Wigforce-Brigata-Maiella

Alle origini della Brigata Maiella. Saggio sulla military effectiveness della Wigforce attraverso l’analisi della documentazione del War Office (6 dicembre 1943-11 gennaio 1944)

ABSTRACT

Il contributo si concentra sull’analisi dei War Diary redatti dalle unità dell’Ottava Armata britannica dispiegate nel comprensorio del Sangro-Aventino, in Abruzzo, tra il 6 dicembre 1943 e l’11 gennaio 1944. Si tratta di un corpus documentario ̶ conservato presso gli archivi governativi britannici del The National Archives ̶ ad oggi trascurato dalla comunità scientifica, che permette di analizzare la military effectiveness della Wigforce e di gettare nuova luce sulle origini della Brigata Maiella. I nuovi elementi raccolti ampliano le conoscenze finora acquisite dalla storiografia e restituiscono un’immagine duttile ed elastica delle forze armate britanniche, non più organismo diffidente e farraginoso, ma “moltiplicatore di forze” per il legittimo desiderio di Libertà della popolazione abruzzese.

Nei primi giorni del dicembre 1943, la 2ª Brigata Indipendente Paracadutisti britannica fu dispiegata nel comprensorio abruzzese del Sangro-Aventino per proteggere il fianco sinistro della 2ª Divisione Neozelandese, incaricata di conquistare il paese di Orsogna, importante caposaldo tedesco ubicato lungo la Linea Gustav. I paracadutisti britannici e, successivamente, il 2° Battaglione Royal Inniskilling Fusiliers incontrarono nella richiesta di aiuto perorata dagli abitanti di Civitella Messer Raimondo un imprescindibile supporto alle probabili incursioni tedesche nel territorio di Casoli. Tuttavia, agli inizi del 1944, con il dispiegamento della 36ª Brigata di Fanteria britannica, i vari gruppi resistenziali della Maiella furono fatti confluire nella neonata Wigforce, che, guidata dal maggiore Wigram, iniziò ad operare con l’obiettivo di danneggiare le linee di comunicazione nemiche e di liberare il territorio dall’occupazione tedesca.

Alle origini della Brigata Maiella. Saggio sulla military effectiveness della Wigforce

attraverso l’analisi della documentazione del War Office

(6 dicembre 1943-11 gennaio 1944)

di Francesco Di Cintio

 

  1. Il problema storiografico

Il supporto armato fornito dalla Gran Bretagna alla Resistenza armata italiana e la cooperazione operativa tra il personale britannico e i partigiani sono stati oggetto di differente attenzione da parte della storiografia italiana a causa delle diverse prospettive interpretative che hanno caratterizzato la ricerca storica, sia a livello nazionale, sia locale, riguardo allo studio della Seconda guerra mondiale.

Se, nell’immediato dopoguerra, la ricerca italiana aveva evidenziato la marcata ostilità delle forze armate angloamericane verso il movimento resistenziale italiano, a causa principalmente del pregiudizio politico, dagli anni Ottanta in poi, soprattutto grazie ai lavori di Elena Aga-Rossi e Massimo De Leonardis, si erano avanzati seri dubbi sulle precedenti interpretazioni, poiché si era ricondotto l’atteggiamento alleato a motivazioni di carattere militare. Le nuove ipotesi interpretative erano state raggiunte grazie all’ampliamento del quadro documentale, dovuto alla progressiva declassificazione dei documenti militari anglo-americani e alla pubblicazione in più volumi della monumentale storia ufficiale dell’intelligence britannica durante la Seconda guerra mondiale curata dal Professore Sir Francis Harry Hinsley. L’adozione di nuovi strumenti interpretativi e l’utilizzo di materiali documentari prodotti principalmente dallo Special Operations Executive (SOE) britannico, hanno permesso una riconsiderazione complessiva dell’operato alleato nei confronti della Resistenza italiana durante la Campagna d’Italia: senza il sostegno angloamericano in termini di addestramento, denaro, armi e munizioni, «come lo stesso Ferruccio Parri ebbe da ammettere, il movimento partigiano italiano avrebbe fatto ben poca strada».

La nuova stagione storiografica ha correttamente inquadrato la propria analisi in un contesto di guerra asimmetrica, nella quale le esigue formazioni partigiane differivano in modo significativo dalle truppe regolari tedesche oltre che per il numero di uomini, per la qualità e quantità dell’equipaggiamento a disposizione, per l’addestramento ricevuto e per l’esperienza già acquisita in combattimento. Tale sbilanciamento di forze ha implicato strategie di guerra non convenzionali, nelle quali, come ha notato con chiarezza Luca Baldissara, il “darsi alla macchia” e il supporto della popolazione locale, che si espresse in protezione, reti di sentinelle, raccolta di informazioni e foraggiamento, diventavano fattori imprescindibili per la sopravvivenza stessa delle formazioni combattenti. Era un tipo di guerra, l’unconventional warfare, che richiedeva ai partigiani italiani, coadiuvati dagli agenti britannici, di applicare i pilastri dottrinali della guerrilla warfare per compensare le proprie carenze quantitative e qualitative nei confronti dell’esercito tedesco, e li induceva ad utilizzare tecniche e tattiche specifiche, quali imboscate, sabotaggi, raid, azioni “mordi e fuggi”, mobilità e occultamento.

Grazie all’utilizzo delle fonti governative britanniche è stato possibile approfondire gli aspetti di carattere militare riconducibili alle difficoltà tecniche di infiltrare agenti e materiale bellico dietro le linee nemiche, alla necessità di addestrare i partigiani spesso privi di un’adeguata preparazione, di coordinare le varie formazioni, di dirimere contrasti interni agli stessi movimenti resistenziali e di mettere in atto operazioni di disturbo e sabotaggio degli obiettivi sensibili e delle linee di comunicazione tedesche.

A dispetto di questi considerevoli risultati raggiunti, la storiografia e la memorialistica, sia nella dimensione nazionale, sia in quella locale, non hanno fornito adeguati spunti di riflessioni sull’influenza che l’Ottava Armata britannica esercitò sul fenomeno della Wigforce – unità formata da patrioti italiani e soldati inglesi comandata dal maggiore Lionel Wigram – costituitasi nel contesto di guerra convenzionale e simmetrica combattuta lungo la Linea Gustav, ben diversa dall’asimmetria di cui soffrivano le formazioni resistenziali dell’Italia centro-settentrionale. Si tratta di un nodo gordiano che la comunità scientifica non ha sinora sciolto, lasciando irrisolte – e prive di una risposta documentata – numerose questioni circa la natura e l’evoluzione della cooperazione militare tra gli alleati e il movimento resistenziale del Sangro-Aventino tra il dicembre 1943 e il gennaio 1944. Oggi, più che mai, si sente l’esigenza di accogliere testimonianze sinora rimaste in ombra. Nel saggio La Brigata Maiella. Origini e sviluppi della Resistenza in Abruzzo 1943-1944, Piero Di Girolamo ha infatti esortato a lavorare nella direzione di sciogliere alcuni dei nodi problematici, ovvero, è necessario, a suo giudizio, «allargare l’attenzione ad altri archivi italiani ma soprattutto anglo-americani e anche tedeschi» al fine di giungere ad una «ricostruzione complessiva che ricollochi storicamente origini ed esperienza della Brigata Maiella nel contesto della Resistenza e della guerra di Liberazione non solo in Abruzzo, ma anche in rapporto a tutti i soggetti che intersecarono la sua esperienza».

 

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La mappa, riprodotta a mano dal quartier generale di Brigata, illustra l’ampio fronte del settore adriatico della Linea Gustav assegnato alla 2ª Brigata Indipendente Paracadutisti (Dicembre 1943-Marzo 1944)

La prima stagione storiografica, infatti, utilizzando perlopiù la documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Chieti, aveva circoscritto l’attenzione alla sfera politico-sociale della storia della Brigata Maiella e al suo rapporto con le forze armate alleate, spesso tacciate di nutrire una ingiustificata diffidenza nei confronti dei “maiellini”. Per Nicola Troilo, il sospetto degli ufficiali britannici era originato dal timore di una deriva politica del movimento resistenziale della Maiella: si sarebbe paventato, a suo parere, che, nel desiderio di combattere palesato da Ettore Troilo e dai suoi patrioti, «rientrassero aspirazioni di carattere politico e sociale». Per essere più espliciti, ci si preoccupava che «non si cercasse, con la scusa di cacciare i Tedeschi, di sovvertire l’ordine sociale esistente in favore di una qualunque idea politica». È uno scetticismo che Carlo Vallauri rintracciava nella «diffidenza pregiudiziale degli ufficiali di un esercito sbarcato in Italia per occupare il territorio nemico e sconfiggere i tedeschi», cui si aggiungeva il movimento partigiano come un fenomeno che colpì di sorpresa gli ufficiali inglesi «come essi fossero del tutto impreparati a valutare l’imprevista disponibilità di italiani pronti non solo a collaborare, ma anche a combattere accanto alle truppe britanniche».

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