«Chi ha cervelliera di vetro, non vada a battaglia di sassi». In risposta a Barbara Frale

L’andare in maschera «fuor del tempo di Carnovale», facendo uso degli pseudonimi letterari, non è certo novità dei nostri tempi, e può vantare illustre tradizione. Ma lo scrivere un’apologia dei propri libri sotto falso nome – e sotto falso nome insolentire i critici – è certo grave scorrettezza che mai nessuno ebbe a giustificare. Ci ha provato di recente il noto storico inglese Orlando Figes, e l’ha pagata cara: assalito dai giornali e disprezzato dai colleghi, si è dovuto piegare alle forche caudine del risarcimento e delle pubbliche scuse, richieste a gran voce da tutti. In Italia, invece, le cose vanno diversamente. Barbara Frale ha fatto altrettanto, sotto il truffaldino pseudonimo di Giovanni Aquilanti; una volta smascherata, però, è ricorsa alle colonne di un quotidiano non già per scusarsi, ma per gridare alla persecuzione. Respinge il paragone con il collega inglese, e afferma di essersi soltanto concessa «un gioco divertente»; garantisce di aver adottato lo pseudonimo d’accordo con il suo editore: dal Mulino, per vero, rispondono di non saperne nulla. Da ultimo ha consegnato a questa rivista una replica con l’intento di rigurgitare veleno su di me, che l’ho smascherata: quindici pagine spericolate, nelle quali riesce nell’impresa di non dire neanche una parola sugli addebiti che le venivano mossi. Dal che si deducono almeno due cose: la prima che l’autrice non ha potuto negarli, e li ha quindi confermati ed elusi; la seconda, forse più grave, che ella ha del «divertimento» un’idea non meno dubbia della sua onestà.