La storia tra verità “discutibili” e mercato delle notizie

Credo che il centro argomentativo, il tema-guida di questo volume – ed evidentemente anche l’oggetto principale della nostra discussione – sia ciò che è espresso nel sottotitolo: «l’uso politico della storia». E anch’io, che non sono un antichista come Luciano Canfora, credo che si tratti di un problema antico quanto le società umane. A tal proposito voglio qui riferire un ricordo personale, imitando in questo una delle autrici del libro, Maria Grazia Pastura, che nel suo saggio ha riportato propri ricordi molto suggestivi e calzanti. La prima volta che ho scoperto l’uso politico della storia è stata esattamente in riferimento al mondo antico. Da giovane, studente universitario, stavo preparando l’esame di Storia romana alla Facoltà di Lettere della Sapienza con Santo Mazzarino e, ahimè, mi affaticavo sui due volumi de Il pensiero storico classico. Dico “ahimè” perché chi conosce questa grande opera sa che è una impervia montagna di erudizione in cui ci si smarrisce e che, soprattutto, è ostilmente inadatta a fungere da testo di esame. Comunque, fu in quell’occasione che rimasi colpito nel leggere, nelle pagine di Mazzarino, che alcune grandi famiglie romane – la gens Iulia o la gens Flavia, ad esempio – promuovevano l’elaborazione di storie che prendevano origine da mitici eroi eponimi. Narrazioni elaborate per evidenti ragioni politiche, cioè per dare origini illustri, blasone e potenza alle famiglie che contavano all’interno della società romana. Fu questa, la mia prima scoperta intellettuale di un “uso politico della storia”. Una pratica antica, dunque, come del resto illustra Canfora con molti altri esempi.

Io voglio ricordare che questo uso antico, questo permanente ricorso, nelle società umane, alla manipolazione della storia per fini politici è stato ribadito nel 1972 da Hannah Arendt. La pensatrice tedesca, in un testo dal titolo La menzogna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers – nel quale ricostruiva le motivazioni poste a fondamento dell’entrata in guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam – ricordava quasi con rabbia che «la menzogna deliberata e la bugia manifesta usati come strumenti legittimi per l’ottenimento di fini politici ci hanno accompagnato fin dall’inizio della storia scritta». Siamo quindi di fronte ad un fatto “eterno”. Però la Arendt aggiunge, poco più avanti, una riflessione che ci introduce su un elemento di specificità destinata a connotare in maniera originale il nostro tempo. Scrive la Arendt: «la manipolabilità umana è diventata una delle merci principali venduta sul mercato dell’opinione pubblica colta». Tale notazione è per noi di evidente interesse, perché in questo caso non ci illustra semplicemente un fenomeno consueto, che attraversa in maniera costante la storia millenaria della società. Arendt non si limita a denunciare la pratica per così dire eterna della manipolazione che i poteri dominanti compiono dei fatti, della loro rappresentazione e trasmissione.