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Giuseppe Boschi «pittore ed architetto faentino», a cura di Iacopo Benincampi (Ginevra Bentivoglio Editoria, 2020)

La storia dell’architettura romagnola del Settecento è ricca di opere di qualità e di protagonisti poco conosciuti. Tra questi, si può annoverare la figura di Giuseppe Boschi, (1732-1802), «pittore ed architetto faentino» vissuto negli ultimi anni di antico regime, un cui studio monografico è stato appena pubblicato con un’elegante veste grafica da un gruppo di giovani ricercatori, per la casa editrice romana di Ginevra Bentivoglio (Roma, 2020).

Erede di una gens di affermati capomastri attivi a Faenza e nel suo circondario, questo progettista è stato spesso sottovalutato dalla critica a motivo della sua scarsa produzione. Eppure, le sue raccolte di disegni e i suoi numerosi discorsi letterari hanno trasmesso ai posteri un insieme di manoscritti di straordinario valore, in quanto offrono un’immagine lucida della società pontifica dell’epoca. Infatti, le tematiche affrontate – dal disegno di porte e finestre alla definizione di un repertorio di fregi decorativi meandrici, senza scordare i prontuari su balaustre, camini e altari, fino ad arrivare a discutere le possibili sfumature dei colori in base alla luce e i caratteri delle case degli «antichi latini» – delineano distintamente le istanze di auto-rappresentazione perseguite dalla committenza romagnola, puntualizzando inequivocabilmente il gusto di un momento di passaggio fondamentale per la storia di quei luoghi.

Come noto, gli anni che immediatamente precedono la Rivoluzione francese del 1789 sono carichi di tensione. Il mondo greco, celebrato dai governi nazionali europei come antidoto all’influenza artistica esercitata dal papato a livello internazionale, stava rapidamente tornando in auge e intellettuali come Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) dibattevano aspramente con colleghi come Giovanni Battista Piranesi (1720-1778) su quale tradizione bisognasse abbracciare. La superiorità dei greci sui romani, del resto, non era né scontata né scevra da problematiche al margine quali, ad esempio, il ruolo dell’arte egizia.

Si respirava un’aria nuova che invitava ad abbandonare gli eccessi artigianali del Barocco in favore di un monumentalismo scandito dalla simmetria e dall’austero rigore formale. Tuttavia, l’indirizzo sostenuto da un pontefice artisticamente compromesso come Clemente XII Corsini (1730-1740) – promosse, del resto, opere come la fontana di Trevi, la facciata di San Giovanni in Laterano, l’affermazione del Museo Capitolino – aveva immesso qualche anno prima nuova linfa vitale nell’ambiente progettuale romano, animando un ritorno a quel linearismo che Carlo Fontana (1638-1714) aveva insistentemente auspicato quale strumento di razionalizzazione e riduzione a genere dell’eccezionale esperienza seicentesca capitolina.

Dunque, coesistevano nell’Urbe a metà del XVIII secolo più tendenze, nessuna maggioritaria rispetto alle altre. Lo segnala nella sua prefazione al libro Francesco Moschini – segretario generale dell’Accademia Nazionale di San Luca – e lo chiarisce nella sua introduzione di Elisa Debenedetti, la quale confronta la famiglia dei Boschi con quella dei Marchionni – Carlo (1702-1786) e Filippo (1732-1805) –, tratteggiando un parallelo calzante e adeguato allo svolgimento seguente del volume. Dopotutto, Boschi nacque lo stesso anno di Filippo e crebbe pure lui in provincia perfezionandosi a Roma. In tal senso, il saggio generale di Benincampi (che apre la rassegna) è fondamentale per comprendere i contributi che lo seguono. Discutendo l’ascendente del padre Giovanni Battista Boschi (1702-1788 ca.) sul giovane successore, il curatore raccoglie gli stimoli espressi nell’introduzione e delinea prima l’ambito culturale della Faenza tardobarocca, connotata da importanti investimenti nel settore edilizio e da fermenti culturali in linea con le altre località all’intorno rivolte tutte verso Roma e Bologna; in seguito, affronta la figura di Giuseppe nella sua globalità, cercando di comprendere il senso del suo operato all’interno del momento storico di appartenenza, la sua istruzione e di qui i risvolti nelle successive speculazioni teoriche.

Il notevole sforzo concettuale sostenuto trova quindi sviluppo nelle scrupolose investigazioni dei singoli trattati condotte dagli altri studiosi partecipanti al volume. Matteo Borchia e Giorgia Aureli, anche loro (come tutti gli autori d’altronde) specialisti nello studio dell’architettura e delle arti figurative – analizzano dettagliatamente i due volumi dedicati ai «meandri sul gusto antico», discutendo rispettivamente gli ornamenti inventati da Boschi e i rilievi di exempla romani da questi raccolti nella capitale papalina. Comun denominatore si profila in questi due saggi l’apposizione di ricche cornici ai grafici: un tratto singolare del romagnolo, informante in fin dei conti lo stesso titolo dei due manoscritti (rispettivamente: Meandri ed ornamenti sul gusto antico e Meandri sul gusto antico ed ornamenti di porte e fenestre che si vedono in Roma). Quanto ai contenuti, se i motivi avanzati nel primo tomo suggeriscono – come ipotizza Borchia – un’inaspettata continuità con gli ambienti rococò francesi, le varie soluzioni d’ingresso e le bucature dei palazzi considerati da Aureli avallano la suggestione di una frequentazione da parte del faentino dei corsi accademici romani: sia perché la selezione compiuta delle elaborazioni capitoline pare riflettere quel neo-cinquecentismo supportato dalle gerarchie ecclesiastiche, sia per le modalità rappresentative, coerenti con la manualistica allora in circolazione in città. E proprio su questo ultimo punto insistono Martina Attenni e Marika Griffo, interessate soprattutto agli esiti figurativi di Boschi e al ruolo delle proporzioni quali elemento immaginifico. Sul loro ragionamento si appoggia Marco Pistolesi, a cui è spettato il compito più difficile di tutti, ovvero approfondire gli interessi eruditi coltivati dall’architetto: un tema ostico, in quanto allora di diretta ricaduta sulla professione. Daniele Barbaro (1514-1570) e Andrea Palladio (1508-1580) rappresentarono il riferimento principale ma, altresì, lo furono Leon Battista Alberti (1404-1472) e – soprattutto – Jacopo Barozzi da Vignola (1507-1573), i cui elogi si susseguono in quasi tutti gli scritti quasi fosse una sorta di mantra. E così l’ordine architettonico è approfondito a più scale e in più occasioni. Lo nota Emanuele Gambuti, il cui intensivo studio sulle invarianti degli altari ideati dal faentino segue la minuziosa investigazione di Olimpia di Biase. Sono loro, più degli altri, a raccordarsi con le premesse di Benincampi, chiarendo nel merito come compendi di «balaustrate», caminetti e altari costituissero la risposta a una precisa domanda di mercato sollecitata dalla committenza aristocratica e alto-borghese. Terminano l’inchiesta su Giuseppe Boschi Silvia Cacioni e la postfazione a cura di Antonella Imolesi Pozzi: due esperte di pittura e incisione il cui apporto proietta il libro nella contemporaneità, attualizzandone una il contenuto in relazione alle sperimentazioni contemporanee di Johannes Itten (1888-1967) e l’altra il problema della conservazione nel fondo Piancastelli della biblioteca comunale di Forlì (che insieme alla biblioteca “Manfrediana” di Faenza e alla corrispettiva “Sarti” di Roma custodiscono la collezione degli elaborati di Boschi).

Insomma, esaustivo si presenta questo lavoro portato avanti da questi giovani dottori di ricerca e non meno attento al valore della documentazione. Lo certificano tanto le numerose immagini – spesso a tutta pagina e accuratamente scelte fra le molte disponibili –, quanto la cospicua appendice documentaria annessa, la quale esalta il portato delle affermazioni riportate dagli autori e permette a chiunque di avvicinarsi al pensiero del faentino.

Il curatore, il giovane architetto Iacopo Benincampi, del resto si profila come il maggiore esperto di queste zone, avendo dedicato precisamente agli sviluppi artistici della regione la sua tesi di dottorato (I. Benincampi, La legazione di Romagna nel Settecento. Il «Buon Governo» dell’architettura nella periferia dello Stato Pontificio, 2017). Nella sua dissertazione l’autore già si prefiggeva un obiettivo piuttosto ambizioso: ricostruire i rapporti intercorsi durante il tardobarocco fra la periferia e Roma, l’influenza esercitata dall’Urbe localmente e l’attività dei principali operatori attivi in loco: un compito arduo che ha portato lo studioso a rendersi presto conto che i medesimi personaggi non agivano solamente nell’ambito delle comunità di appartenenza ma che, al contrario, si muovevano da un sito all’altro, inoltrandosi persino nell’adiacente ex Stato di Pesaro-Urbino (anch’esso divenuto provincia dello Stato Ecclesiastico dal 1631). Il volume edito immediatamente dopo essersi dottorato per Ginevra Bentivoglio sulle Trasformazioni del Porto di Fano nel Settecento (Roma, 2018) dà piena testimonianza di questa consapevolezza e dell’opportunità di integrare quella ricerca con indagini più mirate, il libro qui recensito si inserisce quindi in perfetta continuità, cogliendo attraverso personaggi meno conosciuti l’opportunità di affrontare in maniera innovativa argomenti più ampi.

Da ultimo, non sembra inutile segnalare come un prodotto editoriale realizzato da giovani possa avere una sua importanza nel panorama, oggi saturo, di pubblicazioni. E questo merito va riconosciuto sia al curatore che ha saputo mettere insieme una squadra operativa abile e competente sia alle istituzioni che hanno creduto nel progetto: dal comune di Faenza al Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’architettura dell’Università di Roma “Sapienza”, che si conferma così – ancora una volta – una eccellenza italiana perché capace di valorizzare il capitale umano a disposizione.