1588: un annus archivisticus. Carte e notai al tempo di Sisto V

1588: un annus archivisticus

Carte e notai al tempo di Sisto V

di Raffaele Pittella

 

  1. Modelli di lunga durata

Il 1588 ha rappresentato un anno fondamentale nell’evoluzione della storia archivistica dello Stato Ecclesiastico: lo si potrebbe tranquillamente definire un annus archivisticus. Nel giro di pochi mesi furono infatti promulgate una serie di disposizioni i cui effetti condizionarono i modi e le forme della trasmissione documentaria per un arco di tempo di durata plurisecolare. Ma non solo. In quell’anno anche il valore giuridico attribuito agli archivi si caricò di nuovi significati, e lo Stato sembrò scoprire che le scritture costituivano una fonte non trascurabile di guadagno.

Del resto, non è un caso che alla vigilia del 1870 l’architettura archivistica pontificia risultasse ancora fortemente condizionata dalle decisioni assunte all’epoca di Sisto V. Un’architettura le cui morfologie non subirono radicali trasformazioni persino a fronte delle numerose spoliazioni cui andarono soggetti i depositi documentari romani durante la dominazione napoleonica. Fu proprio nel 1588 che presero forma i due diversi modelli di conservazione archivistica che hanno caratterizzato lo Stato Ecclesiastico nel lungo, lunghissimo periodo, e destinati a mantenersi pressoché inalterati per tutta l’età moderna e ancora oltre, sino cioè alla breccia di Porta Pia. Il primo fu quello che caratterizzò la rete archivistica provinciale, dove le parole d’ordine divennero “accorpare” e “concentrare”. Il secondo fu invece quello che riguardò le sole città di Roma e Bologna, nelle quali piuttosto che far convergere le scritture originali in un unico grande archivio, si preferì custodirle in un pulviscolo di depositi di medie e piccole dimensioni, ognuno dei quali avente come punto di riferimento un ufficio notarile.

Due modelli archivistici dunque profondamente differenti, sebbene complementari l’uno all’altro, ma in ogni caso aventi lo stesso obiettivo: impedire che la documentazione dotata di fides publica potesse subire fraudolente manomissioni e improprie manipolazioni.

Grazie a Sisto V e grazie soprattutto all’opera di mediazione del cardinale camerlengo Enrico Caetani – a cui quel pontefice delegò il compito di attuare il suo progetto archivistico – nelle città, terre e castelli ricadenti sotto la giurisdizione temporale del papa sorsero strutture di concentrazione documentaria destinate ad accogliere in maniera seriale e continuativa tutte le scritture prodotte dai notai che avevano operato in quei territori, sia in veste di liberi professionisti sia alle dipendenze degli organi dello Stato, compresi gli organi giudiziari. Diverso fu invece il destino che riguardò gli archivi di Roma e Bologna, i cui rispettivi corpi notarili continuarono a godere degli stessi privilegi, delle stesse immunità e delle stesse autonomie riconosciute loro sin dal XIII secolo; libertà ribadite negli statuti cittadini e a cui i notai non intendevano certamente rinunciare.

Per tutta l’età moderna infatti a Bologna le carte dei notai defunti confluirono solo sporadicamente nell’Archivio pubblico, erede della medievale Camera actorum. Le uniche scritture che vi giunsero fino alla fine del Settecento derivavano da acquisti e donazioni e non da versamenti effettuati con regolarità dai singoli studi. Sino al 1806, anno in cui sotto l’egida napoleonica si provvide alla creazione di un Archivio notarile, nel capoluogo emiliano la trasmissione della memoria documentaria dei notai continuò ad essere caratterizzata dal passaggio degli archivi di notaio in notaio, da quello defunto al suo successore, fermo restante però l’esistenza di un sistema di registrazione degli atti in «memoriali», presente nella città a partire dal XIII secolo, e l’istituzione di un ufficio del Registro, avvenuta nel 1452.

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Roma, Cupola di S. Ivo alla Sapienza. Photo by Ágatha Depiné on Unsplash