Il vescovo, il pittore e le reliquie. Carlo Bascapè, Giovanni Angelo Santini detto il Toccafondo e le catacombe romane

Il 20 maggio del 1603 un fastoso carro trainato da quattro cavalli bianchi e scortato da numerose guardie armate muoveva dalla chiesa di San Martino del Basto, oggi nel comune di Trecate sulle rive del Ticino, in direzione di Novara. Lungo il percorso, ornato da ingegnose architetture effimere, monumentali altari posticci ed eleganti iscrizioni di apparato, un grande numero di fedeli e religiosi in processione salutava il prezioso carico di reliquie dei primi martiri delle persecuzioni anticristiane inviato da Roma in quelle terre. Ad accogliere le numerose – «sei casse o cofani» – sacre spoglie dei primi testimoni della fede il giorno successivo nella Cattedrale, tra squilli di trombe, preghiere ed inni di giubilo, si trovava il vescovo Carlo Bascapè. Promotore e regista dell’intera iniziativa, intrapresa circa tre anni prima e studiata fin nei minimi dettagli, era stato Giovanni Battista Cavagna, «uomo peraltro di mezzana condizione», originario di Momo, nella diocesi novarese, religioso vicino al vescovo melegnanese al quale – nel giugno del 1593 – era stato caldamente raccomandato dal cardinale Girolamo Mattei, auditor Camerae.

 

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Cavagna, in verità, non era nuovo ad iniziative del genere: già tre anni prima, nell’estate dell’anno giubilare 1600, con lettere di raccomandazione del medesimo cardinale Mattei e di suo fratello Asdrubale, aveva inviato nella propria diocesi un discreto numero di reliquie catacombali – in un primo tempo conservate, quasi come in una sorta di Wunderkammer,

in una sala maestosa del romano palazzo Mattei –, tra le quali spiccava, generando oggi sorpresa considerata l’accortezza del Bascapè nella venerazione delle reliquie, un busto reliquiario della Vergine contenente «alquanto del latte e capelli suoi».

Stavolta, però, non tutto era andato come Cavagna aveva progettato: da Roma, nel sospetto che molte delle reliquie inviate a Novara non fossero autentiche o che forse quest’ultime non fossero state esumate dai cimiteri paleocristiani nel rispetto delle autorizzazioni necessarie, Cesare Baronio, per ordine di Clemente VIII, scrisse al Bascapè intimando l’arresto del Cavagna e la sospensione della venerazione dei reperti ossei sino a nuova deliberazione. Ad informarci in maniera dettagliata della spinosa vicenda, riportata – pur se malamente travisata – in uno dei più fortunati romanzi storici degli ultimi decenni, è Innocenzo Chiesa, barnabita, autore di una celebre biografia del Bascapè pubblicata a Milano nel 1636 per i tipi dello stampatore Filippo Ghisolfi.

Cavagna, secondo quanto narrato dal Chiesa, nel tentativo meritevole di dotare la propria diocesi di reliquie dei martiri – circostanza che, in effetti, a dispetto dell’arresto gli valse non pochi onori in patria – si era affidato per le proprie ricerche, assieme al conterraneo Flaminio Casella, ad un pittore romano, tale Giovanni Angelo Santini, che, in virtù di un permesso speciale concessogli da Clemente VIII per copiare le pitture presenti nelle gallerie cimiteriali, aveva acquisito nel tempo una impareggiabile conoscenza dei sotterranei della campagna romana.