmo e dalla cruciale rimilitarizzazione della Renania nel 1936. Sul finire del 1937, il dittatore era ormai pronto alla guerra, per assicurare ai tedeschi il loro Lebensraum (spazio vitale).
Il sesto capitolo (Il mito del Führer e la società tedesca) si concentra invece sui meccanismi della gestione del consenso popolare e del potere nella Germania hitleriana, basati entrambi sulla figura carismatica del Führer, che si pone costantemente sopra le parti, assicurandosi il consenso delle masse e applicando inesorabilmente, allo stesso tempo, la tattica del divide et impera. Il settimo capitolo (Venti di guerra (1938-1939) descrive la prima fase dell’espansionismo hitleriano, dall’Anschluss dell’Austria alla decisione di muovere guerra alla Polonia. Di pari passo con l’aggressività crescente della politica estera, il regime si radicalizza anche all’interno, come dimostrato dalla “Notte dei Cristalli” (9-10 novembre 1938).
Hitler il guerriero
Altro capitolo chiave è l’ottavo (L’attacco alla Polonia e la guerra in Occidente): la guerra russo-germanica era la vera guerra tedesca. Jabes chiarisce come il conflitto contro la Gran Bretagna non solo non fosse desiderato, ma distogliesse risorse e uomini dal principale obiettivo, la guerra con la Russia. Adolf Hitler e la Wermacht avevano stabilito i propri paradigmi di guerra totale: un conflitto la cui genesi non era militare e politica, ma razziale e ideologica. Qualsiasi piano Stalin avesse in precedenza per l’espansione a Ovest, la reazione dell’Unione Sovietica fu finalizzata alla semplice sopravvivenza e conservazione dell’esistente. Per Hitler era necessario costruire un impero all’Est prima che la cospirazione “ebraica internazionale” (sic) agisse nel pieno delle sue forze contro la Germania. L’operazione “Barbarossa” (questo il nome dell’attacco tedesco alla Russia, cui è dedicato il nono capitolo) aveva in sé tutto il portato simbolico cui l’invasione tedesca aspirava. Così come il Barbarossa aveva riunito un esercito per combattere la crociata contro gli infedeli, Hitler avrebbe combattuto la sua crociata contro il bolscevismo (pp. 202-203). Con l’invasione della Russia, infatti, iniziano per la prima volta le esecuzioni in massa della popolazione ebraica (p. 212).
Nel decimo capitolo (Lo sterminio degli ebrei) lo storico descrive gli sviluppi militari del conflitto e l’aspetto utilitaristico della politica razziale nazista. Le risorse della Russia potevano essere sfruttate in loco dai tedeschi rimuovendo ebrei e slavi e sostituendoli con tedeschi e popolazioni etnicamente correlate. Uno degli espedienti utilizzati avrebbe dovuto essere quello della “politica della fame”: la sottrazione di risorse alimentari alle popolazioni conquistate avrebbe portato, secondo i calcoli dell’alto comando tedesco, alla morte di 30 milioni di individui. La missione della Wermacht era di attuare concretamente questo piano. Inoltre l’autore sottolinea l’assenza di un programma operativo realistico: l’invasione era stata lanciata attraverso tre direzioni diverse allargando la linea del fronte; conseguentemente le linee di comunicazione risultavano molto più esposte agli attacchi dei partigiani. Prima che Pearl Harbour trasformasse la guerra europea in una guerra globale, la prospettiva di una vittoria lampo sbiadì. Jabes rimarca con forza che l’esito dell’Ostkrieg era già determinato nell’estate del 1942, quando Hitler, dividendo ulteriormente le proprie forze, perseguì simultaneamente diversi obiettivi, che nella migliore delle ipotesi si sarebbero potuti raggiungere soltanto in sequenza.
Il capitolo successivo ripercorre cronologicamente le vicende della guerra sino alla sconfitta del Terzo Reich (La guerra va avanti). La sconfitta della Wermacht, che si palesa chiaramente alla fine del 1942, portò il Fuhrer a estremizzare ancor più la lotta al “nemico ebreo”. Il 1942, come si è visto nel capitolo precedente, è l’anno della definizione del piano che porterà all’eliminazione totale degli israeliti dall’Europa (pp. 220-227). Nei discorsi ufficiali, infatti, non parlerà più di nemici russi, inglesi o americani bensì solo di nemici ebrei (pp. 242-243).
I due anni della ritirata tedesca, così spesso enfatizzata dagli specialisti di storia militare (in genere molto attenti esclusivamente agli aspetti tattico-strategici), conducono alla devastazione di un terzo del territorio dell’Unione Sovietica. Hitler mosse guerra alla Russia con obiettivi astratti e ideologici quali la ridefinizione dei confini dell’Europa centrale, la distruzione della quasi totalità degli ebrei che vi abitavano da secoli e la riunione di tutta la popolazione di lingua tedesca in una sola nazione. Jabes spiega come questi obiettivi siano stati portati pericolosamente vicini alla realtà dalla Wermacht, e di come non sia mai successo nella storia dell’umanità che dei soldati abbiano combattuto per una causa più ripugnante.
Chiudono il testo le conclusioni, alle quali Jabes consegna le sue riflessioni sulla terribile e inquietante attualità della figura di Hitler. La bibliografia, infine, rappresenta uno strumento di orientamento per qualsiasi approfondimento sul tema. Una biografia, dunque, che coniuga le ragioni della ricerca scientifica e della divulgazione con chiarezza, rigore e rispetto delle fonti.