«Io ci sarò ancora» l’ultima immagine (in absentia) di Aldo Moro

«Con quale senso di giustizia, con quale pauroso arretramento sulla stessa legge del taglione, lo Stato, con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che s’intenda negare si accetti e si dia come scontata la più grave e irreparabile pena di morte? […] È una cosa enorme. Ci vuole un atto di coraggio senza condizionamento di alcuno. Zaccagnini, sei eletto dal Congresso. Nessuno ti può sindacare. La tua parola è decisiva. […] E poi, detto questo, io ripeto che non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo.
Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Non creda la Dc di aver chiuso il suo problema, liquidando Moro.
Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore».
Aldo Moro. Lettera a Zaccagnini, 24 aprile 1978

È un lunedì, il 24 aprile 1978.1
Intorno a mezzogiorno le Brigate rosse rompono un silenzio durato quattro giorni, facendo rinvenire a Milano, Genova e Torino il comunicato n. 8, che torna a proporre come unica soluzione per la liberazione di Moro lo scambio di prigionieri.