Il patrimonio e le sfide di una storia interconnessa. A proposito del libro di T. Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (Minimum Fax, 2014)

In Italia, “la storia si manifesta alle nuove generazioni nella straordinaria sedimentazione di civiltà e di società leggibile nelle città, piccole o grandi che siano, nel paesaggio, nelle migliaia di siti archeologici, nelle collezioni d’arte, negli archivi, nelle manifestazioni tradizionali che investono insieme lingua, musica, architettura, arti visive, manifatture, cultura alimentare e che entrano nella vita quotidiana. La Costituzione stessa, all’articolo 9, impegna tutti, e dunque in particolare la scuola, nel compito di tutelare questo patrimonio”.

Il brano citato non è tratto dal nuovo libro di Tomaso Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro, né da suoi scritti precedenti come Costituzione incompiuta, bensì dalle Indicazioni ministeriali del 2012 per la scuola primaria, nel capitolo dedicato alla storia, preambolo su Il senso dell’insegnamento della storia. Ed è anche il motivo per cui vale la pena soffermarsi sul saggio di uno storico dell’arte come Montanari che normalmente, anche per il suo taglio prettamente pubblicistico, esulerebbe dagli interessi di una rivista di storia, e per di più su temi che hanno accumulato un’abbondante bibliografia scientifica.

 

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Non solo i due ambiti – storia e arte, e tutti i beni culturali materiali e immateriali che, come tali, sono intrinsecamente storici – sono strettamente intrecciati nell’esperienza di tutti noi, prima ancora che nelle pratiche di ricerca, ma il libro interroga gli storici su una serie di questioni come la cittadinanza e l’integrazione culturale, l’educazione al patrimonio, la democrazia, il rapporto con il passato che non riscuotono sufficiente attenzione tra gli storici accademici, al di là della cerchia degli specialisti di didattica della storia e nonostante il loro impegno.

Articolato in una serie di parole chiave quali «ambiente», «conoscenza», «diritti e doveri», «educazione», «museo», «spazio pubblico », il libro si propone come un piccolo alfabeto civile, in cui sono rielaborati articoli apparsi in diverse sedi all’interno di un più coerente piano di riflessione. Montanari, specialista di arte barocca e di letteratura artistica, riprende temi a lui cari, esposti in altre pubblicazioni e occasioni di un vigoroso attivismo che ha fatto rapidamente dell’autore una figura pubblica di rilievo, capace di sollevare temi e questioni che generalmente restano confinati (in certi settori) del mondo accademico.

È necessaria a proposito della visibilità degli intellettuali una prima divagazione. Ricorre frequentemente il discorso sulla crisi della storia, e negli ultimi anni con crescente insistenza. Nel dibattito si confondono spesso crisi della disciplina nei suoi fondamenti epistemologici (tutta da dimostrare) e dello storicismo, crisi della storiografia in genere e di quella italiana, crisi dell’università e delle forme tradizionali di trasmissione del sapere, marginalizzazione dei profili esperti nell’arena pubblica, “presentismo” della società post-moderna, rifiuto (più o meno strumentale alle politiche neoliberiste) della cultura umanistica, e si potrebbe continuare. Insomma, anche per la storia si potrebbe fare un catalogo di piagnistei.

È vero tuttavia che, a differenza di specialisti di altre discipline, gli storici soffrono di una marginalizzazione nella sfera pubblica. O per meglio dire, di un confinamento rispetto alle altre scienze sociali, che non corrisponde all’espansione del “consumo” di storia e alla moltiplicazione degli attori e delle forme in cui si articola il discorso storico e memoriale. In Italia, ciò appare tanto notevole quanto capillare era stata la loro presenza in una vita culturale plasmata dai partiti. Basta osservare i programmi di un qualsiasi evento cultural-mediatico per notare quanto sia sparuta la presenza di storici. La lentezza molto italiana del ricambio generazionale sembra colpire in modo particolarmente sensibile la disciplina, e non tanto (non solo) nei ruoli universitari, ma soprattutto nella costruzione di profili di autorevolezza da spendere nell’arena pubblica, cosa di per sé vieppiù difficile per l’accademia e certamente problematica per la qualità del dibattito culturale nel suo complesso.

Rinunciamo in questa sede a discutere dei meccanismi di promozione culturale nell’Italia contemporanea e torniamo al libro. Contro un dilagante discorso pubblico che vede nei beni culturali una risorsa economica, da utilizzare per rilanciare il turismo se non per far cassa con iniziative di dubbio gusto a uso di ricchi borghesi, aziende del lusso e star del cinema, Montanari riafferma il valore civile, etico e politico del patrimonio artistico e paesaggistico, categoria che non denota un’entità amministrativa, ma l’eredità consegnata dalle generazioni passate a quelle future. Afferma il nesso inscindibile tra patrimonio e democrazia. I beni culturali sono strumenti di cittadinanza perché costituiscono un luogo terzo, sottratto alla logica del mercato. Ossigeno, non petrolio. Generano democrazia perché traducono in concreto, materialmente, la sovranità popolare; sono beni comuni per il bene comune e la loro fruizione è – dovrebbe essere – un diritto fondamentale della persona, come la salute e l’istruzione. La loro tutela non dipende solo dalle istituzioni preposte (ammettendo che non fossero ostaggio degli interessi privati e continuamente sotto attacco in nome di uno sviluppo economico che, in buona sostanza, si identifica con il mattone), bensì richiede l’impegno di tutti; dunque, il patrimonio costituisce una palestra di virtù civile. E se proprio deve produrre reddito, che sia attraverso forme partecipative e diffuse, fondate su buone pratiche di studio e di rispetto, che generino conoscenza, senso di appartenenza, tutela appunto, e delle quali l’autore fornisce alcuni esempi in contesti diversi.

Il nesso tra patrimonio e cittadinanza, pur non essendo esclusivo appannaggio né del nostro paese né dell’Europa, ha in Italia una particolare pregnanza per motivi storici di lungo periodo che risalgono almeno all’età comunale e soprattutto per la straordinaria innovazione introdotta dalla Costituzione repubblicana del 1948. La funzione civile del patrimonio è indissolubile dalla sovranità repubblicana (il patrimonio non appartiene genericamente allo stato ma alla nazione, un termine che compare poche volte nella Carta per denotare la comunità che preesiste alla rifondazione politica della repubblica, che deve dunque tutelarlo). Ed è un principio intrinsecamente progressivo, come la democrazia liberale che nasce in Italia dal patto costituente all’indomani della guerra di liberazione: presuppone l’uguaglianza di diritto, ma tende anche all’uguaglianza di fatto, ovvero all’ampliamento dei diritti di cittadinanza e all’inclusione sociale.