L’ateismo dei cinesi in Matteo Ricci e Niccolò Longobardo

Gli scritti che i gesuiti inviarono dalla Cina furono il mezzo di un «rapporto duraturo tra la Compagnia e il pubblico» europeo. Il nuovo Paese fu riscoperto e a poco a poco svelato all’Europa che ne conobbe la geografia, la politica, gli usi dell’economia e i costumi e che ne subì il fascino. Le parole degli storici a commento dell’impatto di tali conoscenze in Europa sono significative: c’è chi scrive dell’inizio di una «esperienza di una nuova dimensione spirituale» e della «conquista di uno strumento di tipo nuovo»; chi sottolinea che fu evento «destinato a reagire in modo decisivo su tutta la sua vita, sulla sua cultura, sulla coscienza di sé e del proprio destino». Le prime descrizioni che giunsero sulle religioni dei cinesi, nonostante ovviamente il grande interesse dei missionari per le credenze e le pratiche, sono piuttosto brevi e scarne. Spesso i missionari porgono le proprie scuse per l’assenza di notizie su questo tema, indicandone i motivi nella difficoltà di comprendere, schedare e descrivere il carattere “religioso” della cultura cinese, in cui «no ay religión y el poco culto que ay, es tan intrincado, que sus mesmos religiosos no saben dar razón dél», scrive ad esempio Matteo Ricci a Giambattista Román nel 1584.

Nella lingua cinese, così come in molte altre lingue, non esiste una parola per significare “religione” nella stessa accezione del mondo europeo (tanto che per la Cina si parla di «invenzione delle religioni»). Possiamo quindi ben immaginare lo sforzo fatto dai primi gesuiti nel tentativo di classificare e narrare a coloro che mai avevano visto la Cina un sistema religioso che non aveva nulla di confrontabile nella realtà conosciuta dell’Europa di età moderna e che avrebbe di qui a poco creato importanti problemi alla cronologia biblica proprio con l’antichità delle sue credenze.

china-649517_640-Foto di Levi Fraser da Pixabay

 

Una delle questioni che la scoperta della Cina pose immediatamente all’attenzione del pubblico europeo fu quella del presunto ateismo che la governava. La parola ateismo usata dai primi gesuiti del Seicento in Cina era sorprendentemente ricca di significati. Essa stava a metà tra l’ateismo-politico con cui in Europa si andavano definendo le dottrine di Niccolò Machiavelli e del suo “allievo e imitatore” Jean Bodin, e l’ateismo con cui, dapprima gli ebrei, poi i cristiani in quanto eredi della tradizione giudaica, erano stati definiti dalla cultura romana, un concetto dunque legato ai comportamenti e alle abitudini, al non volersi mescolare con gli altri: era ancora priva sia del significato di “oltraggio” a Dio attraverso la sua negazione sia di quell’assenza di qualità morali che avrebbe accompagnato per lungo tempo la reputazione degli atei nella società europea. Una parola ancora in bilico nel suo significato, ma già pronta a entrare nel grande dibattito sul rapporto tra morale e religione che sarebbe sorto con la pubblicazione dei Pensées divers sur la comète (1682) e, ancor più con Continuation des Pensées diverses (1704) di Pierre Bayle ponendo con forza la questione dell’esistenza di una moralità anche in assenza di una credenza o di una fede religiosa.

Nel corso di questo scritto confronterò due descrizioni del sistema religioso cinese. Quella di Matteo Ricci (1552-1610), il fondatore della missione della Compagnia di Gesù in Cina e l’esecutore pratico della cosiddetta accommodatio gesuitica, e quella di Niccolò Longobardo (1565-1655), il successore del Ricci alla guida della missione ma anche oppositore e critico della metodica ricciana dell’adattamento. Due modi di intendere, comprendere e capire la Cina che si tradussero nell’elaborazione di due strategie missionarie diverse pur essendo nate entrambe in seno alla Compagnia di Gesù. Il punto di divergenza sorgeva dal contrasto che i due gesuiti ebbero nella comprensione del confucianesimo, e dunque di quella religione, o sistema morale di valori, che veniva dalla Compagnia di Gesù durante i primi passi in terra cinese ascritto all’ateismo: per Ricci un ateismo limitato ai confuciani dell’epoca, per il Longobardo ai confuciani del presente e del passato. Ma come vedremo anche dal diverso valore e giudizio morale attribuito a colui che veniva indicato come ateo: per Ricci l’interlocutore quasi ideale del cristianesimo, per Longobardo già un personaggio che, per il suo uso strumentale della religione, andava ascritto alla schiera di coloro di cui non ci si poteva fidare e che bisognava temere.