recensione-book-libri-review

Fiammetta Balestracci, La sessualità degli italiani. Politiche, consumi e culture dal 1945 ad oggi (Carocci, 2020)

Dalle serie statistiche alle canzonette, dai diari privati ai disegni di legge discussi in Parlamento, dalle pubblicità alle encicliche, dai reportage giornalistici alle pubblicazioni scientifiche. E ancora: serie televisive, pellicole cinematografiche, saggi, inchieste, documenti prodotti dai partiti e movimenti politici e dalle istituzioni. Sono molte e assai diversificate le fonti che Fiammetta Balestracci ha messo a lavoro in La sessualità degli italiani. Politiche, consumi e culture dal 1945 ad oggi, forse il primo libro che offre al pubblico italiano una ricostruzione a tutto tondo della storia della sessualità in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi. La varietà dei materiali presi in considerazione riflettono proprio le molteplici angolazioni dalle quali l’autrice ha guardato al tema nel suo volume, evocate coerentemente nel sottotitolo, ma è anche l’esito dei mutamenti intervenuti nel corso dei decenni esaminati e che richiedono che in una storia della sessualità si prenda in considerazione l’età media del primo rapporto sessuale all’indomani della guerra, ma anche il modo in cui internet ha reso incontrollabile la circolazione di immagini private all’alba del nuovo millennio.

La ricerca storica ha negli ultimi cinquant’anni dedicato crescente attenzione alla storia della sessualità, svelandone la rilevanza per la comprensione delle società del passato. Gran parte degli studi di età contemporanea si è finora concentrata soprattutto sul lungo Ottocento, ricostruendo il ruolo che la morale e le politiche verso la sessualità hanno avuto nei processi di costruzione delle nazioni e nelle ideologie nazionaliste, ma anche l’importanza che la nuova scienza che studiava la sessualità ha avuto nella cultura positivista e nella partita per l’egemonia di questa nelle scienze sociali di fine Ottocento. Nondimeno, sono stati studiati i nuovi luoghi di aggregazione e incontro sessuale che si sono affermati contemporaneamente ai processi di inurbamento di fine secolo e la diffusione di inediti modelli sociali e comportamenti collettivi.

Il libro di Fiammetta Balestracci apre allo studio di un altro segmento della storia contemporanea, calando “la rivoluzione sessuale” degli anni Sessanta/Settanta, evento finora considerato periodizzante per la storia del costume e della libertà femminile, in un processo di più lunga durata. Questo, a mio avviso, uno dei principali meriti del volume: l’autrice non solo stempera il carattere di eccezionalità dei mutamenti intervenuti in quei due decenni, raccontandone genealogie ed esiti, ma riesce soprattutto a restituire il posto che la sessualità ha occupato nella storia dell’Italia repubblicana, dell’intero Paese.

Punto di avvio del volume è la fotografia demografica dell’Italia appena uscita dalla guerra. Lo sbilanciamento tra i sessi nella popolazione, dovuto al maggior numero di uomini morti a causa del conflitto, sia tra i combattenti che tra i civili, la crescita dei tassi di natalità, la diffusione dell’istruzione, l’avvio dell’economia della ricostruzione, avrebbero rappresentato gli acceleratori, quando non addirittura l’innesco, di significative trasformazioni nell’organizzazione delle famiglie e nel mondo del lavoro. La società patriarcale, cucita a misura di uomini adulti lavoratori e dislocati prevalentemente nelle aree rurali, si poteva dire avviata al tramonto (p. 23). Se nei primi anni dopo la guerra, dunque, ancora si registrava una forte vivacità del modello di famiglia tradizionale, con una sessualità femminile vincolata alla riproduzione, la generale inosservanza e ignoranza per i metodi contraccettivi e la larga diffusione dell’aborto clandestino, al volgere del decennio già molte cose sembravano cambiate. Gli anni Cinquanta raccontati dall’autrice scorrono nel segno dell’ambivalenza, teatro di tentativi di mantenimento dell’ordine tradizionale e, allo stesso tempo, delle prime prove di riforma nel campo delle questioni morali e dell’organizzazione della famiglia: sono gli anni del dibattito sull’abolizione della regolamentazione della prostituzione (suscitato dalla proposta di legge della senatrice Lina Merlin presentata nel 1948), delle proposte di legge sul divorzio, dei primi consultori familiari e dei vagiti del movimento omofilo, della parità giuridica tra genitorialità coniugale e non, del rigetto in Cassazione dello ius corrigendi, delle voci sempre più consistenti che chiedevano di rimuovere dal codice penale il reato di pubblicità dei mezzi contraccettivi introdotto durante il fascismo. E ancora: il decennio è quello della nascita della televisione e della sua pubblicità, dei grandi magazzini e dei cinema frequentati massicciamente dai giovani che qui, come nelle scuole, trovavano occasioni di socialità promiscua; sono gli anni delle prime iniziative editoriali, collane e riviste, che puntavano alla divulgazione e promozione del dibattito sulla sessualità e del crescente successo del concorso Miss Italia (al via dal 1946), che esponeva corpi e bellezze femminili suscitando in pari misura entusiasmo e riprovazione.

Se già questo decennio aveva mostrato la nuova centralità che media e consumi giocavano nella percezione e costruzione delle identità e dei gruppi sociali, ma anche nelle trasformazioni dei costumi e della morale, sono i “favolosi” anni Sessanta a consacrare questo processo e aver guadagnato maggiore attenzione storiografica. Oltre, e prima, del ‘68 e del valore politico assegnato alla questione sessuale dai movimenti studenteschi, femministi e omosessuali, al centro del secondo capitolo del volume, l’autrice restituisce accuratamente il clima di una società che vedeva repentinamente mutare le relazioni tra i generi e tra le generazioni e le concezioni dei corpi e della libertà sessuale. La critica spietata alla famiglia tradizionale e ai suoi codici arrivava nei primi anni Sessanta sul grande schermo, riscuotendo notevole successo, di pubblico e di critica. Basti pensare alla doppietta firmata da Pietro Germi, Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, rispettivamente del 1961 e del 1964 o al film collettivo e a episodi Le italiane e l’amore, sempre del 1961. Quest’ultimo si ispirava all’opera della giornalista Gabriella Parca Le italiane si confessano (1959), che con le sue sette edizioni nel giro di tre anni (altre ne seguiranno nel corso del decennio) restituisce bene la concomitante fortuna che acquistò in quegli anni un nuovo genere di pubblicazioni: le inchieste sulla condizione delle donne che mettevano a tema le strettoie dell’ordine delle famiglie e della morale tradizionale. Il sesso, i corpi, iniziavano a vendere, non solo al cinema e in libreria, ma anche nelle edicole, dove si sdoganano le riviste “sexy”, in televisione, nelle farmacie: il 1961 è, in questo senso, ancora una volta annus mirabilis. È la data dello sbarco della pillola anticoncezionale in Europa, con infiniti strascichi polemici, e quella dell’apparizione delle gambe nude delle gemelle Kessler in tv. La strada è tracciata e di lì a poco sarà attraversata dalle orde di ragazzi e ragazze scalmanati che accorrono ai concerti dei Beatles (prima apparizione in Italia nel 1965), alle esibizioni di Patty Pravo o dell’Equipe 84, vale a dire che diedero vita alla galassia delle controculture giovanili.

Altrettanto rilevante, accanto a quella dei consumi, dei media, delle culture, è tuttavia la dimensione politica della sessualità negli anni Sessanta e Settanta. Il dibattito intorno a temi chiave quali il divorzio, l’aborto, la violenza sessuale, l’adulterio, l’omosessualità, il diritto di famiglia, che come sappiamo agitarono le piazze in questo lasso di tempo, rappresentarono anche un’occasione di tensione e confronto dentro le istituzioni, la Chiesa e i partiti, innescando importanti processi di metamorfosi culturale al loro interno. Al tema l’autrice dedica ampio spazio, seguendo l’iter delle varie proposte di legge presentate in materia e le discussioni dentro e fuori le aule del Parlamento da esse suscitate, ma anche la differenziazione delle posizioni che maturò nel mondo cattolico, racchiuse ai due estremi tra l’oscurantista enciclica Humanae Vitae (1968) e l’esperimento dei consultori di base voluti a Milano da don Paolo Liggeri.

Rispetto a vent’anni prima, la società italiana che si affaccia agli anni Settanta è irrimediabilmente cambiata e a testimoniarlo non sono solo le mode, i comportamenti, le rappresentazioni, le culture, ma anche la rilevazione demografica e statistica: a metà decennio si è ormai affermata compiutamente la famiglia poco numerosa e non necessariamente coniugale, le donne (che avevano nel frattempo incassato il diritto all’accesso a tutte le professioni nel 1963) sono parte consistente del mondo del lavoro in tutti i settori, si spende sempre di più per beni non alimentari e un posto importante lo hanno ora i prodotti legati all’aspetto, come cosmetici e abbigliamento. Gli anni Settanta, è noto, sono gli anni di una diffusa sperimentazione sessuale negli ambienti della contestazione, ma non solo. Sono gli anni dei grandi raduni, dei festival, dei campi nudisti, dove giovani e meno giovani si misurano con nuovi modi di vivere le relazioni, i sentimenti, l’erotismo. Il bilancio di genere, anche in questa occasione, tuttavia, non sempre è nel segno della parità. Gran parte della critica politica, che si cibò delle opere di Marcuse, Fromm, Reich, investì soprattutto la famiglia coniugale e la sessualità riproduttiva, ma non intaccò nel profondo le gerarchie tra uomini e donne, agendo soprattutto a favore della libertà maschile.

Il momento di massima politicizzazione della libertà sessuale rappresentò anche la premessa per una nuova fase della storia della sessualità in Italia, che si avviò con gli anni Ottanta e che, probabilmente, conduce fino agli scenari attuali.

La crisi della politica di base, il riflusso, insieme al concomitante trionfo delle televisioni private, dell’industria audiovisiva domestica (le videocassette), ma anche l’emergenza AIDS, sono tra le ragioni di una progressiva diffusione ed egemonia del consumo di sesso a basso costo e, soprattutto, immateriale. Gli ultimi decenni, tuttavia, non sono solo quelli del «porno di massa», ma anche quelli che hanno visto la progressiva introduzione di programmi di educazione sessuale nelle scuole e la generale accettazione sociale della varietà dei gusti e delle preferenze sessuali.

Se il volume segue la progressiva centralità che il sesso ha guadagnato nella società e nella cultura dell’Italia repubblicana, credo che uno dei suoi maggiori pregi sia proprio quello di aver evocato insieme la complessità degli scenari e delle forze in campo e le partite, anche politiche, che si sono giocate intorno alla libertà sessuale.