I Signori della Guerra contro l’ordine mondiale di Versailles
Con il saggio edito da Neri Pozza, Cuori di tenebra. I Signori della guerra che volevano farsi re, Eugenio Di Rienzo ci offre una pagina di storia affascinante e suggestiva, che evoca a partire dal titolo letteratura e cinema. Come per molte altre vicende è proprio il racconto storico, in questo caso da leggere tutto d’un fiato per la maestria con cui l’autore lo cesella, a superare la narrativa e la settima arte, in un continuo intreccio fra ideali e realtà, epopea e barbarie, volontà e destino.
I cinque personaggi del volume sono autentici apolidi della storia, sospesi in una dimensione transitoria fra un passato che non può essere rievocato, tragicamente segnato dalla fine degli Imperi a seguito del primo conflitto mondiale, nonché dalla testarda volontà di questi chevaliers de fortune, eroi, sognatori, carnefici, bigger than life, di porsi al centro della storia anziché subire l’aggregazione delle masse, e un futuro che non lascia spazio al protagonismo individuale. Vecchio e nuovo mondo. Accuratamente selezionate da Di Rienzo e opportunamente riproposte, perché in più casi trascurati o ignoti ai più, troviamo personalità complesse, “demoni e bambini”, accomunati da un indomito spirito di rivolta e da un ego talvolta distorto da pulsioni incontrollabili e inconfessabili, tutti invariabilmente in guerra con l’assetto politico post-bellico che avanza inesorabilmente e disperatamente attaccati a quello che si sgretola sotto i loro malfermi piedi. Non si tratta di meri avventurieri o capitani di ventura in cerca di un’ultima occasione, hanno tutti un ideale da difendere dalle insidie dei tempi nuovi. Inseguendo disegni politici improbabili vanno consapevolmente incontro a un tragico fato, mentre le forze arcane della Storia completano la loro incessante trasformazione che alla fine li stritolerà, politicamente e in molti casi anche fisicamente, senza pietà.
Sono “figli di un Dio minore”, per riprendere la definizione dell’autore, travolti da un rapido e improvviso cambiamento epocale. Gabriele D’Annunzio, al quale Di Rienzo aveva già dedicato un poderoso recente studio, già lucido profeta della “vittoria mutilata”, ci viene proposto nella sua ribellione al wilsonismo e nell’astratto tentativo di lanciare una crociata antioccidentale attraverso la Lega dei popoli oppressi, in contrapposizione alla Società delle Nazioni. Pëtr Nikolaevič Vrangel’ il capo dell’Armata bianca che sfidò i bolscevichi in Crimea, dove tentò una via moderata e riformista che avrebbe dovuto porre un argine all’eresia rivoluzionaria e il cui massimo merito fu, probabilmente, l’aver approntato la grande operazione di evacuazione dei suoi uomini e dei civili in fuga dall’inumana dittatura leninista verso Costantinopoli. Guglielmo Francesco d’Asburgo-Lorena, noto anche come Willy, cadetto inquieto della più antica dinastia europea, subì per gran parte della propria esistenza la fascinazione di un’Ucraina unita e indipendente, di cui volle farsi artefice e che sembrò poter avere successo all’indomani della Grande guerra, destinata a prolungarsi dopo il 1922, fino all’inizio della Guerra Fredda, fra oscure trame che lo trasformarono in uno spregiudicato faccendiere.
Poi Roman Von Ungern-Sternberg, figlio dell’aristocrazia baltica dalla solida formazione militare, in nome di quell’anti-occidentalismo, comune a tutti gli altri Warlords di questo lavoro, soggiacque al fascino di una cultura altra, il buddismo. E quella fede gli fu guida nelle sue scorribande asiatiche fino alla Mongolia, a capo della feroce, multietnica Divisione selvaggia, un’epopea conclusasi con il sommario processo-farsa al quale i Rossi sottoposero il «Monaco guerriero». Infine İsmâil Enver, meglio noto come Enver pascià, forse la figura più visitata dalla storiografia internazionale per il suo intervento sui più decisivi teatri bellici di inizio Novecento, dalla resistenza anti-italiana in Cirenaica, al tritacarne del fronte del Caucaso, alla campagna di Gallipoli, fino al tentativo di creare un Emirato personale nel Turkestan che si infranse contro la titanica forza d’urto dell’Armata rossa.
Nella narrazione che lungo tutto il volume ripropone le tumultuose vicende dei suoi protagonisti, Di Rienzo ci illustra che fondamento comune delle loro inquietudini fu da un lato il dilettantesco disegno del Trattato di Versailles, che con fallacia e ipocrisia lasciò una vasta zona d’ombra tra l’ordine geopolitico di ieri e quello tracciato alle fine delle ostilità nella quale fu possibile perseguire arditi quanto fallimentari progetti politici. E dall’altro l’incombente minaccia di una modernizzazione forzata, determinata dal comunismo di guerra moscovita e da un liberalismo imperialista contro i quali tutti gli Overlords reagirono con la forza della disperazione di epigoni di un mondo destinato a scomparire o forse già ineluttabilmente scomparso.
La tendenz storiografica di Di Rienzo è qui, come sempre, politica, diplomatica, militare e socio-culturale, ma anche capace di rendere la suggestione, a tratti kiplinghiana, di mondi lontani, il gusto esotico di atmosfere ignote al Vecchio Continente, un senso nobile quanto tragico della vita. Cuori di tenebra naturalmente rievoca anche la figura di Lawrence d’Arabia e suggerisce al lettore potenzialità ancora non raccolte per questo filone di ricerca. E basti pensare, fra i tanti, al profilo del generale Francesco De Martini, “il Lawrence d’Italia”, a lungo attivo nel Corno d’Africa e grande conoscitore del Medio Oriente. Il lavoro dell’analista del passato, oggi più che mai, ha certamente bisogno di abbeverarsi a pagine come queste.