Per Gian Luca D’Errico: un ricordo di tre amici

Per Gian Luca D’Errico: un ricordo di tre amici

Abstract:

Il 10 gennaio abbiamo appreso la tristissima notizia della scomparsa di Gian Luca D’Errico, valente studioso di storia sociale dell’età moderna e caro amico, che in diverse occasioni ha impreziosito il «Giornale di Storia» con i suoi lavori seri e meticolosi. Le parole che seguono corrispondono a tre brevi ricordi distinti, scritti “di getto” da persone che lo hanno conosciuto in diverse fasi della loro vita

Tommaso Dell’Era

Gian Luca è stata anzitutto una persona libera, senza padrone, capace di pensare con la propria testa, di dire quello che pensava e di agire di conseguenza. Era uno studioso serio, una persona appassionata della ricerca storica: conosceva e trascorreva ore negli archivi (in particolare, in quello del S. Ufficio romano, dove ci siamo conosciuti) sapendo poi rielaborare la documentazione consultata, grazie a un’analisi di ampio respiro, profonda e mai banale, in pubblicazioni originali, rigorose e innovative. Suscitava e s’impegnava in discussioni e dibattiti e della ricerca scientifica aveva la tenacia, la costanza e la capacità di visione e di ascolto che solo chi l’affronta seriamente possiede. Era ed è stato un amico vero, leale e sincero, amante della vita in tutti i suoi aspetti, generoso come pochi e con una grande dignità e capacità di affrontare le difficoltà e gli ostacoli. Sapeva condividere i suoi spazi e parti diverse della sua vita con chi riteneva fosse in grado di comprenderle e apprezzarle. Libertà e autonomia di pensiero e di giudizio, coerenza di comportamento, competenza e profondità, amicizia vera e sincera: il fatto che con queste qualità non sia riuscito a occupare il posto che meritava nell’università italiana rimane a testimonianza della cieca ottusità di questo sistema e di una grande occasione persa.

Vincenzo Tedesco

Una delle mie prime recensioni, apparsa sul numero 35/1 degli «Annali di Storia dell’Esegesi», è dedicata al volume intitolato Il Corano e il pontefice. Ludovico Marracci fra cultura islamica e Curia papale (Roma, Carocci, 2015), curato da Gian Luca D’Errico. È stato in quell’occasione che ho conosciuto Gian Luca, durante i miei anni di dottorato, per il tramite di Davide Carbonaro (oggi arcivescovo di Potenza, ma allora rettore del collegio di Santa Maria in Portico di Campitelli, dove erano state svolte le ricerche su Marracci), che mi aveva chiesto la recensione. A quel primo incontro virtuale ne erano seguiti tanti, tantissimi dal vivo, soprattutto in sala consultazione dell’Archivio della Congregazione (oggi Dicastero) per la Dottrina della Fede. Si parlava dei rispettivi lavori e si scherzava, tra una pausa caffè e un manoscritto, in quell’ambiente così diverso dalle storie contenute nei fascicoli processuali che conservava. Negli ultimi anni l’amicizia con Gian Luca era diventata ancor più quotidiana e questo era avvenuto principalmente grazie al «Giornale di Storia», per via del numero monografico (43) che io, lui e Tommaso Dell’Era abbiamo curato per celebrare i venticinque anni dall’apertura di quell’Archivio che ci aveva fatti conoscere e che era stato al centro delle nostre rispettive ricerche. Se oggi posso affermare senza timore di smentita che quella curatela è stata un’esperienza straordinaria, che va ben oltre il semplice mestiere dello storico, il merito è anche e soprattutto di Gian Luca. Non solo per la sua meticolosità di studioso e per la sua puntualità organizzativa – giacché lui, abituato al rigore e alla precisione, mal sopportava che si accumulassero ritardi –, ma anche per il clima gioviale che si era creato all’interno del gruppo WhatsApp di noi curatori e che è rimasto attivo ben oltre la pubblicazione del fascicolo. Con il passare delle settimane i messaggi di lavoro hanno ceduto sempre più il passo agli sfottò calcistici tra noi tre, tifosi di squadre diverse e sostenitori di “credo” opposti. Gian Luca grande laziale, Tommaso romanista, io juventino. Gian Luca era inoltre un convinto “giochista” e fautore del “bel gioco”, mentre io e Tommaso, più pragmatici, propugnatori della superiorità del “risultatismo” e del “cortomuso”. In tanti hanno scritto, nei numerosi messaggi di cordoglio, che la carriera che Gian Luca ha avuto non ha reso onore all’eccelso studioso che è stato e questo lo sottolineo anch’io, pur non volendo insistere oltre. A me piace piuttosto ricordarlo come amico, pensando a quell’ultimo messaggio nel gruppo WhatsApp, il 29 dicembre, quando le sue condizioni di salute peggioravano, ma non ce ne parlava, preferendo piuttosto prendere in giro (o forse no?) Tommaso nel giorno del suo compleanno: «e dajeeeeeee, quest’anno è quello buono» per la Roma.

Silvia Toppetta

Ho conosciuto Gian Luca al mio primo convegno da relatrice, primo anno di dottorato. Era incaricato di scrivere la cronaca di quell’evento e mi chiese di inviargli un abstract del mio intervento. Fu la prima volta, forse, che ebbi la percezione del passaggio da studentessa a ricercatrice. Lo incontrai, qualche tempo dopo e sempre più spesso, nell’Archivio del Sant’Uffizio, dove condividevamo i nostri studi ed esilaranti pause caffè. Gian Luca nutriva una sincera stima nei miei confronti e sempre mi ha spronato a non mollare, anche nei momenti più complicati, anche quando non riuscivo a scrivere, pensando di non esserne più capace. In occasione del venticinquesimo anno dell’apertura dell’ADDF ha insistito fino a quando non ho accettato di scrivere un mio contributo per il numero monografico del «Giornale di Storia». Tra risate, battute e constatazioni anche dure di alcune realtà del mondo accademico, abbiamo condiviso molto. Gian Luca comprendeva. E non perdeva la speranza, o almeno non lo dava a vedere. Parlarne al passato fa male. Allora forse l’unico atto di giustizia che, da parte mia, posso rendergli è guardare al futuro con l’impegno di pensare a lui che, sorridendo, con una mano sulla spalla, mi dice: «Dai, Silvie’!».

Autori

  • Tommaso DELL'ERA
  • Vincenzo Tedesco

    Vincenzo Tedesco è assegnista di ricerca in Storia medievale presso l’Università degli Studi di Messina, docente a contratto della stessa disciplina presso il Consorzio Universitario del Mediterraneo Orientale (C.U.M.O.) di Noto, nonché fellow dell’Institute for Advanced Study (I.A.S.) della Central European University (C.E.U.) di Budapest. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sullo studio del dissenso religioso e delle pratiche magiche tra il tardo Medioevo e la prima età moderna. Tra le sue pubblicazioni: Storia dei valdesi in Calabria. Tra basso Medioevo e prima età moderna (Rubbettino, 2015); Inquisizione, eresia e magia nel tardo Medioevo (La Vela, 2020); L’anima di Traiano tra inferno e paradiso. Storia di una leggenda medievale (Carocci, 2024)

  • Silvia Toppetta

    Nel 2019 ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia, Antropologia, Religioni presso la Sapienza Università di Roma, con una tesi dal titolo L’Inquisizione a Modena nel primo Seicento. È risultata vincitrice di borse presso l’Istituto Sangalli di Firenze e presso la SISEM, partecipando a diversi seminari e convegni. Ha conseguito il Diploma di Archivista presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica, dove risulta iscritta al secondo anno del Corso biennale di Archivistica Moderna e contemporanea. Attualmente è assegnista di ricerca presso il DHMoRe dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. I suoi contributi vertono sulla storia religiosa e politica tra Cinque e Seicento, con particolare attenzione all’Inquisizione romana e ai conflitti giurisdizionali