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Franco Cardini e Marina Montesano, L’ uomo dalla barba blu. Gilles de Rais e Giovanna d’Arco nel labirinto delle menzogne e delle verità (Giunti editore, 2021)

Tutti abbiamo sentito almeno una volta raccontare la storia di Barbablù, una favola per bambini, messa per iscritto nel XVII secolo da Charles Perrault, dalla trama relativamente semplice: una fanciulla va in sposa a un ricco signore non preoccupandosi troppo né dell’insolito colore della sua barba, né del fatto che avesse già avuto numerose mogli, tutte morte prematuramente. Dopo qualche tempo l’uomo parte per un viaggio e lascia alla sposa le chiavi del castello, proibendole tuttavia di entrare in una stanza (un tema, quello della stanza proibita, presente del resto in numerose fiabe). Presa dalla curiosità la donna disobbedisce, e nella stanza trova i corpi delle precedenti mogli: tutte loro avevano ceduto alla curiosità, e per questo erano state uccise da Barbablù. Scoperta dal marito, la protagonista riesce però a guadagnare il tempo necessario affinché i suoi due fratelli possano sopraggiungere, traendola in salvo.

Se la favola è piuttosto nota, non tutti sanno che, secondo molti studiosi, la figura di Barbablù sarebbe stata ispirata a un reale personaggio storico: il maresciallo di Francia Gilles de Rais, signore di varie località nella Francia occidentale. Vissuto nella prima metà del quindicesimo secolo, Gilles combatté nella guerra dei cent’anni, e fu compagno d’armi di Giovanna d’Arco. Si ricoprì di gloria sul campo di battaglia e dopo che Giovanna venne arsa sul rogo si ritirò a vita privata, iniziando però a sperperare il suo pur ingente patrimonio vivendo una vita talmente sfarzosa che i suoi parenti ottennero dal Re che venisse interdetto, anche se il decreto rimase in larga parte disatteso.

Nel 1440 Gilles de Rais assaltò il castello di Saint-Étienne de Mermorte, che aveva precedentemente venduto a Guillaume Le Ferron, tesoriere di Bretagna. In quell’occasione compì un grave sacrilegio facendo irruzione nella chiesa durante la celebrazione della Messa, e catturando il fratello del proprietario, il chierico Jean Le Ferron. Pochi mesi dopo questi avvenimenti Gilles de Rais venne tratto in arresto e condotto davanti al tribunale dell’Inquisizione, dove il sacrilegio compiuto a Saint-Étienne de Mermorte fu solo una delle tante accuse rivoltegli. Egli innanzitutto aveva al proprio servizio un sedicente mago e alchimista fiorentino, tal Francesco Prelati, in compagnia del quale si sosteneva praticasse la stregoneria e la negromanzia. Si presentarono poi a testimoniare in tribunale i genitori di alcuni bambini scomparsi nei pressi dei castelli del barone, accusandolo di averli rapiti. Inizialmente Gilles de Rais ricusò sdegnosamente tali accuse, inveì contro i giudici e contestò la legittimità del tribunale, ma dopo alcuni giorni cambiò radicalmente atteggiamento, confessando di aver fatto rapire numerosi bambini, di aver abusato di loro, di averli seviziati e infine uccisi, offrendoli in offerta ai demoni. Davanti al tribunale dimostrò una contrizione e un pentimento che commossero i presenti, invocando la misericordia di Dio per sé e per i suoi complici. Condannato all’impiccagione e al rogo, ottenne che il suo corpo fosse tolto dalle fiamme prima che venisse completamente consumato, e di essere sepolto in terra consacrata.

È alla figura di Gilles de Rais che è dedicato il romanzo L’ uomo dalla barba blu. Gilles de Rais e Giovanna d’Arco nel labirinto delle menzogne e delle verità, scritto da Franco Cardini e da Marina Montesano. Cardini, fra i più affermati medievisti italiani, conosce molto bene il contesto storico in cui si sviluppa questa vicenda, essendo peraltro autore di una biografia di Giovanna d’Arco. Marina Montesano, sua allieva e amica, si è già ripetutamente occupata di stregoneria e di processi alle streghe. Eppure, nemmeno due storici così competenti possono dare una risposta certa ai molti interrogativi suscitati dalla vicenda di Gilles de Rais: non potremo mai entrare nella mente di Gilles, né sapere con precisione quale fosse il suo rapporto con Giovanna d’Arco, o che genere di riti o esperimenti alchemici compisse con Francesco Prelati; non potremo inoltre mai sapere con sicurezza se fu davvero lui ad ispirare il personaggio di Charles Perrault, né in che modo la tradizione popolare avrebbe trasformato la figura di Gilles in quella di un uxoricida. Soprattutto non potremo mai esser certi della veridicità delle accuse che gli furono mosse: l’uomo moderno non può non pensare alle varie inchieste che, in anni recenti, hanno riguardato presunti gruppi di satanisti pedofili conclusesi, dopo grande clamore mediatico, con l’assoluzione degli imputati. Gilles davanti al tribunale ammise di aver commesso i crimini di cui era accusato, ma non si può escludere che abbia confessato solo per evitare la tortura.

È interessante notare come già nel 1948 un altro studioso italiano, Raffaele Ciampini, occupandosi di Gilles de Rais abbia deciso di dedicargli un romanzo storico, recentemente ristampato. Forse proprio la necessità di muoversi nel campo delle supposizioni aveva spinto Ciampini, come Cardini e la Montesano, ad occuparsi di una figura affascinante e inquietante come quella di Gilles de Rais, ma di cui in sostanza sappiamo davvero troppo poco, facendone il protagonista di un romanzo.

Il libro, ricco di particolari, trasporta il lettore nella Francia del secolo quindicesimo, un mondo in trasformazione in cui, terminata la guerra dei cento anni, l’antica società feudale andava avviandosi, lentamente ma inesorabilmente, sulla via del tramonto. Gilles de Rais viene immaginato come un uomo incapace di accettare le trasformazioni del mondo che lo circonda, tormentato, scialacquatore, facile preda di maghi e ciarlatani, a suo modo religioso, a tratti violento ma capace anche di occasionali slanci di generosità. Attratto dai giovani uomini piuttosto che dalle donne avrebbe però amato Giovanna d’Arco forse perché, viene lasciato intendere, affascinato dalla sua mascolinità. Un uomo fortemente egocentrico, teatrante al punto che, vistosi perduto, giunge a pianificare la propria morte come uno spettacolo grandioso.

La narrazione è avvincente anche grazie all’escamotage di lasciare spesso la parola al protagonista, intervallando al racconto degli spezzoni della confessione privata rilasciata nella notte prima di essere condotto a morte. Originale è infine la scelta di suddividere il volume in quindici capitoli, ricalcando i misteri del rosario mariano (almeno così come si suddividevano prima che nel 2002 venissero aggiunti i misteri luminosi). I misteri gaudiosi si soffermano sulla santità di Giovanna d’Arco, i gloriosi sullo splendore mondano di Gilles e della sua vita principesca, i dolorosi sulle pene e miserie di quest’uomo. «A ogni capitolo» scrivono gli autori nell’introduzione «come a ogni giorno nella vita di ciascuno di noi, basta la sua pena: la vera sfida sta nel trovare il complessivo senso. Nel nostro caso, forse, il rovesciamento del giudizio consolidato a proposito di un uomo, di un evento, di un’epoca».