Dario Barbera, Processo al Classico. L’epurazione dell’archeologia fascista (Edizioni ETS, 2022)
Dopo i contributi d’assieme della storiografia internazionale, a cominciare dai lavori di Roy Palmer Domenico e Hans Woller, negli ultimi anni anche gli studiosi italiani hanno compiuto importanti passi in avanti nella conoscenza dell’epurazione, la complessa vicenda che, tra la fine del fascismo e l’inizio della Repubblica, sottopose un ampio spettro di personalità compromesse con il regime mussoliniano al giudizio delle commissioni di epurazione antifascista per valutare, attraverso farraginosi meccanismi processuali, la loro adeguatezza a servire le nuove istituzioni democratiche del Paese. Se di conti col passato si trattò, certo i numeri contano per far luce sulle tante responsabilità del ventennio fascista scrutinate dalla giustizia straordinaria tra il 1944 e il 1953. E se di processi fu costellato il periodo, certo a far luce contribuisce pure l’analisi della legislazione, dalla giustizia partigiana ai regolamenti di conti extragiudiziali seguiti alla Liberazione, dall’attività delle corti d’assise straordinarie tra il 1945 e il 1946 alle amnistie, in un avvicendarsi di contraddizione, improvvisazione e benevolenza. Ma più illuminanti ancora sono i percorsi biografici, i casi particolari, i tanti esami di coscienza in cui si frammentarono e ricomposero, dal tramonto della dittatura all’alba della democrazia, traiettorie esistenziali e professionali. Se ne ricava conferma dagli ultimi studi pubblicati. Tre i volumi editi nel 2019: Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie, a cura di Marco De Nicolò e Enzo Fimiani, la ricognizione complessiva di Andrea Martini, Dopo Mussolini: i processi ai fascisti e ai collaborazionisti (1944-1953), entrambi usciti da Viella, e lo studio di Mattia Flamigni sull’epurazione nel mondo accademico, pubblicato da Il Mulino, Professori e università di fronte all’epurazione: dalle ordinanze alleate alla pacificazione (1943-1948); nel 2022 un’opera collettanea su epurati ed epurandi nella giustizia: L’epurazione mancata: la magistratura tra fascismo e Repubblica, a cura di Antonella Meniconi e Guido Neppi Modona, anch’essa uscita dai tipi de Il Mulino.
Ora il volume di Dario Barbera contribuisce in modo significativo alla conoscenza di questa ricca storia, ponendo la lente sul mondo degli studi classici. Esso offre al lettore il frutto di una ricerca iniziata tra le mura di palazzo Filomarino, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, del quale l’autore è stato allievo. Dopo essersi cimentato in alcuni saggi di archeologia, storia dell’arte antica e storia culturale, e nella curatela del carteggio tra Federico De Roberto e Corrado Ricci (2018), Barbera dimostra con quest’opera la libertà e il coraggio di uno studioso maturo. Pur non essendo contemporaneista di formazione, egli maneggia gli attrezzi del mestiere con disinvoltura e con acume, meglio di tanti professionisti, e sceglie un argomento che richiede senz’altro una buona dose di audacia per essere affrontato. Per chi voglia dissodarlo non sono infatti pochi i rischi disseminati sul suo terreno. Anzitutto – si è accennato – il precario equilibrio che sussiste tra un approccio computistico alla materia, attento a verificare e a comparare in modo capillare gli esiti effettivi dei processi di epurazione in ciascun settore e ciascun apparato dell’ex Stato fascista, migrato nel regime di tregua istituzionale, e una prospettiva di analisi attenta invece alla qualità dei percorsi biografici e professionali delle figure coinvolte, alle loro scelte personali, all’unicità delle singole vicende. Si tratta inoltre di scendere sul campo di una difforme e spesso contraddittoria applicazione della disciplina giuridica emanata in quei mesi dalle autorità, nel complicato rapporto tra gli Alleati, prima, e il fragile governo dell’esarchia, dopo, ma anche di oltrepassare la soglia delle scelte di coscienza, nello spazio cioè più difficile da esplorare per uno storico. E, ancora, di raccogliere e consultare le fonti che, in larga misura, consistono di ricostruzioni successive e quindi spesso capziose, oppure frammentarie, parziali, autoreferenziali; di confrontarsi, aggiornare e confutare una storiografia sull’argomento che, da un lato, ha oggettive difficoltà a discernere la realtà dei trascorsi professionali e intellettuali, l’opportunismo dell’adesione al regime, la finzione retorica dei riconoscimenti e delle medaglie nei curricula di ognuno; e che, dall’altro, almeno sino a trent’anni fa, si è rivelata fortemente ideologica, contaminata dal fuoco della controversia sulle ragioni dell’inesorabile crisi della passione resistenziale durante il 1945, sul lento rimarginarsi delle ferite della guerra civile, ma soprattutto sull’eredità del fascismo nella stagione repubblicana.
Barbera, consapevole di queste difficoltà, le affronta senza indugiare nella sola ricostruzione degli itinerari degli archeologi fascisti dopo il crollo del fascismo ma coniugando la propria curiosità – che è sempre la primigenia, mai banale, scintilla di ogni ricerca – con l’obiettivo di contribuire a scrivere una storia dell’archeologia italiana nella società e nella politica culturale della Repubblica, sinora rimasta quasi del tutto inesplorata.
L’argomentazione si svolge lungo tre tragitti principali che l’antichista italiana percorre, al ritmo di un’aspra conflittualità ideologica, dal crollo del regime all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana. L’autore li sintetizza sotto tre formule: cattolicizzare, democratizzare, liberalizzare il Classico. Sul primo itinerario la cultura cattolica tentò un’opera di defascistizzazione e reinterpretazione in chiave universalistica e cristiana del mito della romanità, entro la quale legittimare un nuovo ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale; sul secondo i comunisti perseguirono l’obiettivo di rendere possibile la fruizione della cultura classica da parte delle masse; sul terzo la cultura liberale cercò di preservare la dimensione elitaria degli studi classici e di valorizzarne il significato per la formazione delle nuove classi dirigenti. Percorsi quasi mai paralleli, piuttosto legati dal fitto ordito di relazioni che i protagonisti del volume furono capaci di tessere tra loro: Giulio Quirino Giglioli, Roberto Paribeni, Evaristo Breccia, Carlo Anti, Biagio Pace e, in un più vasto e robusto tessuto esistenziale e intellettuale, i protagonisti della cultura e della politica che con loro interagirono: Benedetto Croce, Guido De Ruggiero, Adolfo Omodeo, Concetto Marchesi, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Gaetano De Sanctis, Vincenzo Arangio-Ruiz, Guido Gonella, tra gli altri.
Attraverso le scelte, i mea culpa, le difese e le considerazioni di queste personalità, un processo più grande e articolato di quello epurativo si svolse allora: quello all’identità stessa della nazione. Ed è questo il merito di Barbera: documentare come l’antichistica italiana, soggetto ed oggetto dei processi epurativi di alcuni fondamentali istituti culturali, propiziò e orientò un ripensamento della tradizione classica italiana, alle radici dei suoi miti e dei suoi modelli, e in modo particolare del suo ruolo nel dare un volto, un presente e un futuro all’identità del Paese, grazie a un’accurata e rinnovata politica culturale. Giova, per questo, soffermarsi su due temi che attraversano queste pagine: la reinterpretazione del mito della romanità e la centralità assunta dalla tecnica.
È noto come, nel rapido volgere delle settimane seguite al 25 luglio, il mito di Roma, che aveva rappresentato un argomento di capitale importanza nella retorica del fascismo, subì un brusco cambiamento. Si paragonino le immagini e le parole che avevano scandito, nel maggio 1936, il ritorno dell’impero sui «colli fatali» dell’Urbe, con lo spettacolo miserevole della capitale italiana occupata dai nazisti alla fine del 1943, nell’inverno più lungo, sotto l’invasione di nuovi barbari quando, come accadde nel V secolo – e come descrive Federico Chabod in un’intensa sua pagina (F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Einaudi, 1978, pp. 124-125) – l’unica autorità a splendere sulla disperazione del popolo orfano di ogni autorità è il vescovo di Roma. Occupata da barbari, assediata da alleati altrettanto incivili, Roma appare non già come una moderna Ninive in attesa del castigo divino, ma come una nuova Babilonia. Delle sue glorie imperiali restano solo i degradati costumi da basso impero. Nondimeno, essa è già pronta ad offrire una prova di come popoli e territori possano stare uniti in reciproca libertà, senza far appello alla forza armata e la civiltà latina, nella sua duplice accezione romana e cristiana, diviene presto un leitmotiv della elaborazione politica e della propaganda. L’unità della nazione può cioè ritrovarsi solamente in questa certezza di essere dotati di una vocazione missionaria per l’avvenire della civiltà, condizione indispensabile alla ricostruzione morale e materiale del paese. Sul metodo della libertà e la solidarietà economica tra le nazioni si getteranno le basi del futuro ordine europeo e perciò l’Italia, grazie a Roma e al suo essere un ponte fra l’Europa centrale e il Mediterraneo, ristabilite la sua indipendenza e la sua integrità nazionale, può e deve ritrovare la propria grandezza nella sua funzione di equilibrio e di mediazione. Sarà il citato Gonella, parlando ai diplomatici nell’estate del 1946, a farsi interprete di questa rivoluzione copernicana del mito di Roma. Sulle rovine lasciate dagli egoismi nazionalisti, mentre forze centripete e centrifughe, stimolate da utopici internazionalismi, si contendono lo spazio sulla scena d’Europa, è ormai tempo di recuperare la tradizione di Roma nella dignità d’un pensiero comune e nel patrimonio di un diritto comune. Recuperare, non inventare, dopo secoli di storia tormentata ed eroica che ha fuso la carne e lo spirito, percorrendo l’unica strada che può ancora condurre alla salvezza dell’Europa: restaurare la sua unità attorno a Roma, cui spetta il compito di rifare intellettualmente e moralmente gli Europei. Grazie al volume di Barbera oggi sappiamo che questa veloce e disinvolta torsione semantica e simbolica del mito di Roma e il ripensamento sull’effettivo ruolo che esso svolse nel corroborare il consenso al regime, ma pure il ragionamento sulle potenzialità di questa idea nel nuovo scenario internazionale, ebbe negli antichisti coinvolti nell’epurazione degli autori sì in parte interessati, ma senz’altro consapevoli e intelligenti.
Un merito del libro è inoltre quello di riconoscere la centralità della tecnica, della sua comprensione e della sua prassi nel mondo del Classico in quel convulso frangente storico. Sebbene dai tempi dell’archeologia di regime siano mutate metodologie e tecniche, tanto l’archeologia militante fascista quanto quella postfascista sono state accomunate da un ruolo di avanguardia nell’avanzata di una concezione tecnocratica nel campo degli studi classici. La difesa di un profilo professionale tecnico e della disciplina stessa, concepita come naturalmente avulsa da contaminazioni ideologiche, è un argomento di grande fascino e interesse, che accomuna l’archeologia a diversi altri campi del sapere sottoposti ai processi di epurazione. Mi limito qui a citare un settore al quale ho dedicato i miei studi, quello della grande industria e finanza di Stato che ebbe nell’Istituto per la Ricostruzione Industriale il suo volano e crocevia. Quanto uno dei suoi più valenti artefici, il giovane Sergio Paronetto, colpito dalla scure dell’epurazione ebbe a scrivere, è quanto avrebbero potuto scrivere o confessare tanti archeologi in analoghe circostanze: «Ho partecipato, fin dall’inizio, volentieri alla vita dell’Istituto nello spirito di servire il mio paese nell’ambito di quella che era la concreta, se pure spiacevole realtà degli anni fascisti. Se in ciò avessi portato un attivo spirito fascista, ben diverso sarebbe stato il mio comportamento, in quanto molto facilmente avrei potuto, per esempio, attraverso la stampa e le riviste fasciste che molte e molte volte richiesero la mia collaborazione, sempre rifiutata, farmi assertore di principi e idee fasciste […] Considerare questo atteggiamento degno di biasimo equivarrebbe a condannare l’ingegnere che ha costruito o diretto una fabbrica in periodo fascista, il tecnico che ha fatto una scoperta e la ha brevettata con le leggi fasciste, il medico che ha curato i malati nei sanatori creati dal regime».
Finalmente la ricerca di Barbera ci conferma che anche nel campo degli studi classici, si recuperarono e metabolizzarono in chiave democratica temi e suggestioni degli anni precedenti, si superò un’antica esasperazione verso il progresso tecnico e si intraprese un percorso autocritico che condusse i settori più avvertiti a superare l’ostilità antitecnologica e ad accogliere la tecnica come dimensione risolutiva del mondo contemporaneo. Dalla tragedia della guerra si generava una civiltà produttiva nella quale la tecnica, i suoi problemi e i suoi sviluppi, avrebbe assunto il ruolo di interlocutore di assoluto rilievo per l’intelligenza degli archeologi e per la loro azione concreta. Di conseguenza, la valorizzazione della tecnica finì per rafforzare l’argine necessario contro la degenerazione del primato della politica e contro l’avanzata di un nuovo materialismo di massa, opaco sotto il profilo spirituale e civile. L’opera e la stessa presenza degli archeologi e degli studiosi del classico, al bivio tra la scienza, l’università e il potere, corroborò la riflessione sul significato del sapere, della competenza, delle virtù del conoscere, della traduzione feconda della politica in azione tramite la tecnica. La cultura dei tecnici, inserita entro una prospettiva politica antifascista, rappresentò nel decennio della ricostruzione il perno della ripresa economica e dello sviluppo. Attraverso il mondo dei tecnici si sviluppò un processo più generale di formazione e di selezione, seppure non sempre lineare e coerente, di una nuova classe dirigente, portatrice di una moderna cultura riformatrice, attenta alle possibilità di conciliazione tra la tecnica, lo sviluppo economico e il benessere sociale. Quello di Barbera è dunque un ragguardevole contributo per comprendere i limiti, le contraddizioni, la sincerità dell’esame di coscienza che una porzione della cultura italiana di primo livello compì su se stessa all’indomani della caduta del regime e nella transizione alla fragile democrazia repubblicana.