Anthony Santilli, Riccardo Sansone (a cura di), VIII Zona. Pratiche di resistenza e reti clandestine a Roma (Edizioni ANPPIA, 2024)

Anthony Santilli, Riccardo Sansone (a cura di), VIII Zona. Pratiche di resistenza e reti clandestine a Roma (Edizioni ANPPIA, 2024)


Abstract:

Alle 4,30 del mattino del 17 aprile 1944, don Gioacchino Rey, parroco di S. Maria del Buon Consiglio nel quartiere Quadraro di Roma, fu svegliato dai passi pesanti degli stivali dei soldati che chiudevano ogni accesso alla chiesa. Lo racconta lo stesso sacerdote in un breve memoriale – finora inedito – che scrive il 20 aprile e poi invia all’attenzione del card. Vicario di Roma:

«Mi accorsi di un movimento di truppa davanti alla porta della mia chiesa. Osservando più attentamente mi avvidi che era la polizia tedesca, che aveva piantonato il tratto di via Tuscolana da Porta Furba alla chiesa parrocchiale; e davanti alla chiesa era rafforzata la guardia con mitragliatrici; e ciò per impedire che vi entrassero i fedeli, come ebbe a dichiarare lo stesso sergente, che comandava il picchetto, a me sottoscritto».

Fin da subito a don Gioacchino fu chiaro che si stava preparando un’operazione in grande stile. D’altra parte, c’era da aspettarselo: meno di un mese prima, con l’attacco partigiano di via Rasella, la violenta reazione degli occupanti era stata la strage delle Fosse Ardeatine, di cui solo a distanza di molti giorni si stava profilando nel dettaglio la tragicità della portata. E poi, una settimana prima di quel 17 aprile, il lunedì di Pasquetta, proprio al Quadraro, all’osteria Da Giggetto, si era verificata la sparatoria che aveva coinvolto tre partigiani del Psiup, fra cui Giuseppe Albano detto il Gobbo del Quarticciolo, e che aveva lasciato a terra i cadaveri di tre soldati nazisti. Il comando tedesco aveva promesso una nuova rappresaglia e forse, ora, aveva deciso di mettere in atto la vendetta. Don Gioacchino decise di non muoversi prima di aver completato tutte le funzioni mattutine. Quando, verso le 8, con la scusa di portare la comunione agli infermi, poté finalmente iniziare a girare per le vie del quartiere, il parroco ebbe contezza che gli occupanti avevano messo in piedi un’operazione ben più vasta di quella annunciata a caldo la settimana prima: «Constatai», scrisse nella sua relazione, «ch’era cominciato il rastrellamento degli uomini nel quartiere» e tutti i maschi adulti di età compresa fra i 16 e i 55 anni, abili al lavoro erano stati catturati. Attraverso i suoi contatti con la P.A.I. – la polizia fascista che aveva il compito di contribuire, almeno parzialmente, al mantenimento dell’ordine pubblico -, il sacerdote ottenne la liberazione quasi immediata del medico del Governatorato e dei fornai del quartiere, affinché fosse almeno assicurata la distribuzione del pane e le cure sanitarie. Scrive ancora don Rey: «Nel pomeriggio mi recai al campo di concentramento di Cinecittà, e, ottenuto il permesso di entrare, potei vedere tutti i miei parrocchiani rastrellati, che superavano di molto il migliaio». Il parroco si adoperò per portare almeno il conforto spirituale e si dedicò soprattutto a fornire rassicurazioni e informazioni ai parenti, tenendo l’ufficio parrocchiale aperto fino al coprifuoco. Il giorno dopo, martedì 18 aprile, don Rey fece la spola con il campo di concentramento, per portare biglietti dei parenti ai rastrellati ma anche sigarette e altri generi di conforto. Il mercoledì successivo, invece, al parroco fu proibito di accedere al campo di concentramento. Avendo capito che la situazione stava rapidamente evolvendo in peggio, decise di scrivere al Vicariato per avere istruzioni e aiuto.

Mons. Traglia, il vicegerente del cardinal Vicario di Roma, dal canto suo, non poté fare altro che informare il pontefice, consegnando una copia del resoconto del parroco. Era a conoscenza del fatto che esisteva una linea di comunicazione diretta tra Santa Sede e Comando Tedesco e che, proprio in quei giorni, la Segreteria di Stato stava cercando di consolidarla per risolvere due problemi che attanagliavano la città di Roma ed erano strettamente interconnessi tra di loro: l’approvvigionamento delle derrate alimentari e il soffocamento di ogni possibile focolaio insurrezionale che potesse degenerare in una rivolta simile a quella che si era verificata a Napoli tra il 27 e il 30 settembre 1943, che avrebbe potuto avere un esito ingestibile nella città che ospitava l’enclave vaticana. I canali informali della Santa Sede – mons. Baldelli, l’ing. Galeazzi, il principe don Carlo Pacelli, il gesuita padre Hiemer e altri – erano febbrilmente impegnati nel tentativo di creare una sorta di cabina di regia concordata con il Comando tedesco per gestire l’afflusso di viveri. Già nel gennaio 1944 si era iniziato a lavorare assiduamente per creare una connessione con il Sonderführer addetto all’alimentazione di Roma e Provincia, come è noto e come confermano anche le carte relative al pontificato di Pio XII di recente apertura, conservate nei fondi della Seconda sezione della Segreteria di Stato, presso l’Archivio Apostolico Vaticano. Il 2 marzo, poi, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weizsäcker, aveva avuto un colloquio per conto del Vaticano con il maresciallo Kesselring, circa la disastrosa situazione di Roma: sebbene non sembrasse possibile poter riservare una linea ferroviaria per il solo approvvigionamento della capitale, d’altra parte Kesselring credeva che fosse «possibile fare qualche cosa di più», se solo la popolazione romana avesse risposto «meglio ai necessari provvedimenti». Il 24 marzo venne nominato il gesuita p. Otto Faller quale «rappresentante della Santa Sede nella commissione degli approvvigionamenti» e mediatore con il comando tedesco. Ma, affinché le rassicurazioni di Kesselring si concretizzassero, era essenziale che non si scatenasse un’insurrezione popolare: da qui gli appelli alla calma (ma anche la condanna all’attacco gappista di via Rasella) apparsi il 25 e 26 marzo su «L’Osservatore Romano» all’indomani dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Nonostante il tentativo della Santa Sede, il clima in città era incandescente dopo la strage, soprattutto nelle periferie della città, sorvegliate speciali da parte delle autorità di polizia e, di conseguenza, del Vaticano. Il 17 aprile, in sinistra coincidenza con l’operazione che nel frattempo veniva condotta contro gli abitanti del Quadraro, un appunto della Segreteria di Stato rivelava che le Autorità Tedesche avevano minacciato di morte i capi dell’Atag, l’azienda del trasporto pubblico cittadino, se fossero scoppiati moti comunisti e narrava «degli sforzi che si fanno per tenere calmo l’ambiente dei tramvieri ai quali tuttavia non bisogna lasciar mancare il pane». Sulla possibilità che la situazione degenerasse incideva poi il problema dei bombardamenti degli Alleati sugli obiettivi militari tedeschi nella città. Il 30 marzo, ad esempio, era arrivata alla Segreteria di Stato una preoccupata segnalazione dal Vicariato: nella mattinata si era verificato un bombardamento aereo presso Prima Porta, a seguito del quale si erano contati 7 morti e 30 feriti. In conseguenza di ciò, aveva scritto mons. Traglia, «molto fermento vi sarebbe alla periferia di Roma». Secondo le sue fonti al Quarticciolo erano stati uccisi tre fascisti ed era stato assicurato che per rappresaglia sarebbero state uccise 20 persone per ogni fascista morto. Poi concludeva che la «zona è tutta circondata dai fascisti che non volevano questa mattina permettere l’uscita nemmeno del parroco». Analoghi disordini si registravano in zona Gordiani, «dove si è cercato di far ritornare la calma con le autoblinde».

In questo contesto, il Quadraro rappresentava un pericoloso crocevia all’interno del quale si mescolavano problematiche strategico-militari, sociali e politiche: era infatti un’area proletaria densamente abitata ed economicamente depressa, su cui si era innestato l’imponente e costante flusso di immigrati e profughi dal sud dell’Italia; ma era anche un obiettivo militarmente sensibile a causa della presenza di un importante snodo ferroviario ancora attivo e dell’aeroporto di Centocelle. Il quartiere e tutto il quadrante sud-est sul quale insisteva, aveva insomma tutte le caratteristiche di una polveriera pronta a esplodere in qualunque momento e assai difficile da gestire. Da tempo era bollato dalle autorità tedesche come il fulcro di quella attività resistenziale che dilagava nella capitale, capace di mettere a rischio il delicato equilibrio sul quale con fatica, scarsità di mezzi e uomini, e con un intreccio di competenze e prerogative, vigilavano contemporaneamente il comando nazista, quello della Città aperta e la questura. Un equilibrio reso ancora più precario dall’approssimarsi, lento ma inesorabile, delle truppe alleate stanziate a sud della capitale. Un equilibrio che anche Vaticano e Vicariato erano fortemente impegnati a cercare di mantenere.

Anche di fronte alla cattura e alla deportazione in massa di centinaia di civili innocenti.

Per comprendere appieno la vicenda e le motivazioni profonde alla base del rastrellamento del Quadraro del 17 aprile 1944, occorre focalizzare l’attenzione su tutta quell’area della periferia estrema della Capitale di cui il quartiere era parte, una borgata quasi del tutto sconnessa dal resto della Città. Come era strutturata quella che i partigiani identificavano come l’VIII zona e che più tardi, dalla parte opposta, il console tedesco Moellahusen avrebbe definito il “nido di vespe”? Qual era il tessuto sociale su cui si innestava? Chi ne erano gli animatori e i protagonisti? Con quali modalità portavano concretamente avanti la lotta contro gli occupanti nazisti e i sodali fascisti?

Le articolate risposte a queste e a molte altre domande vengono oggi fornite da un mirabile lavoro collettivo curato da Riccardo Sansone e Anthony Santilli, nell’anno dell’80° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, del rastrellamento del Quadraro e della Liberazione di Roma: il volume ha per titolo VIII Zona. Pratiche di resistenza e reti clandestine a Roma, è pubblicato da Edizioni ANPPIA e raccoglie le ricerche del gruppo di studiose e studiosi riuniti nel collettivo Bella Storia – Narrazioni di Strada.

Quello che emerge è un ritratto fedele del quadrante Sud-Est della capitale che comprendeva alcuni dei quartieri a maggiore carica operaia e proletaria, come ricorda Walter De Cesaris nella sua introduzione, e che alimentava il fuoco della ribellione contro il regime di occupazione. Pigneto, Tor Pignattara, Villa Certosa, Centocelle, Quarticciolo e Quadraro furono i quartieri protagonisti di un riassestamento sociale e politico che, all’indomani del 25 luglio 1943, e ancor più dopo l’inizio dell’occupazione nazifascista, vide un potenziamento delle reti di lotta clandestina, frammentata ed eterogenea dal punto di vista dell’orientamento politico e sociale e dotata di una sua specifica unicità.

Le ricerche di questo volume contribuiscono a sfatare l’immagine di una certa passività della lotta clandestina nella Capitale, un paradigma che ancora oggi presenta un radicamento storiografico difficile da superare. All’opposto, i contributi del volume rendono evidente il ruolo centrale giocato dalle reti clandestine che partivano dall’VIII zona e che agivano su tutto il territorio cittadino, nonostante Roma fosse il centro nevralgico dell’azione diplomatica e pacificatrice della Santa Sede.

L’uso del plurale per caratterizzare queste “reti” non è casuale: si trattava infatti di una realtà disomogenea dal punto di vista dell’orientamento politico e sociale, composita e talvolta frammentata che diede vita a molteplici “cellule” non sempre comunicanti ma tutte orientate verso l’obiettivo comune della lotta all’occupante nazifascista. Un nido di vespe, appunto, pronte a uscire velocemente e a colpire con forza i punti nevralgici dell’organizzazione occupante. Questa complessità viene resa nella struttura stessa del volume, articolato in diverse sezioni, con interventi che, a loro volta, adottano differenti registri comunicativi: saggi, interviste, graphic novel, profili biografici, schede di banche dati. Gli autori coinvolti indagano protagonisti, modalità, geografie e architetture sociali e di genere, con un’attenzione specificamente focalizzata su un ricco patrimonio di fonti, spesso inedite, ricorrendo alle quali hanno riletto e opportunamente contestualizzato anche le testimonianze derivanti da fonti orali, attraverso cui la memoria della resistenza del “nido di vespe” si è tramandata.

La ricca e documentata introduzione firmata a quattro mani dai due curatori, Anthony Santilli e Riccardo Sansone, si occupa di contestualizzare la storia dell’VIII zona di Roma all’interno della più ampia vicenda della Resistenza e dell’antifascismo italiani, evidenziando la specificità del caso romano e ripercorrendone il tracciato storiografico, quale punto di partenza del progetto alla base del volume.

La prima sezione, quella dei “Saggi”, si apre con il contributo di Riccardo Sansone, storico e documentarista, da anni impegnato nell’opera di recupero e valorizzazione della memoria resistenziale del Quadraro.

Nell’articolo Quadraro 1943. Genesi del Nido di Vespe, Sansone cerca di capire quale peso abbia avuto l’episodio dell’omicidio dei tre ufficiali tedeschi nell’osteria di Giggetto e quanto, invece, quell’episodio non abbia contribuito ad accelerare l’applicazione di un’operazione già pianificata da tempo dai nazisti che volevano, appunto, chiudere i conti con il pericoloso “nido di vespe”. La memorialistica e le testimonianze dirette dei protagonisti di quei giorni, raccolte dall’autore nel corso degli anni, vengono qui poste in relazione con documentazione archivistica inedita, ricavata da fondi poco noti dell’Archivio Centrale dello Stato e dagli archivi militari. Spiccano i ricordi di Gioacchino Basilotta, comandante socialista dell’VIII zona e quelli quelli di Michele Ascoli, rifugiatosi al Quadraro dopo la razzia del Ghetto del 16 ottobre e rastrellato e condotto in Germania, senza che la sua origine ebraica fosse scoperta. Le tessere del mosaico che Sansone pone sul tavolo si incastrano perfettamente e ne risulta un quadro in cui appare chiaro che il colonnello Kappler era da tempo a conoscenza che il Quadraro rappresentasse un porto franco per tutti coloro a cui il Reich dava la caccia: antifascisti, agenti segreti, soldati e Carabinieri Reali alla macchia, prigionieri Alleati evasi dai campi di prigionia, ebrei fuggitivi. Già sul finire del 1943 il Quadraro era dunque un obiettivo dell’occupante. «Non a caso», scrive Sansone, «il termine scelto per identificare l’operazione del 17 aprile 1944 è Walfisch, quasi a voler significare che tutta la popolazione della borgata, indistintamente dalla sua appartenenza politica, viene vista come un soggetto unico e pericoloso da neutralizzare, da ingoiare in un sol grande boccone come fa una balena con il plancton». E questo «plancton» variegato e compatto viene rappresentato e descritto in ognuno dei singoli contributi del volume.

La breve, intensa tavola a disegni realizzata da Giulia D’Ottavi che segue, riesce a riassumere in pochi ma efficaci tratti la vicenda di Anselmo Fadda, «er fantino del Quadraro», il primo partigiano del quartiere fucilato da un plotone d’esecuzione il 10 settembre 1943.

Eva Muci descrive la componente femminile del movimento resistenziale del Quadraro, analizzando il contesto nel quale si trovava a operare, le modalità di intervento ma anche le difficoltà incontrate nel tentativo di porre in luce questo ruolo tanto centrale quanto sottostimato dalle stesse protagoniste, vittime di una mentalità patriarcale all’epoca insormontabile, che ha contribuito a trasmettere la fuorviante impressione che la loro adesione fosse solo legata alla specifica ed esclusiva dimensione assistenziale. Questa narrazione parziale e fuorviante viene da Muci smentita e corretta, attraverso l’analisi di alcune biografie esemplari e la riscoperta di inedite dimensioni di intervento, da cui emerge chiaramente «l’importante funzione di cesura che l’azione resistenziale ha svolto nella considerazione del ruolo della donna in seno alla società italiana».

L’importanza dei luoghi della socialità per l’organizzazione e il consolidamento della frastagliata galassia resistenziale viene analizzato da Guido Farinelli nel saggio Osterie ribelli, ribelli in osteria in cui l’autore si sofferma sul particolare e quasi viscerale rapporto del popolo di Roma con questo spazio della vita comunitaria – teatro anche del casus belli che avrebbe portato al rastrellamento del 17 aprile –, collocandolo in una prospettiva di lunga durata che aiuta a comprenderne le peculiarità.

Luca Saletti, ricercatore in forze al Museo della Liberazione di via Tasso e uno dei massimi esperti in Italia delle fonti giudiziarie per il periodo liberale, fascista e repubblicano, si occupa di raccontare la dinamica dell’omicidio del commissario di polizia Armando Stampacchia, inviato al Commissariato di PS Quadraro alla fine di gennaio 1944 dal questore di Roma Ermindo Roselli, per cercare di ripristinare e mantenere un ordine pubblico precario. L’omicidio avvenne il 4 marzo 1944, a distanza di due soli giorni da un altro precedente e fallito attentato di chiara matrice gappista: Saletti, con la sua minuziosa ricostruzione degli avvenimenti, basata sull’analisi delle carte processuali e di polizia, si occupa di inserire questa vicenda nel corretto contesto e di restituirle la sua legittima iscrizione al quadro della lotta partigiana.

Alessandra Conte traccia un approfondito profilo biografico di Tigrino Sabatini, contemporaneamente «emigrato dalla propria terra, quadro operaio che si espone per la tutela dei diritti sul lavoro e infine partigiano, militante di Bandiera Rossa a Roma».

Nel saggio Vespe al Quadraro. Dal rastrellamento alla fuga è ancora Riccardo Sansone che si occupa di seguire il percorso dei rastrellati del 17 aprile lungo il viaggio verso il campo di concentramento di Fossoli. La vita all’interno del campo, la consapevolezza di essere prossimi alla deportazione in Germania, i rocamboleschi tentativi di fuga gettandosi dal treno in corsa: frammenti di vicende personali accuratamente ricostruite da Sansone anche, attraverso il ricorso a testimonianze inedite che forniscono elementi preziosi per la ricostruzione dei profili biografici di tante vite strappate dal Quadraro: Augusto Gro, Andrea Lorenzetti, Romano Levantini, Adolfo Bonfanti, solo per citarne alcuni.

La sezione dei “Saggi” si chiude proprio con un approfondimento della vicenda biografica di Adolfo Bonfanti, nella graphic novel disegnata da Claudio Nevskj Civitella. L’autore coglie l’occasione anche per tratteggiare con chiaroscuri perfettamente dosati e un tratto che ricorda l’eterea gravità delle figure di Egon Schiele, i momenti cruciali dell’Operazione Balena, della detenzione dei quadraroli catturati all’interno del campo di Cinecittà, della deportazione nel «buco nero» di Fossoli, «uno degli anelli imprescindibili nell’implacabile logistica nazista di morte e schiavitù», la fuga durante il viaggio verso la Germania, l’inizio della vita da partigiano sui monti dell’Appennino, la morte eroica in battaglia.

La sezione delle “Testimonianze” raccoglie alcune interviste: quella ad Angelo Nazio, curata da Andrea Martire; quella a Remo Ponzo realizzata da Cecilia Ferrara e riportata nell’articolo Villa Certosa: tra occupazione e resistenza urbana; quella a Giovanni Castelli, che nel 1943 aveva appena 12 anni e che era conosciuto da tutti come “ficosecco”, raccolta da Serena Giorgi (Roma 1944: via Tuscolana l’infanzia in Borgata). Chiude questa parte del volume l’articolo di Maria Anna Tomassini che pubblica alcuni passaggi contenuti nel diario inedito di Alfredo Marcelli, uno dei rastrellati dell’Operazione Balena, che con una scrittura semplice ma evocativa, descrive la sua vicenda a partire da quel 17 aprile fino al suo ritorno in Italia, passando per la detenzione a Fossoli e poi per i mesi di prigionia in Polonia, presso una famiglia nella città di Ruda, dove è ospitato durante il periodo dei lavori forzati.

La terza sezione del volume è quella della “Biografie” all’interno della quale sono inseriti gli approfondimenti dedicati a figure di donne e uomini particolarmente rappresentativi: l’oste antifascista Luigi Fioravanti (Riccardo Sansone); Tigrino Sabatini (Alessandra Conte); Maria Andreani, sulla cui vicenda si soffermano sia il saggio di Eva Muci sia la graphic novel di Giulia D’Ottavi, con un tratto pulito che riesce a mettere bene in luce la violenza della vicenda; Valerio Fiorentini, martire delle Fosse Ardeatine e caposquadra dei GAP della VIII zona (Aldo Benassi).

Questa terza parte si chiude con un approfondimento a cura di Riccardo Sansone che potrebbe essere benissimo una sezione a sé stante: contiene infatti le schede biografiche di alcuni dei rastrellati del 17 aprile, un assaggio delle potenzialità del progetto di ricerca in corso di svolgimento che, come scrive l’autore e ideatore della banca dati, «ha – fra le sue finalità – quella di riuscire a restituire le singole storie degli oltre settecento rastrellati del Quadraro alla memoria collettiva cittadina e a quella nazionale». Di questo più ampio progetto, il volume è parte fondamentale: attraverso le ricerche che lo compongono, approfondisce e riporta alla luce della memoria collettiva le radici documentarie che erano state finora lasciate sottotraccia, senza le quali un pezzo importante del movimento resistenziale italiano sarebbe continuato a rimanere sullo sfondo e in ombra.

Roma è una città che collezionò numerose e indelebili ferite nel corso degli eventi che portarono alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo: il bombardamento di S. Lorenzo, la deportazione di 2.500 carabinieri il 7 ottobre 1943, il rastrellamento degli ebrei del 16 ottobre 1943, l’assalto alla basilica di S. Paolo, la strage delle Fosse Ardeatine. Tra tutte, l’Operazione Balena del 17 aprile 1944 è quella generalmente meno ricordata. Per capire quanto radicale sia stato il meccanismo di rimozione della sua memoria è sufficiente pensare alla toponomastica del quartiere e riflettere sul fatto che solo un anno fa (luglio 2023) è stato deliberato in consiglio comunale la definitiva modificazione dell’intitolazione di una delle sue strade, che portava il nome di Arrigo Solmi, giurista e ministro di Grazia e Giustizia dal 1935 al 1939 e firmatario delle Leggi Razziali del 1938. La strada è ora restituita alla collettività con un nuovo e più adeguato nome: “via Deportati del Quadraro – rastrellati dai nazifascisti il 17 aprile 1944”.

A ben guardare la cancellazione della vicenda iniziò già a ridosso dell’Operazione balena: la zona più problematica per la gestione della capitale fu svuotata con un’azione militare repentina, nel silenzio pressoché assoluto dell’unica voce che avrebbe potuto alzarsi in difesa della popolazione, quella della S. Sede, che avrebbe potuto sfruttare un canale comunicativo ampiamente accreditato e rodato, come visto.

La triangolazione tra don Gioacchino Rey, Vicariato e Vaticano invece fu lenta e intermittente. Quando mons. Traglia aveva scritto al pontefice, il 27 aprile, il convoglio con i prigionieri era già partito da Roma ormai da sette giorni, alla volta di Fossoli, da dove i prigionieri sarebbero partiti poco dopo in direzione di Germania e Polonia. Benché decurtato di qualche centinaio di unità rispetto all’iniziale rastrellamento, era pur sempre un numero enorme di uomini appartenenti alla periferia della città di cui il papa si era eretto a difensore supremo. Dalle carte della Segreteria di Stato si apprende invece che il verdetto sulla vicenda fu un ennesimo «n.d.f.», niente da fare. Solo molti giorni dopo, il 23 maggio, don Rey avrebbe inviato alla Segreteria di Stato un elenco di 123 nominativi, una piccola percentuale del numero totale dei rastrellati, corrispondente forse ai soli suoi parrocchiani: l’elenco sarebbe stato inviato dalla Segreteria di Stato il giorno successivo a mons. Della Zuanna, vescovo di Carpi, nella cui diocesi si trovava il campo di Fossoli, con la speranza di avere informazioni almeno su quegli uomini. Del volume VIII Zona. Pratiche di resistenza e reti clandestine a Roma e del più ampio progetto di cui esso fa parte si sentiva e si sente dunque un’indubbia, urgente e ormai imprescindibile necessità. E non solo per la sua finalità didattica ma anche perché è un’opera pregevole, arricchita peraltro, a modesto parere di chi scrive, di un grande valore aggiunto: tutte le autrici e gli autori coinvolti sono storiche e storici di professione ma indipendenti, da anni impegnati nello studio critico delle fonti primarie della storia dell’VIII zona. Una rete di donne e uomini della cultura, con differenti orientamenti e sensibilità, che, come le “vespe” del nido, ha saputo colpire e lasciare un segno profondo nello studio delle reti di resistenza attive della Roma occupata.

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