Marina Montesano, Folklore, Magic, and Witchcraft: Cultural Exchanges from the Twelfth to Eighteenth Century (Routledge, 2022)

Marina Montesano, Folklore, Magic, and Witchcraft: Cultural Exchanges from the Twelfth to Eighteenth Century (Routledge, 2022)


Marina Montesano, Folklore, Magic, and Witchcraft: Cultural Exchanges from the Twelfth to Eighteenth Century (Routledge, 2022)
Abstract:

Un concetto caro tanto agli storici quanto agli antropologi è quello di confine, di limite; tra superstizione ed eresia è un confine spesso ambiguo e sottile. Una medesima credenza può trovar posto nella comoda dimora della superstizione popolare, per poi finire nello spazio di pochi anni nelle spire delle definizioni eresiologiche, la cui presa inizia a venir meno solo dopo l’intensa stagione del secolo dei Lumi. L’incertezza e l’ambiguità di questo confine è riccamente descritta nel volume Folklore, Magic, and Witchcraft: Cultural Exchanges from the Twelfth to Eighteenth Century, curato da Marina Montesano. Un lavoro a cui è necessario accostarsi con attenzione, poiché raccoglie una grande quantità di temi, approcci metodologici e piste di ricerca. L’ampiezza cronologica e geografica dei saggi e il contributo di diverse discipline rendono il volume assai denso, costruito con un ritmo ondivago che conduce il lettore in immersioni profonde dedicate a temi particolari, per poi tornare a sguardi più vasti e d’insieme, che alludono e preludono a nuove immersioni in profondità, in un continuo alternarsi di movimenti dal generale al particolare. Nelle intenzioni della curatrice appare fondamentale dare il giusto rilievo al rapporto tra storia, folklore e antropologia negli studi inerenti la magia e la stregoneria. Un rapporto ormai consolidato, di cui in principio si ripercorre la storia, che ha visto crescere la collaborazione tra studiosi di diversa formazione negli ultimi decenni, fino a diventare oggi non solo un fatto assodato, quanto piuttosto un metodo di ricerca condiviso. L’approccio multidisciplinare, che già in passato aveva dato frutti fecondi in materia (penso ad esempio ai volumi collettivi curati da Mary Douglas, Dinora Corsi, Matteo Duni, che tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila avevano testimoniato la ricchezza dell’approccio multidisciplinare) è uno dei tratti distintivi di maggior rilievo del volume, che tuttavia presenta diverse altre caratteristiche degne di nota. La struttura è sapientemente organizzata in cinque sezioni, che raggruppano temi simili e consentono una lettura agevole e scientificamente lineare. Tuttavia, sono diversi gli argomenti che legano e attraversano le diverse sezioni, e che permettono al lettore di incrociare più volte temi e metodologie che emergono in saggi anche assai distanti tra loro. Le biografie, l’esame di regioni vaste o al contrario ben circoscritte, la circolazione tra cultura dotta e cultura popolare, l’attenzione agli aspetti filologici che emergono nei trattati e nei processi, sono solo alcuni dei temi che tagliano e connettono trasversalmente il volume. Tutti gli studiosi e le studiose che hanno contribuito alla stesura, benché assai diversi tra loro per interessi e temi affrontati, sembrano aver assunto in questo caso una medesima postura d’indagine, che conduce a considerare ogni tema proposto come un cantiere aperto, che rinnova e rinvigorisce una tradizione di studi che appare tutt’altro che esaurita, anzi forse grazie proprio all’approccio multidisciplinare si offre come un campo ancora assai promettente. Sono tante le domande che emergono nei diversi saggi, molte le piste seguite; sulla base di alcune conquiste della storiografia a cui gli autori si rifanno frequentemente (penso al concetto cumulativo di stregoneria, alle credenze sincretiche, alla periodizzazione ormai precisa e nota della caccia alle streghe anche a livello locale), i diversi contributi offrono un quadro d’insieme vasto e ricco, la cui lettura sarebbe di non poca complessità, considerate le tante competenze messe in campo, se il lettore non disponesse della chiara struttura organizzativa del volume e delle giuste chiavi interpretative offerte nell’introduzione.

Per dare rapidamente conto dei tanti temi emersi, vorrei seguire questo approccio inter-testuale, che a mio avviso si impone al lettore con continui rimandi e legami ad altri saggi del volume, iniziando dagli scorci di biografie che incontriamo nella lettura. Predicatori che contribuirono alla diffusione delle credenze e alla loro repressione, nunzi apostolici appassionati dell’occulto, teologi scettici che tentarono di sfatare le false credenze. La prima figura che incontriamo in termini cronologici è quella del domenicano Vicente Ferrer, esaminato Paul Castell Granados. Nella sua instancabile opera di predicazione a cavallo tra Alpi e Pirenei Ferrer contribuì alla diffusione di credenze che sarebbero state poi duramente represse. Nei numerosi sermoni dedicati al giudizio universale e all’avvento dell’anticristo, Ferrer «reserve a special place for sorcerers and diviners». Nel discutere il peso avuto da Ferrer nella repressione della stregoneria, Castell Granados dedica attenzione anche all’aspetto filologico della lettura dei sermoni, sottolineando in particolare l’uso dell’epiteto catalano Fetillera, che Granados accosta all’italiano fattucchiera, al francese fachurière, allo spagnolo fechizera, al portoghese feiticeira. Alcuni anni più tardi, due predicatori italiani, il domenicano Antonino da Firenze e il francescano Bernardino da Siena avrebbero svolto un ruolo simile nella diffusione delle credenze nella stregoneria sia tra i ceti colti che tra quelli popolari, considerando la riflessione su magia e stregoneria come «part of the comprehensive engagement with society they displayed through pastoral and reformative tools». Ricorda l’azione di Bernardino da Siena anche Marina Montesano, nel saggio dedicato all’uso del sangue come rimedio medicamentoso; Bernardino da Siena racconta di un processo avvenuto nel 1426 contro tale Finicella da Roma, condannata per aver ucciso 30 giovani succhiando loro il sangue, il cui uso era ben noto sin dall’antica Grecia. Marina Montesano ricorda in proposito il rito necromantico descritto nell’undicesimo libro dell’Odissea, e cita passi della Historia Naturalis di Plinio, dove il bagno nel sangue è contemplato come trattamento benefico per la pelle. La disamina sull’uso del sangue prosegue citando la novellistica medievale e le accuse mosse agli ebrei di usare quello dei bambini per restituire vitalità agli ammalati. Conoscenze e tradizioni che convergono nella cultura rinascimentale di Marsilio Ficino, che nel libro De vita longa propone l’uso del latte e del sangue per la salute delle persone anziane. Tali proposte, contenute nella più ampia opera De vita libri tres, si collocano all’interno di un sapere di cui Ficino era entrato in possesso attraverso l’influenza di due autori in particolare, Ermete Trismegisto e Platone, la cui prima espressione era stata la traduzione in latino dei 14 volumi noti come Corpus Hermeticum. La circolazione in Europa incontrò grande favore «in a cultural climate characterized by its fascination with ancient Egypt», benché costò al Ficino l’accusa di uso della magia, da cui dovette a lungo difendersi.

Tornando ora al saggio di Fabrizio Conti sui due predicatori italiani, l’autore riferisce dell’attenzione dedicata da entrambi alla censura degli «unlearned clerics and priests, who not only avoid forbidding enchantments […] but make and use those same tools themselves». Si allude dunque a un sottobosco clericale vicino alle pratiche magiche, di cui avrebbe fatto esperienza due secoli più tardi anche il nunzio apostolico Francesco Vitelli, appassionato bibliofilo e attento osservatore del mondo occulto, che trovò nel delicato ruolo assegnatogli a Venezia negli anni Trenta del ‘600 un terreno fertile per soddisfare le sue curiosità, presiedendo circa 250 processi e collezionando volumi che accrebbero enormemente la sua già ricca collezione. Marco Albertoni ne tratteggia il ruolo e gli interessi, sottolineando come Venezia fosse «the place where […] to satisfy his transgressive curiosity». Venezia e il suo tribunale furono dunque per Vitelli «a classroom for him where he could learn about the cultural features of the common masses». Quella cultura popolare di cui è ad esempio intriso il processo a Laura Malipiero, studiato da Franca Romano, che descrive quel substrato di cultura popolare di cui anche il basso clero si nutriva, e che Albertoni non manca di notare, sottolineando «[the] disparity that existed between the higher and lower echelons of the ecclesiastical hierarchy, between those who were subject to control and those who exercised control». Di tutt’altra natura ma di non minor spessore la figura del teologo Heberard David Hauber, che Rita Voltmer esamina dedicando particolare attenzione alla sua opera principale, la Bibliotheca sive acta et scripta magia (1738-1745), un’enorme raccolta in 36 volumi di tutte le superstizioni che Hauber riteneva «a mere superstition, a delusion, a fraud». L’opera di Hauber ebbe fortuna anche grazie al crescente interesse per i temi dell’occulto che, verso la fine dell’epoca dei Lumi conobbe uno spettacolare rinnovamento, anche grazie alla crescita del mercato librario. Il suo lavoro, nota Rita Voltmer non senza una punta d’ironia «in plain contrast to his intention […] continues to be a compendium of magical knowledge». La Bibliotheca non sarebbe certo stata l’unica a tentare di combattere le superstizioni; ricordo in proposito la pubblicazione, nel 1818, del Dictionnaire infernal di Jacques Collin de Plancy, che in piena epoca risorgimentale avrebbe conosciuto numerose edizioni. Non è banale peraltro rammentare che anche in campo artistico diversi autori si distinsero per una marcata propensione al raffigurare e condannare le superstizioni; su tutti, spicca certamente Francisco Goya, protagonista di un’intensa stagione artistica al termine dalla sua carriera nota come pintura negra. E a proposito di artisti, il volume si arricchisce anche di un saggio dedicato a Pieter Brueghel il Vecchio, autore di un codice visivo sulle streghe e la stregoneria destinato a grande fortuna. Due suoi disegni in particolare possono essere considerati, secondo Renilde Vervoort «a demonological treatise encapsulated in a visual form». Brueghel, che dimostrò essere un attento interprete e lettore dei trattati di demonologia del suo tempo, scelse con cura i dettagli iconografici da inserire nei suoi lavori, volendo proporre un linguaggio comprensibile a chi osservava «carefully selected precisely those elements that made most sense to his public». Una scelta diversa da quella del suo maestro Hieronymous Bosch, le cui rappresentazioni fantastiche, provenienti da una profonda conoscenza della tradizione dei miniaturisti fiamminghi, apparivano e appaiono tutt’ora meno decifrabili a un primo sguardo.

Tornando per un attimo ad Hauber, nella lunghissima disamina non mancarono i trattati che avevano segnato la storia della demonologia e della persecuzione delle streghe; Jacob Sprenger, Ulrick Molitor, Martin Del Rio, Friedrich Spee, teologi e giudici della fede che si misurarono col tema della stregoneria e dei reali poteri del demonio nel corso del XVI e XVII secolo. Il medesimo dibattito è esaminato da Michaela Valente nel saggio Ignorantia and superstitio, che ripercorre le fasi principali dell’evoluzione teologica che avrebbe portato ad una precisa definizione eresiologica ciò che a lungo era stato classificato come superstizione, ricordando come dirimente in tal senso fu la bolla Summis desiderantes affectibus, che nel 1586 «annulled the distinction between simple and heretical superstitions». Anche Valente torna su un tema ampiamente dibattuto, l’ignoranza diffusa tra il basso clero, ricordando il Libellum ad Leonem X, opera dei camaldolesi Querini e Giustiniani, nel quale richiamavano la «decisive pastoral action to combat ignorance among the clergy».

Accanto alla disamina di Michaela Valente può essere collocato il saggio di Matteo al Kalak, che ripercorre la storia dell’eucarestia nell’Italia della prima età moderna. L’autore individua l’ «Eucharist’s central role as part of intense process of cultural circulation». Ricordando le principali differenze interpretative tra cattolici e protestanti, ovvero l’idea della transustanziazione e quella della consustanziazione, Matteo Al Kalak sottolinea come «The Eucharist object […] became the focus of changes in buildings, architecture, and rituals». Un oggetto magico dunque, che non poteva non attirare l’attenzione di coloro che furono accusati di magia; furono molti infatti i processi inquisitoriali celebrati tra ‘500 e ‘600 proprio per il furto della particola consacrata, sia dai tribunali italiani che da quelli iberici.

Un viaggio tra diverse posizioni teologiche nell’arco di diversi secoli è anche quello compiuto da Vincenzo Tedesco, che ripercorre la storia della salvezza dell’anima di Traiano, che da mito agiografico si trasforma in dottrina eretica. Una disamina ricca e complessa, che principia dal racconto di Jacopo da Voragine e trova un primo commento autorevole nella Summa Theologiae di Tommaso D’Aquino; il tema è poi ripreso nel dibattito teologico e filologico promosso dai domenicani Melchor Cano e Domingo de Soto, entrambi espressione delle posizioni ortodosse della scuola di Salamanca, che attaccarono duramente la veridicità del racconto, al contrario di quanto invece propose il loro confratello Alfonso Chacón, che anzi vide in esso «a story of truth and faith that highlighted a capacity for intercession proper to every on St Peter’s papal successor». Un dibattito acceso a cui pose fine la Curia Romana, le cui posizioni furono espresse dai cardinali Roberto Bellarmino e Cesare Baronio; all’inizio del XVII secolo «any assertion affirming the salvation of Trajan’s soul was forbidden».

Tornando ai due concetti proposti da Valente, ignoranza e superstizione, si deve notare che essi appaiono non solo come temi ricorrenti nel testo, ma anche come chiavi di lettura per interpretare la maggior parte dei fenomeni di natura magica, a prescindere dalla loro eventuale definizione eresiologica. Tuttavia è possibile, almeno in alcuni casi particolari, rintracciare un’interpretazione ancor più complessa e sfuggente, che richiama anche il vasto e ben noto tema dell’identità di genere connessa ai reati di magia e stregoneria. È il caso ad esempio del faggio di Bourlemont, l’albero caro a Giovanna d’Arco; nella lettura che Andrea Maraschi propone delle credenze sincretiche che sfuggivano alla visione dualista degli inquisitori, emerge con chiarezza il tema del trasferimento di tali conoscenze dalle donne anziane alle più giovani, in un ambito di trasmissione orale che si sottraeva al controllo maschile. La parabola di Giovanna d’Arco appare paradigmatica in tal senso: «Such a role allowed women like Joan to play an active role in a patriarchal society». Compare dunque una relazione di potere che non riguarda soltanto il rapporto tra popolo e gerarchie ecclesiastiche, non investe solo il vasto campo del disciplinamento religioso ma, in questo caso, pone l’accento anche sulle relazioni di genere. Un altro sconfinamento dal campo strettamente religioso è rintracciabile nel saggio di Danny Buck dedicato alla caccia alle streghe a Great Yarmouth (1645), dove prima e più che le considerazioni di carattere strettamente teologico, valsero gli equilibri e i rapporti di potere nell’ambito dell’establishment cittadino coinvolto nella guerra civile inglese. Il saggio propone le tre diverse interpretazioni che i protagonisti della vicenda offrirono dell’astrologia, ritenuta da taluni una pratica comunemente accettata, da altri condannata come magia nera, mentre una terza posizione rappresentata dal poeta John Taylor derideva entrambi. Tuttavia, l’autore sottolinea come in realtà la caccia alle streghe di Great Yarmouth debba essere letta alla luce dei conflitti politici e religiosi della guerra civile «witchcraft accusation […] came when the town’s elite was under strain from economic distress and religious divisions». Il caso di Great Yarmouth ricorda la caccia alle streghe di Salem, che alla fine del ‘600 scosse la città del Massachusetts, sia per le dimensioni che per gli interessi politici ed economici retrostanti alle accuse di stregoneria. Con le debite differenze, i due casi mostrano un uso politico delle accuse rivolte agli avversari, evidenziando la strumentalità di alcuni processi. È forse possibile rintracciare la medesima strumentalità nei processi condotti contro gli ebrei accusati di dar luogo a pratiche di magia in accordo con i cristiani, che spesso si rivolgevano ad essi per chiedere aiuto dimostrando come «performed spells and magical rituals together […] the reality of exclusion and repression did not prevent these exchanges, relations, and network of contacts». Marina Caffiero, autrice del saggio, si domanda: «how and to what extent was insistence on the greater magical experience and competence of the jews used to demonize religious diversity, and even to assimilate it into heresy»? Compare dunque ancora una volta il confine tra superstizione, magia ed eresia. Ma Marina Caffiero introduce anche un elemento periodizzante, poiché ritiene che la fine della persecuzione della stregoneria rappresenti un tornante cruciale per una virulenta riemersione dell’antisemitismo: «this passage […] can be considered to represent a crucial change for the persecution of the jews, who had become the sole recipients of the fears and anxieties of society».

SI interroga sul legame tra ebrei e cristiani anche Flavia Buzzetta, con particolare riferimento a una pratica assai diffusa, la realizzazione di statuette di cera per nuocere a un individuo di cui venivano abbozzati i tratti. La condivisione di tale pratica è rintracciata in particolare nel Liber de homine o Decimus liber de anima, nel quale l’autore Flavius Mithridates, traduttore e collaboratore di Giovanni Pico Della Mirandola, individua «remarkable similarities with the Sefer Malachim or “Book of Angels”». Una pratica dunque che non pertiene al vasto e spesso rozzo mondo delle credenze popolari, ma affonda le sue radici in una cultura dotta e antica, che garantirà a tale espediente magico una indiscussa fortuna. Da ricordare in proposito il tentativo di uccidere Urbano VIII posto in atto da Giacinto Centini, nipote del cardinale Felice Centini, proprio attraverso l’uso di una statuetta di cera liquefatta nel fuoco.

Conclude la sezione dedicata al rapporto con le altre due religioni monoteiste il saggio di Michele Petrone dedicato alla creazione della vita nella cultura islamica. La lettura del Corano e il raffronto con la tradizione ebraica rendono questo saggio un punto di intersezione tra le due religioni e le due differenti visioni circa la possibilità di creazione della vita. Partendo dalla lettura e dall’interpretazione proprio del Corano, Petrone sostiene che «sacred texts offer materials for speculations in the direction of artificial creation of life». La riflessione ruota intorno al potere di Dio quale unico creatore della vita. A tal proposito l’autore afferma: «Artificial creation of life is a complex matter in a religious context like the Islamic one, where also the representation of living beings is formally prohibited, as it could be seen as challenge to the creative power of God […] The point of view radically differs from one of Jewish Kabbalists, who see in the achievement of this ability the confirmation of having reached the highest degree of spiritual realization».

SI è più volte evocato finora il tema del viaggio, inteso non solo come movimento di persone, ma anche e soprattutto come circolazione di idee. Tale ipotesi è al centro dei saggi di Debora Moretti, che riflette sulla circolazione del mito del sabba in Italia, e Liv Helene Willumsen, che considera invece il complesso di credenze sulla stregoneria che dal nord della Germania arriva nel Finnmark, passando per Copenaghen e la Scozia. In entrambi i saggi si individuano coloro che, più o meno consapevolmente si resero protagonisti della trasmissione e della ricezione delle credenze che, tutte insieme, definirono quel concetto cumulativo di stregoneria teorizzato da Brian Levack nei primi anni Novanta, e divenuto oggi un caposaldo della storiografia. Debora Moretti specifica come, nel caso del mito del sabba e della sua circolazione in Italia «we can see where the full myth was embraced and where only some of the elements were embraced». Liv Helene Willumsen invece, che non dedica attenzione solo al sabba, ma all’insieme di credenze «the devil’s pact, witches’ sabbath, and the collective performance of witchcraft» si concentra sui protagonisti della trasmissione, tra i quali ricorda in particolare il re James VI, che fu «an important travelling individual bringing demonological ideas from Denmark to Scotland».

Tra le numerose idee che circolarono in Europa, una in particolare appare suggestiva agli occhi di Amber R. Cederström, che propone un saggio sulle forme assunte dal diavolo nella tradizione del Finnmark, in particolare uccelli e gatti. Interessante notare come nasca tale credenza: «It is difficult to be sure if these particular shapes were spontaneously generated by the women or suggested by the interrogators, but presumably they were agreed upon by both parties as essential reasonable shapes […] cats and crows are common, familiar, and not deadly-creatures […] would not arouse immediate suspicion; like the witches, they could – and did – infiltrate spaces where they were unexpected or not allowed». Amber R. Cederström pone un problema di non poco conto, a proposito del rapporto tra giudici e inquisiti, il medesimo problema che, vale la pena ricordarlo, si pose Carlo Ginzburg nell’ormai classico volume sui Benandanti, la cui fisionomia eretica comparve proprio nel corso degli interrogatori, dove si impose l’immaginario e l’interpretazione degli inquisitori.

Tra le tante credenze che compongono il concetto cumulativo di stregoneria vi è certamente il volo notturno, che Christa Agnes Tuczay rintraccia nei mirabilia della letteratura medievale cortese, distinguendo «two groups and also two narratives tradition of night flyers – demonic and human». Negli exempla di Caesarius di Heisterbach appaiono le «diabolical conspiracies and evidence of demonic influence», ma più in generale i mirabilia assumono «an instructive and moral, or entertaining or informative character […] Courtly fiction also contain didactic elements».

Si impone una riflessione finale, per provare a dar conto in termini generali dell’importanza del volume, che risiede soprattutto nell’aver ancora una volta mostrato quanto i diversi campi d’indagine esplorati possano ancora arricchire il dibattito storiografico. Grazie alle solide conoscenze e a un approccio metodologico condiviso, molti archivi e molti processi possono e debbono ancora essere esplorati; questo volume dunque, oltre all’importante contributo storiografico, sembra essere davvero un augurio di buon lavoro.

Autore

  • Livio Ciappetta

    Dottore di ricerca in Storia moderna presso l'Università La Sapienza e presso la Scuola superiore di Studi Storici della repubblica di San Marino. Autore del volume La zingara, l'erborista e lo schiavo. L'Inquisizione a Maiorca (1584-1625), e di diversi saggi sull'Inquisizione spagnola e romana e sulla didattica della storia.
    Docente di Didattica della Storia presso l'Università Nicolò Cusano