Quello che le istituzioni (non) dicono. La ricerca sulle influenze e le eredità coloniali della Repubblica nelle carte dell’ACS

Quello che le istituzioni (non) dicono. La ricerca sulle influenze e le eredità coloniali della Repubblica nelle carte dell’ACS

Abstract: La fine del controllo politico europeo sui territori africani e asiatici non ha coinciso con lo smantellamento della cultura che aveva sostenuto l’espansionismo, né con lo scioglimento di tutti i rapporti tra ex-colonizzatori ed ex-colonizzati. Lo studio delle eredità culturali del colonialismo, così come delle mobilità postcoloniali, si è rivelato un terreno cruciale per comprendere la storia dell’Europa contemporanea. L’articolo analizza in che modo le carte conservate dall’Archivio Centrale dello Stato, nei fondi del Ministero dell’Africa Italiana e del Ministero degli Interni, possono essere utilizzate per affrontare queste tematiche a proposito dell’Italia repubblicana

Seppure non sia stata l’esito di una lotta di liberazione e di un confronto diretto tra colonizzatori e colonizzati, la fine del controllo formale dell’Italia sui territori coloniali africani arrivò al termine di percorso lungo quasi due decenni, che incluse diverse tappe: l’inizio degli anni Quaranta del Novecento, quando i possedimenti del Corno d’Africa e della Libia furono occupati dalle forze alleate; il 1947, quando il trattato di pace ratificato dall’Italia formalizzò la rinuncia da parte sua alle colonie; il periodo 1949-51, quando l’Onu decise definitivamente il destino di Libia ed Eritrea, mettendo la parola fine alle velleità della Repubblica di mantenervi un ruolo; e infine il 1960, quando si concluse il periodo decennale di amministrazione fiduciaria italiana della Somalia, e il paese del Corno d’Africa raggiunse finalmente l’indipendenza. Se il complesso di questi eventi può essere letto come la conclusione del capitolo coloniale italiano da un punto di vista politico, il confronto con la storiografia europea, ma anche la crescita dell’interesse per le implicazioni sociali e culturali del colonialismo, hanno posto agli studi italiani la necessità di confrontarsi con una questione cruciale: le vicende coloniali, che hanno attraversato la storia dell’Italia unita dalla sua creazione sino alla Seconda guerra mondiale, hanno avuto un’eco anche nel periodo repubblicano? Se la cesura politica segna sicuramente la fine di un capitolo della storia d’Italia, essa è sufficiente per chiudere tutte le questioni aperte dall’instaurazione di un sistema coloniale? Studiosi, ma anche leader politici si sono confrontati ben presto con questi temi, in particolare guardando alle forme della presenza europea nei paesi di nuova indipendenza, e individuando in essa una forma di continuità: prima economica (quello che il presidente del Ghana Kwame Nkrumah già nel 1963 definiva neocolonialismo), poi culturale, messa in evidenza in particolare dai Subaltern e dai Postcolonial studies. Più avanti nel tempo la domanda sull’impatto dell’esperienza imperialista si è spostata verso lo stesso continente europeo: un approccio che, al di là degli aspetti economici, poneva al centro dell’attenzione le questioni sociali e culturali del presente, che per essere comprese costringevano gli osservatori a guardare nuovamente all’esperienza coloniale. É stata innanzitutto la presenza di “migranti postcoloniali” a rendere evidente, prima in Gran Bretagna e Francia ma anche nei Paesi Bassi, in Portogallo, e in misura diversa in Belgio, i nessi che ancora legavano non solo gli Stati ma le società europee col proprio passato. Da una parte, la scelta della “ex-madrepatria” come meta delle persone che dai contesti di nuova indipendenza si spostavano alla ricerca di un lavoro o in generale di una vita migliore era la prova del fatto che i paesi europei avevano creato dei legami con una parte della società dei colonizzati. Legami di tipo culturale e linguistico, per cui i paesi europei, che avevano imposto la propria cultura e in generale sé stessi come il punto di riferimento dei propri sudditi, diventavano la scelta da certi punti di vista più naturale e meno problematica. Ma anche legami di tipo giuridico, specie nei contesti in cui, nel periodo della decolonizzazione e della ridefinizione dei rapporti tra centro europeo ed ex-colonie, i rapporti giuridici furono uno degli strumenti utilizzati per mantenere un legame privilegiato con i vecchi possedimenti: è il caso, ad esempio, del British Nationality Act approvato in Gran Bretagna nel 1948, che dava la cittadinanza britannica ai sudditi del Commonwealth.

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Autore

  • Valeria Deplano

    Valeria Deplano (Ph.D) è Professoressa Associata di Storia contemporanea all’Università di Cagliari. I suoi interessi di ricerca includono la storia del colonialismo italiano, del suo impatto culturale e delle sue eredità nel periodo post-coloniale. Fa parte del CENTRA - Centro di ricerca per la storia del razzismo e dell'antirazzismo nell'Italia moderna, con sede a Genova. Tra le sue pubblicazioni: La Madrepatria è una terra straniera. Libici, eritrei e somali nell’Italia del dopoguerra (Le Monnier 2017), L'Africa in casa. La propaganda coloniale durante il fascismo (Le Monnier, 2015); Quel che resta dell'impero. La cultura coloniale degli italiani (con A. Pes, Mimesis 2014)