Lecchi 2.2: storia di un progetto

La Mostra digitale su Stefano Lecchi e il suo proto-reportage di guerra è frutto di un progetto che si è sviluppato nel tempo e che, dopo aver raggiunto la sua forma attuale, risulta aperto ad ulteriori sviluppi.

L’obiettivo originario era quello di consentire di riunificare il corpus delle carte salate che Lecchi aveva realizzato in Roma nel 1849, realizzando un ambiente digitale in cui potessero affluire le fotografie possedute da vari Istituti sparsi in diverse parti del mondo.

L’idea non era nuova. Già trent’anni fa chi scrive fu ideatrice e responsabile del progetto Digima, che si poneva l’obiettivo di “riunificare” digitalmente il corpus di immagini che facevano parte del fondo Risorgimento della vecchia Biblioteca Vittorio Emanuele che per complesse vicende storiche era stato smembrato e allocato in due diverse istituzioni romane: la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea e l’Istituto Centrale del Risorgimento. Il progetto portò alla digitalizzazione di circa 5000 immagini, tutte in risoluzione di 300 ppi. Si trattava di raffigurazioni che andavano dal sedicesimo al ventesimo secolo e comprendevano, tra l’altro, fotografie relative alla Prima guerra mondiale, album di disegni di uniformi realizzati nell’Ottocento, antiche incisioni dell’isola di Malta, fotografie della Somalia italiana, oltre alle 41 carte salate di Stefano Lecchi possedute dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea. Ogni immagine era corredata dalla relativa scheda. Il progetto ebbe un buon risultato scientifico che però rimase confinato nell’ambito ristretto degli “addetti ai lavori” e oggi è confluito nella Digiteca della Biblioteca.

L’occasione che portò all’ideazione del progetto “Lecchi” derivò da due fattori concomitanti.

Il primo, e più rilevante, fu conseguenza della Mostra “Fotografare la storia: Stefano Lecchi e la Repubblica romana del 1849” che si tenne al Museo di Roma – Palazzo Braschi dal 16 novembre 2011 al 15 gennaio 2012. Tale mostra suscitò l’interesse della dottoressa Isotta Poggi del Getty Research Institute di Los Angeles. Tale istituto possedeva infatti un album donato da Michelangelo Caetani a Edward Cheney nel settembre 1849. Tale album era costituito da 41 fotografie di Lecchi (di cui quattro erano incollate a due a due a formare due panorami) alcune delle quali mancavano alla collezione romana che a sua volta ne possedeva altre assenti nella collezione statunitense. Nasceva così un rapporto di collaborazione tra i due istituti.

Il secondo fattore era di natura tecnologica: il Catalogo Unico del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali aveva sviluppato una piattaforma digitale (Movio) che consentiva l’allestimento di mostre digitali aperte alla libera consultazione in rete.

Si sviluppò pertanto un primo progetto, o per meglio dire, un prototipo che però si rivelò ben presto piuttosto limitato.

Questo Lecchi 1.0 era infatti ancora troppo specialistico e pareva rivolgersi solo ai cultori della storia della fotografia e agli specialisti di studi romani.

Si trattava di rivedere completamente la filosofia del progetto e passare quindi a una versione più ampia, che non si limitasse esclusivamente all’analisi dei rari documenti fotografici ritenuti come facenti parte del primo reportage di guerra conosciuto e della loro importanza nell’ambito della storia della fotografia.

La mostra digitale non doveva fermarsi ad esporre e descrivere le immagini di Lecchi ed eventualmente descrivere il contesto tecnologico che le aveva prodotte e le vicende storiche delle collezioni a cui appartenevano; ma occorreva contestualizzarle nel momento storico in cui erano state prodotte e diffuse.

Nacque pertanto il Lecchi 2.0 che si poneva come obiettivi:

  • presentare la figura di Stefano Lecchi
  • illustrare il suo reportage
  • descrivere il contesto storico della Repubblica romana del 1849 nel quale tale reportage si inserisce
  • presentare le carte salate possedute dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma, descrivendone al contempo le caratteristiche
  • presentare le carte salate contenute nell’Album posseduto dal Getty Research Institute di Los Angeles, descrivendone al contempo le caratteristiche
  • descrivere come i correnti strumenti di elaborazione elettronica possono essere un valido ausilio all’analisi delle immagini e del loro patrimonio informativo e alla tutela e conservazione di tali elementi
  • descrivere quanto relativo alle fotografie di Lecchi, indicare quante al momento attuale se ne conoscano e dove siano conservate, quali erano le raccolte storicamente più rilevanti, chi erano i possessori di tali collezioni, quali opere artistiche siano state realizzate “traducendo” le fotografie di Lecchi attraverso tecniche che ne permettessero un utilizzo più vasto e differenziato
  • inserire Lecchi e la sua opera nel contesto storico della Roma del 1849, trattando dei fotografi a lui contemporanei e delle opere artistiche che hanno avuto come soggetto quelle che a suo tempo avevo definito, con un termine poi destinato ad avere avuto fortuna, le “nuove rovine” di Roma
  • riservare un’ultima sezione a specifici approfondimenti riguardanti la tecnica fotografica da lui adoperata, le diverse campagne fotografiche in cui l’attività di Lecchi si era evoluta a causa del susseguirsi degli eventi e la conseguente selezione dei luoghi da ritrarre e, infine, la descrizione di alcune mappe dell’assedio di Roma, strumento ritenuto utile per contestualizzare eventi e fotografie nel loro ambito territoriale
  • corredare infine il lavoro con le schede relative alle singole carte salate possedute sia dalla Biblioteca di Storia Moderna che dal Getty Research Institute,

Partendo da queste necessità informative è nata la struttura della Mostra digitale e la sua segmentazione nelle varie sezioni.

Tenendo presente le finalità divulgative della stessa, per la quasi totalità degli argomenti trattati si è ritenuto opportuno scrivere un testo breve, un “abstract”, dell’argomento trattato, a cui far seguire un testo lungo destinato a chi volesse approfondirlo.

Questa la situazione al momento della realizzazione della versione 2.0

La Mostra era stata pensata e strutturata come un “work in progress”, aperto all’intervento di ulteriori Istituti che portassero al suo interno opere di Lecchi da essi possedute o a nuovi approfondimenti sui singoli argomenti trattati.

Un ripensamento totale del capitolo dedicato alla biografia di Lecchi è derivato dalla possibilità di ottenere la collaborazione di Roberto Caccialanza che con le sue scrupolose e approfondite ricerche aveva dato grande spessore alla figura del pittore-fotografo Stefano Lecchi.

Anche l’intervento di Giovanni Bonello gettava nuova luce sulla successiva attività lavorativa di Lecchi e anche sulla sua figura umana. Per questo all’interno della Sezione “Stefano Lecchi” si apriva un nuovo capitolo “Stefano Lecchi a Malta”.

Si è così arrivati alla versione 2.2 ma già procedendo per poter soddisfare, nel miglior modo possibile, quella che riteniamo sia un’esigenza dell’utente medio: la geolocalizzazione degli edifici fotografati da Lecchi nel suo reportage.

Mi si consenta infine una piccola precisazione che è, al contempo, una spiegazione del titolo di questo intervento: un progetto è individuato da un nome (spesso un acronimo o un nome che lo renda identificabile) e da due numeri, separati da un punto, nel nostro caso, 2.2. il primo numero indica che il progetto è stato totalmente ripensato nelle sue finalità e/o nelle sue funzionalità, mentre il secondo numero indica che sono state compiute modifiche e/o implementazioni che, pur non sconvolgendone la struttura di base, consentono di renderla più completa ed efficiente. Nella stragrande maggioranza dei casi, tali interventi sono sempre opportuni, se non necessari. Per questo un progettista esperto diffida sempre delle versioni “punto zero”!!!

Ammetto che quest’ultima osservazione non è farina del mio sacco ma frutto dei continui borbottii che mostrava mio marito, Mario Bottoni, a riguardo dei tanti “progetti punto zero” oggi tanto di moda. D’altronde, forte della sua quarantennale esperienza di sviluppatore di progetti software, mi è stato di valido aiuto sia nell’estensione delle presenti note che in tutto il lavoro di riconoscimento dei luoghi di Lecchi.

In conclusione ritengo doveroso, e per me gradito, segnalare i nomi di tutti coloro che con i loro testi hanno contribuito alla realizzazione di questo lavoro:

Giovanni Bonello, Mario Bottoni, Roberto Caccialanza, Giuseppe Monsagrati, Isotta Poggi (che della Mostra è mia co-coordinatrice).

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