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Sulla politicità del brigantaggio meridionale dopo il 1860

Tommaso Cava de Gueva fu un ufficiale dell’esercito borbonico che nel maggio del 1860, a pochi mesi dal crollo finale del Regno delle Due Sicilie, entrò a far parte dello Stato maggiore del generale Pianell. Il 18 luglio raggiunse il fronte del Volturno e il 19 ottobre ricevette la nomina a capo di Stato Maggiore della divisione rimasta a Capua che, al suo comando, effettuò alcune brillanti sortite prima del vero e proprio blocco della piazza, dopo il quale capitolò il 2 novembre 1860.

Entrato, poi, a far parte dell’Esercito italiano, ben presto Cava de Gueva assunse un atteggiamento di aspra contestazione nei confronti delle angherie che, a suo avviso, l’alto Comando e i suoi stessi commilitoni che avevano deciso di servire sotto le insegne dei Savoia, perpetravano contro il popolo napoletano. Ottenuto il congedo, Cava de Gueva passò definitivamente fra i nemici del nuovo ordine costituito, aderendo all’attività dei Comitati borbonici costituitisi nella Penisola, a Malta, in Belgio, a Londra e a Parigi e pubblicando violenti opuscoli polemici contro l’«invasione piemontese». Tra questi si distinse immediatamente l’Analisi politica del brigantaggio attuale nell’Italia meridionale, che nel 1868 venne ricordato da Leonardo Sciascia nel saggio, Brigantaggio napoletano e mafia siciliana. A proposito del pamphlet di Cava, l’autore del Giorno della civetta scriveva:

Un legittimista napoletano, il cavalier Tommaso Cava de Gueva, pubblicava nel 1865 un’Analisi politica del brigantaggio attuale nell’Italia meridionale, sulla quale pregava volgesse “uno sguardo meditativo”, il re Vittorio Emanuele II; il quale sì era un usurpatore riguardo ai Borboni e al Regno delle Due Sicilie, ma in quanto “testa coronata” stava, per l’autore, al di sopra di ogni responsabilità e colpa. Nel suo integrale legittimismo, Cava si dichiarava “convinto per effetto di esperienza, che tutte le teste coronate sono le auguste vittime dei tristi nei politici rivolgimenti”, e quindi le trovava “meritevoli d’indulgenza, anche quando apparentemente si rendono responsabili di atti biasimevoli”. Convinzione alquanto infondata; ma più infondata la speranza che Vittorio Emanuele gettasse sull’Analisi uno sguardo meditativo. Vittorio Emanuele lo sguardo l’aveva, ma meditativo no di certo. E d’altra parte c’era poco da meditare su un’analisi che muoveva dall’affermazione che: “soltanto sotto il legittimo governo dei Borboni, le regioni meridionali d’Italia avevano goduto “tranquillità, leggi dotte ed eque, onoranza nazionale, indipendenza, possibile a uno Stato secondario, ricchezza economica, prosperità commerciale, morale pubblica, dovizia generale.

Né erano poi così lampanti, aggiungeva Sciascia, la diversità e la distinzione tra la «politica reazione armata» e il brigantaggio descritte da Cava de Gueva, se il generale catalano José Borjes, venuto nel Mezzogiorno d’Italia con l’illusione di dirigere quella reazione armata, si era trovato nella tragica condizione di non poter distinguere, in Carmine Crocco, e in altri della stessa specie, il sentimento legittimista dalla vocazione a delinquere. A Sciascia non sfuggì, comunque, che lo scritto dell’ufficiale borbonico meritava di essere inserito a pieno titolo nel dibattito sulla natura del brigantaggio, questione di lunghissima durata, tuttora non completamente risolta, sulla quale si è esercitata di recente la riflessione di Eugenio Di Rienzo, direttore della «Nuova Rivista Storica». Ne Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico, pubblicato quest’anno dall’editore D’Amico, Di Rienzo passa in rassegna le varie interpretazioni della rivolta armata che travagliò per quasi un decennio l’Italia meridionale dopo l’Unità, partendo proprio dal pamphlet Analisi politica del brigantaggio attuale nell’Italia meridionale.

 

Di Rienzo nota innanzitutto che il brigantaggio, nella corrente interpretazione storica, è stato sempre considerato privo di un vero e proprio ideale politico. Ciò non toglie, però, che esso abbia esercitato, «volente o nolente, consapevole o ignaro, un’azione politica, in quanto nasceva da condizioni politiche, era mosso da agenti politici, tendeva a un risultato politico». Il direttore della «Nuova Rivista Storica», riprendendo le acute (e dimenticate) considerazioni di Gino Doria, spinge il lettore a guardare con gli occhi dello storico il banditismo politico: «quella massa raccogliticcia di uomini rozzi e ignoranti, incapaci di distinguere il bene dal male, i cui istinti bestiali avevano modo di sfogarsi in tutta la loro primitiva irruenza anche per la condizione in cui venivano a trovarsi, di belve perseguitate, circondate, destinate fatalmente al macello, ai quali si erano uniti il proletariato contadino, oppresso dalle nuove imposizioni e dagli obblighi della leva, borghesi, intellettuali, reduci dell’esercito di Francesco II, seguaci dei fratelli Poerio poi divenuti militanti del partito liberale antiunitario napoletano, crociati dell’internazionale legittimista e numerosi garibaldini disingannati dalla mancata realizzazione del disegno di palingenesi sociale che avrebbe dovuto ispirare la liberazione del Sud».

E sempre Di Rienzo conclude che occorre ugualmente respingere le opposte valutazioni del brigantaggio, da una parte come puro fenomeno di delinquenza comune, dovuto all’anarchia serpeggiante nel Mezzogiorno dopo la partenza dei Borbone da Napoli, dall’altra come una nuova Vandea i cui protagonisti sarebbero altrettanti eroi purissimi eroi alla La Rochejacquelein; è opportuno ricondurlo, invece, alla sua dimensione politica di guerra di fazione, insorta nelle province, «tra “galantuomini liberali”, che vedevano nel parlamentarismo sabaudo, o almeno nella sua macchina elettorale, quelle chances di ascensione sociale che lo Stato dei Borbone non offriva né prometteva, e “galantuomini legittimisti”, sostenitori e finanziatori della restaurazione della monarchia duosiciliana nel cui seno avevano trovato posizioni di privilegio economico e politico apparentemente inattaccabili, che li portavano a preferire, ma non sempre per mere ragioni di interesse personale e spesso, invece, per sincero attaccamento all’antica dinastia, la Nazione Napoletana alla mal conosciuta Patria italiana che fino a quel momento si era presentata loro solo col lampeggiare delle baionette e con il gravame delle imposte».

La validità di questa chiave interpretativa appare, nel lavoro di Di Rienzo, confermata dalle singolari convergenze che si possono riscontrare fra le considerazioni sul brigantaggio espresse da un autore legittimista, come Cava de Gueva, e i giudizi, di orientamento del tutto opposto, dei protagonisti di quegli stessi eventi. Addirittura uno dei maggiori attori della repressione del movimento anti-unitario, come Manfredo Fanti, capo di Stato maggiore generale dell’Esercito sardo, nell’aprile del 1861, riconobbe le «nobili e potenti ragioni» della massa degli ufficiali borbonici che avevano resistito fino alla fine e che ingrossarono le file della reazione antiunitaria». Costoro, scrisse Fanti, erano membri di un esercito che, eccettuate poche truppe straniere, era composto da «elementi nazionali» i quali, dopo essersi opposti valorosamente alle armate garibaldine sul Volturno, giustificarono la loro condotta adducendo il necessario tributo al giuramento di fedeltà che li legava indissolubilmente al loro legittimo sovrano e, soprattutto, al «legittimo governo napoletano riconosciuto dalle Corti dell’intera Europa».

Sulla stessa linea, l’aristocratico piemontese Bianco di Saint-Jorioz non esitò a individuare le cause sociali del fenomeno che era stato chiamato a soffocare nel sangue. Nel suo diario di guerra, infatti, egli indicò il ruolo fatale esercitato, nel divampare della rivolta, dall’improvviso impoverimento delle masse contadine, a sua volta riconducibile alla crisi rivoluzionaria del 1860, al brusco cambio di regime che ne era derivato, alla resistenza al nuovo ordine di cose, agli eccessi della repressione con cui si era scelto di estinguere quella resistenza e, infine, al repentino aumento dell’imposizione fiscale, al deprezzamento della moneta, al carovita e alla penuria di capitali dei proprietari e dei fittavoli. D’altra parte, persino Benedetto Croce, ricorda Di Rienzo, sostenne che la spietata e indiscriminata persecuzione contro i nostalgici della vecchia dinastia si era spesso estesa anche a chi non aveva commesso alcun crimine ed era semplicemente sospettato di nutrire affetto e rimpianto verso i Borbone, sostenendo che proprio questo fattore aveva contribuito ad allontanare larghi strati della società meridionale dal nuovo organismo unitario, minando irrimediabilmente la fiducia nelle garanzie di libertà assicurate dallo Statuto albertino.

Ben diversa, invece, fu l’interpretazione «ufficiale» del brigantaggio, affidata alla relazione di Giuseppe Massari, segretario della Commissione d’inchiesta parlamentare istituita il 16 dicembre 1862. A detta del relatore, infatti, quel fenomeno puramente criminale doveva essere considerato come «un malanno essenzialmente e prettamente sociale», privo di alcuna relazione con la politica, la cui causa andava individuata nel lungo malgoverno borbonico, nella cospirazione anti-italiana della Santa Sede, del governo di Francesco II in esilio e dei suoi accoliti. Con tale petizione di principio, Massari sollevava il nuovo regime da ogni responsabilità per la genesi dell’insorgenza antiunitaria, escludendo a priori il movente politico. Fu questo, conclude Di Rienzo, lo stratagemma usato per liquidare quella che ormai era divenuta la «questione napoletana», senza risolverla né comprenderla, anche sul piano dell’analisi storica, per i 150 anni a venire. Nulla da stupirsi, allora, commenta lo storico romano, se la mancata assunzione del banditismo politico a dignità di problema storiografico ne abbia decretato l’abbandono all’oblio e, peggio, alla segregazione nel ghetto del rancore passionale e dell’astiosa recriminazione «suddista».