«Né vecchio né nuovo». Il primo governo Amato al crepuscolo della repubblica dei partiti (1992-1993)

«Né vecchio né nuovo». Il primo governo Amato al crepuscolo della repubblica dei partiti (1992-1993)

Abstract: Il saggio si propone di analizzare il primo governo Amato (1992-1993) come uno degli snodi cruciali della transizione politico-istituzionale italiana dei primi anni Novanta, mettendone a fuoco principali caratteri e interventi che concorsero a ridefinire gradualmente la struttura delle relazioni tra partiti e governo, volti in particolare a restringere i margini di manovra dei primi per rafforzare di riflesso l’autonomia del secondo. A partire da un complesso e ricercato intreccio di fonti governative e parlamentari, quali i verbali delle riunioni del Consiglio dei Ministri e gli atti delle sedute plenarie al Senato e alla Camera dei Deputati, arricchito, tra gli altri apporti documentali e bibliografici, della copiosa stampa nazionale del periodo, l’indagine ha inteso evidenziare come, pur non senza contraddizioni, limiti e difficoltà, il primo esecutivo guidato da Giuliano Amato avesse contribuito ad avviare quella riconfigurazione degli equilibri istituzionali tra rappresentanza e governo che caratterizzò il passaggio dalla prima alla seconda stagione repubblicana italiana e in misura nient’affatto dissimile dalla direzione che gli sviluppi successivi della democrazia occidentale avrebbero intrapreso a cavallo tra XX e XXI secolo

All’indomani dell’elezione di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale (25 maggio 1992), accelerata dalla strage di Capaci (23 maggio 1992), il primo governo Amato s’insediava sullo sfondo di una dura temperie economica, finanziaria, civile, politica, istituzionale e giudiziaria, generata da una serie di processi di lento e lungo corso.
Mentre la criminalità organizzata attaccava lo Stato a colpi di autobombe, l’esplosione del debito pubblico frenava l’integrazione economica dell’Italia in Europa per la difficoltà ad allinearsi ai parametri di convergenza imposti dal Trattato di Maastricht a fondamento dell’Unione (7 febbraio 1992). Almeno da un decennio, intanto, il partito come «forma politica dell’aggregazione sociale» versava in una profonda crisi di legittimità e credibilità.
Alla vigilia degli anni Novanta, il modello novecentesco del partito di massa in Occidente aveva quasi completamente smarrito la sua originaria funzione rappresentativa di specifici segmenti sociali. I partiti come veicoli delle domande sociali, nonché come strumenti di acculturazione, socializzazione, educazione e formazione dei cittadini – e perciò come ingranaggi fondamentali del processo di democratizzazione delle nazioni – si erano cominciati a contaminare già a ridosso degli anni Sessanta, quando le rigide e preesistenti divisioni di classe iniziarono a sfumare parallelamente ad una società che perdeva i suoi riferimenti ideologici sulla spinta di una graduale secolarizzazione. La scomparsa delle vecchie fratture – più diffusamente note in sociologia come cleavages –  che avevano prodotto il partito di massa ne determinò un allargamento oltre i confini della classe gardée, di primo riferimento, innescando meccanismi di isomorfismo che lo portassero ad adattarsi all’ambiente esterno e a plasmarsi in funzione di una società sempre più caratterizzata in senso corporativo e individualistico. A questa maggiore flessibilità sarebbe presto seguito un ripiegamento del partito nello Stato, con progressive verticalizzazione e burocratizzazione dei suoi apparati, che si tradusse in una gestione pressoché monopolistica delle politiche pubbliche, perseguita con pratiche di collusione intrapartitica allo scopo di poterne trarre risorse sicure e dunque più immediati e materiali benefici. Un processo di degenerazione dunque che, accentuandone il deficit di rappresentatività, suscitò un generale e diffuso sentimento di disaffezione da parte dell’elettorato verso una politica ormai autoreferenziale e non più ricettiva delle istanze dal basso.

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Autore

  • Maria Scaglione

    Laureatasi nel 2024 in Scienze storiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Maria Scaglione è studiosa di storia politica e dei partiti dell’Italia repubblicana. Nel 2025 ha preso parte a una ricerca sperimentale sul gruppo parlamentare DC alla Camera dei Deputati (1946-1992) promossa dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” di Roma. Attualmente è borsista di ricerca presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli per un progetto che si propone di approfondire l’indirizzo e l’azione di Fiorentino Sullo alla guida del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale (1960-1962). Ricopre il ruolo di cultrice della materia in Storia dell’Italia contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II