«Né vecchio né nuovo». Il primo governo Amato al crepuscolo della repubblica dei partiti (1992-1993)
All’indomani dell’elezione di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale (25 maggio 1992), accelerata dalla strage di Capaci (23 maggio 1992), il primo governo Amato s’insediava sullo sfondo di una dura temperie economica, finanziaria, civile, politica, istituzionale e giudiziaria, generata da una serie di processi di lento e lungo corso.
Mentre la criminalità organizzata attaccava lo Stato a colpi di autobombe, l’esplosione del debito pubblico frenava l’integrazione economica dell’Italia in Europa per la difficoltà ad allinearsi ai parametri di convergenza imposti dal Trattato di Maastricht a fondamento dell’Unione (7 febbraio 1992). Almeno da un decennio, intanto, il partito come «forma politica dell’aggregazione sociale» versava in una profonda crisi di legittimità e credibilità.
Alla vigilia degli anni Novanta, il modello novecentesco del partito di massa in Occidente aveva quasi completamente smarrito la sua originaria funzione rappresentativa di specifici segmenti sociali. I partiti come veicoli delle domande sociali, nonché come strumenti di acculturazione, socializzazione, educazione e formazione dei cittadini – e perciò come ingranaggi fondamentali del processo di democratizzazione delle nazioni – si erano cominciati a contaminare già a ridosso degli anni Sessanta, quando le rigide e preesistenti divisioni di classe iniziarono a sfumare parallelamente ad una società che perdeva i suoi riferimenti ideologici sulla spinta di una graduale secolarizzazione. La scomparsa delle vecchie fratture – più diffusamente note in sociologia come cleavages – che avevano prodotto il partito di massa ne determinò un allargamento oltre i confini della classe gardée, di primo riferimento, innescando meccanismi di isomorfismo che lo portassero ad adattarsi all’ambiente esterno e a plasmarsi in funzione di una società sempre più caratterizzata in senso corporativo e individualistico. A questa maggiore flessibilità sarebbe presto seguito un ripiegamento del partito nello Stato, con progressive verticalizzazione e burocratizzazione dei suoi apparati, che si tradusse in una gestione pressoché monopolistica delle politiche pubbliche, perseguita con pratiche di collusione intrapartitica allo scopo di poterne trarre risorse sicure e dunque più immediati e materiali benefici. Un processo di degenerazione dunque che, accentuandone il deficit di rappresentatività, suscitò un generale e diffuso sentimento di disaffezione da parte dell’elettorato verso una politica ormai autoreferenziale e non più ricettiva delle istanze dal basso.