Parole prigioniere. I graffiti delle carceri del Santo Uffizio di Palermo, a cura di Giovanna Fiume e Mercedes García-Arenal

Per i tipi dell’Istituto poligrafico europeo è stato recentemente pubblicato il volume Parole prigioniere, in cui la consolidata frequentazione delle fonti inquisitoriali da parte delle curatrici e il comune interesse per l’intersezione di identità religiose, sociali, culturali da queste rivelato ha sollecitato un’indagine sulle immagini e le scritture che affollano le carceres secretas dell’Inquisizione siciliana, costruite nel 1603 all’interno del palazzo dello Steri e restate in uso fino al 1782, e, più in generale, una riflessione in sede storiografica sull’uso di questa tipologia di fonte. Palinsesti derivati dalle ripetute imbiancature, figure e parole che materialmente «scrivono il carcere» (Fiume e García-Arenal, Introduzione, pp. 13), graffiti e iscrizioni testimoniano della vita nelle carceri del tribunale della fede nella capitale del viceregno spagnolo, aprendo nuovi interrogativi sulle dinamiche che regolavano il rapporto fra inquisitori e inquisiti e sulla possibilità di mettere in relazione l’iconografia espressa dai detenuti con l’analisi dei processi celebrati dal Sant’Uffizio palermitano: un’analisi, quest’ultima, condotta da Maria Sofia Messana, di cui resta testimonianza il volume Il Santo Uffizio dell’Inquisizione. Sicilia 1500-1782, apparso postumo a cura di Giovanna Fiume. Attraverso i contributi degli autori graffiti e scritture diventano i materiali di un cantiere in cui confrontare differenti prospettive d’indagine e specifici ambiti di ricerca nell’analisi di un fenomeno registrato nelle carceri e gli istituti di repressione e pena nell’Europa d’Antico Regime.

Sette i saggi che compongono il volume richiamando di volta in volta i diversi campi di studio da cui si può guardare al “fenomeno graffiti”: gli studi sull’Inquisizione, le indagini linguistiche e semiologiche per il rapporto che intercorre tra figura e parola, tra realtà e simbolo, gli studi agiografici, iconografici e di storia religiosa e liturgica chiamati in causa dalla tipologia prevalentemente religiosa della decorazione che affolla i muri delle celle di un’istituzione preposta, sotto l’egida della corona spagnola, alla difesa dell’ortodossia cattolica.

Ed  è proprio il primo saggio di Antonio Castillo Gómez (L’ultima volontà scriver desio. Scrivere sui muri nella Spagna moderna) a richiamare la dimensione sovranazionale del Sant’Uffizio palermitano, riscontrando affinità fra le raffigurazioni qui presenti e quelle che compaiono all’interno della vasta gamma di istituzioni e modalità punitive predisposte dalla composita monarchia ispanica: espressione, le une e le altre, della «macchina grafomane» favorita dalla stessa istituzione di reclusione e, contemporaneamente, esemplari di una «scrittura criminale», di resistenza all’autorità operata dagli autori nel tentativo di non perdere se stessi.

Di taglio storiografico e metodologico, ma allo stesso tempo di stampo “militante”, è il contributo di Adriano Prosperi che propone una riflessione sulla polisemia del termine “popolare” alla cui sfera di riferimento i graffiti sono stati ascritti. Ne sono esempio le coeve ma opposte letture proposte da Giuseppe Pitré e Cesare Lombroso: il primo che fu l’entusiasta e commosso conoscitore di alcuni graffiti portati alla luce dai restauri del Sant’Uffizio palermitano ai primi del Novecento, da lui interpretati come espressione del profondo sentire del popolo; il secondo, autore di un sistematico censimento delle scritture carcerarie, che vide nei graffiti la pericolosa espressione di un popolo primitivo e inferiore estraneo alle “classi oneste”. L’analisi di una scritta sulla parete di una cella dello Steri Ogni peccato al fin giustizia aspetta e di altre raffigurazioni consente poi a Prosperi di soffermarsi sullo stretto legame che intercorreva nell’Europa cattolica del Cinque e Seicento fra «senso del peccato e attesa di giustizia» e di verificare, attraverso il rimando ad altri graffiti carcerari eseguiti in luoghi e tempi diversi la pluralità di sentimenti, concezioni, appartenenze di volta in volta decodificabili ricostruendo il contesto socio-culturale in cui furono prodotti.

 

Particolare dei graffiti ritrovati all’interno di Palazzo Chiaramonte-Steri, Palermo

 I saggi di Mario Torcivia (I santi raffigurati nelle carceri e la loro iconografia) e di Pietro Sorci (Teologia, liturgia e pietà popolare nei graffiti delle carceri palermitane dell’Inquisizione) si concentrano sulle immagini sacre che affollano le pareti delle celle del piano terra e del primo piano del palazzo dello Steri. Il primo, attraverso una laboriosa identificazione dei santi raffigurati sulla base degli attributi di ciascuno di essi, fornisce indicazioni sulla datazione del graffito registrando anche le mutazioni nel tempo della simbologia e quindi anche le trasformazioni del culto: un percorso che gli consente di verificare anche il prevalere della santità martiriale nella sensibilità religiosa e cultuale dei detenuti. Pietro Sorci, ricostruito il  contesto istituzionale, socio-culturale e religioso di Palermo guarda invece alla composizione della popolazione che affollava le celle dello Steri: ebrei, musulmani o sospettati tali, rinnegati, luterani, calvinisti, valdesi, millenaristi, poligami, negromanti bestemmiatori, sollecitatori, maghi, fattucchiere, restituendoci così il quadro dell’eterogeneità degli individui, della diversità di razze, religioni, e di quell’ossessione del “diverso”, del “meticcio” che pervase quella società. Rilevando la cultura teologica e la conoscenza della Scrittura che traspare da alcuni graffiti, Sorci ipotizza che alcuni di essi potessero far parte di un programma imposto dai giudici o ispirato da membri del clero o di confraternite che assistevano i prigionieri.

Giovanna Fiume (Visibile parlare. Disegni e scritture esposte nelle carceri segrete) nel sottolineare il nesso tra senso di giustizia e senso di colpa, fra obbedienza e redenzione di cui si fanno espressione i graffiti dello Steri, rileva che essi non contengono tuttavia recriminazioni o invettive contro chi esercita un potere politico e religioso oppressivo che non contempla il perdono. Guardando al complesso di raffigurazioni e iscrizioni come ad una «grafosfera» e soffermandosi in particolare sul graffito discensus ad inferos, sottolinea la cultura teologica e biblico-testamentaria dell’autore interrogandosi sul rapporto fra detenuti e immagini. Il processo di contemplazione e meditazione che si stabiliva fra i primi e le seconde poteva anche configurarsi come un esercizio di pietà o diventare un memento dei poteri e meriti della divinità raffigurata. Per questa via le immagini si trasformavano in amuleti e talismani, come le immaginette o le statue dei santi per i fedeli.

Mercedes García Arenal (Muri parlanti. Processi inquisitoriali e identità religiosa nelle carceri del Santo Uffizio di Palermo), richiamando il dibattito degli anni Ottanta/Novanta sulla natura della documentazione processuale, si sofferma su una particolare cella abitata fra il 1632 e il ’33 da tre detenuti – l’inglese John Andrews, Giovan Battista Guido e Gabriel Tudesco – che lasciarono iscrizioni e graffiti firmandoli con le loro iniziali, a testimonianza di un cameratismo che si era probabilmente instaurato fra loro. L’esistenza di relaciones de causa su questi personaggi e il testo di un’ispezione condotta allo Steri consente all’autrice di ricostruire le storie dei tre personaggi che ci trasportano nell’Europa del Seicento, con la fine dell’unità cristiana e il moltiplicarsi delle confessioni religiose, con le sue guerre di religione, con i suoi mari percorsi dai barbareschi che catturavano individui e cose per portarli sulle coste dell’Africa. Ci si trova così di fronte a rinnegati, persone che impazzivano o diventavano violente per la confusione di messaggi di fedi diverse, o che arrestati per blasfemia dopo aver perso una partita a dadi, portavano nel carcere il loro analfabetismo, la loro rozzezza e che si ritrovano insieme a comporre in una cella dello Steri un complesso graffito e a firmarlo con le loro iniziali.

Il saggio di Valeria La Motta (Prigionieri senza causa di fede. Il caso di Francesco Baronio Manfredi) che chiude il volume prende in esame l’apparato iconografico di una cella in cui si ritiene fosse stato rinchiuso nel 1647 il prestigioso storico e intellettuale palermitano Francesco Baronio, sulla cui detenzione non esiste alcun documento che ne certifichi l’arresto, l’entrata o l’audizione da parte degli inquisitori. Un caso, quindi, particolare che induce l’autrice a richiamare la storia politico-istituzionale e i rapporti che intercorrevano nella capitale del viceregno fra le istituzioni spagnole, quelle cittadine e quelle romane. Il sospetto che Baronio, fino ad allora in buoni rapporti col Santo Uffizio, fosse stato l’ispiratore della rivolta antispagnola del 1647-48 e il promotore di una Repubblica che restituisse a Palermo la sua libertà, potrebbe costituire il motivo di una così segreta detenzione di una personalità che fra il 4 giugno e il 28 dicembre 1647 raffigurò sulle pareti della sua cella immagini di santi. Confrontando i dies natales dei santi contenuti nel Martirologio romano, La Motta arriva alla conclusione che l’illustre prigioniero, prolifico autore di testi di storia della Sicilia e delle sue istituzioni, e autore di un De maiestate panormitana sui santi della propria città, abbia continuato a fare il suo mestiere di agiografo misurando contemporaneamente i giorni della sua detenzione.

Cantiere di ricerca in cui applicare diversi approcci a immagini e storie di vita, stimolo a nuove indagini sui “muri parlanti”, il volume contiene infine un accurato dossier fotografico attraverso cui studiosi e visitatori dello Steri possano decodificare l’iconografia che affolla le mura del carcere palermitano.