Dune (Villeneuve, 2021) o della ventura e sventura dell’eroe cinematografico

ABSTRACT

A trentasette anni di distanza ritorna al cinema «Dune», tratto da Frank Herbert. Dopo la problematica e controversa versione di David Lynch del 1984, ora tocca al talentuosissimo Denis Villeneuve (tra i le sue opere più recenti, Arrival, 2016, e Blade Runner 2049, 2018) tentare la sorte con un’opera che è stata spesso considerata impossibile da trasporre al cinema.
Magnum Opus dell’«ultra-storia sci-fi» dei Sixties, Dune è infatti una complessa e profonda epica dinastica che si estende per migliaia di anni in un lontanissimo futuro. Quella dell’ultra-storia di Dune è un’epica, però, sostanziata da un immaginario neofeudale ad altissima tecnologia, permeato da un rigido militarismo di stampo prussiano ed immerso in un contesto di sincretismo religioso e monopolismo corporativo. Senza questa premessa – che colloca l’immaginario di Herbert in una precisa ed imprescindibile cornice storica che, seppur declinata in maniera fantastica, ne determina la logica, ne garantisce la tenuta narrativa e ne giustifica il senso – ogni possibilità di trasposizione, interpretazione, confronto e valutazione rischia miseramente di fallire. Perché Dune, in fondo, va trattata come un’opera storica, seppur, appunto, nel senso di una «ultra-storia»; un’«ultra-storia» nel senso, cioè, di una storia che vuole dire del passato attraverso il futuro, o meglio, del presente attraverso il passato per mezzo del futuro. Il che, ad esempio, potrebbe voler dire di un “presente” (l’epoca del monopolismo corporativo ed imperialista) che nel futuro potrebbe far piombare il mondo, e la democrazia (liberale), in un cupo passato feudale di stampo militarista, ma pervaso da una tecnologia che sembra sfiorare la magia. In questo senso, allora, ogni trasposizione di un’opera “storica” nel senso suddetto, dovrebbe sempre cercare di rispettarne i codici espressivi, sociali e culturali, senza – per dirla con Marc Bloch – esagerare nelle interpolazioni e nei ricami di particolari inventati che, anche quando intelaiati su di un fondo grosso modo attendibile, rischiano di viziare l’interpretazione (in un’opera letteraria non solo delle fonti, ma soprattutto “del senso”) ed avvicinarla pericolosamente all’impostura narrativa ed alla frode espressiva.
Ebbene, Villeneuve ha avuto successo, lì dove registi come Jodorowsky e Lynch hanno fallito? È riuscito nell’impresa, titanica, di trasporre la Greatness di Herbert in un codice visivo in grado, da una parte di renderne giustizia, dall’altra di creare un grande spettacolo per tutti, capace di coinvolgere sia il grande pubblico sia gli appassionati?

Quella dei rapporti tra cinema e letteratura è una storia quasi sempre travagliata, chiusa tra la necessità di rispettare l’originale letterario da cui si trae spunto ed allo stesso tempo garantire la specificità del medium attraverso cui lo si vuole trasporre. Ci sono casi, però, in cui le relazioni sono così problematiche da rasentare l’incomunicabilità espressiva. Tra i più celebri si può annoverare quello tra l’arte cinematografica e «Dune» di Frank Herbert, Magnum Opus dell’«ultra-storia sci-fi» dei Sixties e complessa e profonda epica dinastica che si estende per migliaia di anni in un lontanissimo futuro (la timeline complessiva conta più o meno 30000 anni).

 

Dune-Warner-Villeneuve

 

Un’epica, quella dell’ultra-storia di Dune, sostanziata da un immaginario neofeudale ad altissima tecnologia, permeato da un rigido militarismo di stampo prussiano ed immerso in un contesto di sincretismo religioso e monopolismo corporativo. Senza questa premessa – che colloca l’immaginario di Herbert in una precisa ed imprescindibile cornice storica che, seppur declinata in maniera fantastica, ne determina la logica, ne garantisce la tenuta narrativa e ne giustifica il senso – ogni possibilità d’interpretazione, confronto e valutazione rischia miseramente di fallire. Perché Dune, in fondo, va trattata come un’opera storica, seppur, appunto, nel senso di una «ultra-storia» (termine che riprendiamo da Georges Dumézil, seppur non nella sua significazione); un’«ultra-storia» nel senso, cioè, di una storia che vuole dire del passato attraverso il futuro, o meglio, del presente attraverso il passato per mezzo del futuro. Il che, ad esempio, potrebbe voler dire di un “presente” (l’epoca del monopolismo corporativo ed imperialista) che nel futuro potrebbe far piombare il mondo, e la democrazia (liberale), in un cupo passato feudale di stampo militarista, ma pervaso da una tecnologia che sembra sfiorare la magia. In questo senso, allora, ogni trasposizione di un’opera “storica” nel senso suddetto, dovrebbe sempre cercare di rispettarne i codici espressivi, sociali e culturali, senza – per dirla con Marc Bloch – esagerare nelle interpolazioni e nei ricami di particolari inventati che, anche quando intelaiati su di un fondo grosso modo attendibile, rischiano di viziare l’interpretazione (in un’opera letteraria non solo delle fonti, ma soprattutto “del senso”) ed avvicinarla pericolosamente all’impostura narrativa ed alla frode espressiva.

 

Dune-Warner-Villeneuve

 

Ben conosciute e documentate sono le complicate vicende dei diversi tentativi di portare al cinema l’immaginario di Herbert, impresa che è quasi sempre stata considerata come folle ed al limite dell’impossibilità (soprattutto prima dell’avvento del digitale nel cinema). Il primo a tentarci è stato Alejandro Jodorowsky nei 1970s, e che, pur spendendo cifre pazzesche solo per la pre-produzione, non è mai riuscito a far partire le riprese, vicende poi raccontate nel documentario Jodorowsky’s Dune (2013). In seguito, nei 1980s, è toccato a David Lynch, che pur essendo riuscito a vedere il suo film uscire nelle sale, è stato in una versione dalla produzione talmente travagliata da risultare in un montaggio che lo ha visto escluso dalle decisioni finali, per così costringerlo a ripudiarlo ed ancora oggi non riconoscerlo come proprio (e questo nonostante con il tempo sia diventato un’opera di culto).

Nel 1984 sembrava oramai chiaro che Dune è un’opera che, come «Arrakis» (il pianeta che fa da motore delle vicende), si dimostra sempre inclemente verso coloro che provano a portarla sul grande schermo. Ed è appunto per questo che il cinema decise di non voler più avere a che fare con Herbert e – se non si vogliono considerare i tentativi, anch’essi poco riusciti e quasi teleromanzati, di trasposizione televisiva dei 2000s (Frank Herbert’s Dune, 2000, e Frank Herbert’s Children of Dune, 2003) ed alcune trasposizioni videoludiche, peraltro interessanti (Dune I & II, 1992, e Dune 2000, 1998) – si sono dovuti attendere più di 35 anni per trovare il coraggio di tentare di nuovo la sorte.

Alla fine dei 2010s, infatti, ha deciso di provarci il talentuoso Denis Villeneuve, reduce dagli ottimi esercizi visivi di Arrival (2016) e soprattutto Blade Runner 2049 (2017) e forte, probabilmente, del successo nell’immaginario dei 2010s della serie tv Game of Thrones tratta dai libri di G. R. R. Martin. L’opera di Martin, d’altronde, pur essendo quasi sempre, ed erroneamente, paragonata a Il signore degli anelli di Tolkien, appare in realtà principalmente debitrice proprio dell’opera di Frank Herbert, che però sveste di tutto l’armamentario sci-fi. Perché, se si dovesse descrivere in pochissime parole Dune alle generazioni dei 2000s-2010s, e seppur con una certa dose d’ingenerosità ed un invertito ordine causale, mai definizione sarebbe più illuminante ed icastica di quella che ci dice che Dune è Games of Thrones ambientato nel futuro.

Trailer Dune, Villeneuve, 2021

Villeneuve ha saggiamente deciso di dividere la sua trasposizione del primo libro di Dune in due parti, poiché non ha ritenuto di poter rendere la complessità dell’immaginario di Herbert in un solo film, seppure di 155 minuti. Questo perché – seppur non arrivando alle iperboli di Jodorowsky, per il quale al fine di rendere decentemente il libro sarebbero necessitate almeno quattordici ore, per poi presentarsi allo stesso Herbert con uno story-board/sceneggiatura delle dimensioni di un “elenco telefonico” – Dune non è opera che, per quanto brillanti possano essere il regista e gli sceneggiatori, può essere ridotta al format delle due ore, senza però risultare in una semplificazione che non può che renderla non solo, e spesso, incomprensibile, ma proprio tutta un’altra cosa. Questo è proprio quello che cercò di fare De Laurentis con il girato di Lynch nel 1984. I risultati, com’è noto, furono deludenti sia in termini di critica sia di successo commerciale, che fu ben al di sotto delle aspettative.

 

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Se anche la seconda parte si manterrà sui 155 minuti, vorrà dire che Villeneuve avrà avuto a disposizione ben più del doppio del tempo della versione uscita al cinema nel 1984, per avere così la possibilità di sopperire a tutte quelle frettolosità che affliggevano la versione cinematografica di Lynch e che contribuirono a decretarne lo scarso successo.

Insomma, Villeneuve è riuscito, già solo in questa prima parte, nell’impresa di domare la bestia Dune oppure no?

La risposta, al momento, è «ni», cioè solo in parte ed in maniera non del tutto convincente. E questo vale sia per rispetto al libro, sia in confronto alla versione cinematografica del 1984.