Contro il “pregiudizio trascrizionista”. Le origini della notazione musicale in occidente
This paper examines the origins of musical writing. A general dicussion on this issue should fall in line with the platonic philosophy; namely the importance of sense of sight and its predominance on the sense of hearing, which has the effect that the alphabetic writing plays a central role in the three most important fields of western culture: language, arithmetic and music. The alphabet elaborates a perfect and economical system of discrete and recognisable elements and exert its strong influence on every field of knowledge. Musical notation is imitative and patternd after the structure of alphabetic language. After showing briefly the notation systems (the greek one, the main groups of neumatic notations, the Notre-Dame school), we will see how the invention of printing played a revolutionary role in the history of alphabetical and musical notation. The history of musical notation in particular pays homage to Plato when printed music appears: from this moment on, there will be a match between one single sound and one discrete, composable, analysable notational sign. The history of metaphysics thinks of writing as it were a “transcription” of something different than itself, both in relation to the spoken language, and to the organized sounds in music. Roland Barthes defines it as the “transcriptional prejudice” by whom the linguists are affected. This paper on the other hand aims to show how several writing techniques determine the phenomenon which is supposed to be represented by them. The musical event, unrepeatable and irreplaceable in its manifestation cannot be written, nonetheless it has to be submitted to the graphic sign in order to become an object of knowledge.
Trattare di scrittura musicale, a differenza di altre scritture come quella alfabetica, o sillabica, o ideogrammatica (detta anche logografica), o ancora aritmetica, significa fin da subito rimanere irretiti in una inestricabile rete di paradossi. Non abbiamo a che fare con una scrittura simbolica, contrariamente a quanto alcuni credono, data la irrelazione tra rappresentante e rappresentato. Ancor meno si tratta della scrittura di una lingua “naturale” come quella difesa dal filosofo Cratilo nell’omonimo dialogo platonico.Eppure da subito emerge un parallelismo e una dipendenza della notazione musicale dalla scrittura alfabetica, che risulta vincente in tutta la tradizione occidentale. Come scrive Eric A. Havelock, «Ricordiamo quali sono i tre presupposti teorici che devono essere soddisfatti contemporaneamente nello stesso sistema perché si abbia un vero alfabeto. In primo luogo, tutti i fonemi devono essere resi nel linguaggio in modo esauriente; secondariamente, il numero dei segni deve essere contenuto entro una cifra oscillante tra venti e trenta; i segni, infine, non devono essere suscettibili di un doppio o triplo impiego. La loro identità fonica deve essere definita e invariabile. […] Solo il sistema greco riuscì a soddisfare tutte e tre le condizioni». L’economicità dei segni, la caratteristica del fonema di essere elemento discreto posto alla base della articolabilità della parola, ogni singolo fonema/grafema rispondente al principium individuationis, questo insieme di condizioni rende l’alfabeto greco lo strumento vincente e fondante l’intera cultura occidentale. Se sistemi più antichi come quello delle culture egizie, mesopotamiche e semitica presupponevano necessariamente un’attività di decifrazione non immediatamente disponibile per tutti i potenziali lettori con la conseguenza che la lettura e la scrittura erano appannaggio solo di alcune classi privilegiate, l’alfabeto opera una vera e propria democratizzazione del segno; è evidente la conseguenza politica di un tale impianto: il concetto stesso di democrazia nasce in ambito greco. Quanto alla scrittura aritmetica, ancora più economica di quella alfabetica basandosi sulla combinazione di soli dieci simboli, pur trionfando in occidente solo secoli dopo l’invenzione dell’alfabeto, è debitrice nei confronti di questo come sottolinea Havelock: «[…] l’epoca di Newton è generalmente considerata come l’inizio dell’era della scienza moderna. A mio avviso, questo avvenimento è senza dubbio dipeso, in buona misura, dagli effetti congiunti della tecnica del sistema di numerazione indo-arabo e della tecnica dell’alfabeto greco, moltiplicati dall’introduzione della stampa. […] se l’una o l’altra di queste invenzioni fosse mancata alla nostra storia, riesce difficile immaginare come la scienza moderna avrebbe potuto fare la sua comparsa». E infine arriviamo al terzo caposaldo della cultura occidentale, la musica: «[…] si può stabilire un confronto tra l’apparizione della “musica” come forma artistica complessa che si serve del suono nell’epoca moderna e la manifestazione nell’antichità classica della “letteratura” come forma artistica ugualmente complessa che si serve dell’espressione verbale. L’”alfabetizzazione” linguistica, numerica e musicale può essere considerata come il fondamento tripartito della cultura occidentale […]».
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