Centro e periferia nella vita politica della Repubblica romana del 1849

Centro e periferia nella vita politica della Repubblica romana del 1849

di Giuseppe Monsagrati

 

Storicamente, nell’Italia del Sette-Ottocento, i cambiamenti di regime e le cadute delle dinastie hanno spesso innescato fenomeni di reazione politica, organizzata in genere nelle forme del sanfedismo, ossia utilizzando il congegno – sempre molto incisivo sull’opinione delle masse – dell’alleanza tra il trono e l’altare. Questo voleva dire che oltre che sul piano ideologico, del mero confronto delle idee e della bontà dei sistemi di governo, anche in futuro la lotta si sarebbe svolta chiamando in causa l’elemento della devozione e della fedeltà: fedeltà alla religione anzitutto, ma anche al sovrano, alla tradizione, agli assetti sociali e ai rapporti di classe ereditati dal passato. Quello psicologico era dunque (e sarà almeno fino al 1831; ma, come osserva Luigi Salvatorelli, in Italia la letteratura reazionaria apparve soprattutto dopo il 1830) un elemento fortissimo di saldatura, un vero collante tra le generazioni, e dunque un garante della stabilità in piena sintonia con altri fattori, primo tra tutti l’equilibrio delle potenze europee, interessate in particolare all’importanza strategica di alcune zone funzionali alla tenuta di tutto il sistema.

Il primo a doversi misurare con tale meccanismo di difesa, parallelo a quello che poteva essere garantito dall’organizzazione militare dei singoli stati e con esso quando possibile in relazione sinergica, fu Napoleone Bonaparte sin dal suo affacciarsi sull’Italia. Non ebbe quasi mai problemi a sconfiggere gli eserciti regolari; trovò invece molte difficoltà a domare la lunga e spesso vincente resistenza della guerriglia, termine che sarebbe stato ricavato dallo spagnolo appunto per designare l’opposizione che gli si parò davanti durante la lunga e sanguinosa occupazione della penisola iberica.

Collegata alle insorgenze, la piccola guerra, o guerra partigiana, ne era lo sviluppo e la prosecuzione tattica e aveva come fine la liberazione dei territori caduti sotto la dominazione francese e il ritorno sul trono dei sovrani deposti: il che voleva dire anche ritorno all’assolutismo, non avendo che durata temporanea le istituzioni rappresentative che talvolta vennero accordate per portare dalla propria parte gli esponenti della borghesia; e voleva anche dire, come riflesso della xenofobia, un risveglio del sentimento patriottico se non addirittura una sua prima apparizione. Quando a metà 1799 dalla Calabria il cardinale Ruffo risalì verso Napoli portandosi dietro l’esercito della Santa Fede (in una sorta di anticipazione della fase finale della spedizione dei Mille, ma di senso opposto) lo fece in nome del legittimismo ma non meno sentito fu il suo desiderio di espellere dal territorio borbonico gli invasori francesi e la loro cultura rivoluzionaria avente le sue basi nel razionalismo e nel materialismo. Non a caso Mazzini, in una sua riflessione storiografica (giovanile ma non troppo: siamo in un giro di anni tra il 1835 e il 1840) sulla rivoluzione napoletana del 1799, mentre da un lato chiaramente celebrava i repubblicani vittime della reazione sanfedista, non esitava ad esaltare lo slancio popolare che prima di essere strumentalizzato dal sanfedismo si era sollevato contro l’oppressione straniera. Se ben dirette – questo il ragionamento di Mazzini – quelle stesse energie le si sarebbe potuto spendere per una causa che, proponendosi come obiettivo la libertà e l’eguaglianza, fosse in grado di mettere in primo piano l’esigenza del popolo. In sostanza si sarebbe trattato di un caso di eterogenesi dei fini non raro a verificarsi in certe epoche storiche.

Non va però dimenticato che un fattore di successo delle rivolte antinapoleoniche era costituito spesso dalla possibilità di contare sull’assistenza dei paesi ostili alla Francia. In tale congiuntura rivestì spesso un ruolo di primo piano il Regno unito, così nella difesa della penisola iberica come nella riconquista dell’indipendenza da parte della Spagna e del Portogallo; ma a dare un impulso che si sarebbe rivelato decisivo fu l’opposizione delle popolazioni alla Francia rivoluzionaria e a ciò che la sua presenza significava non solo in termini di svuotamento del vecchio sistema di potere, ma anche come affermazione di principi di derivazione illuministica volti a colpire la Chiesa, le sue proprietà, i suoi riti, il legame da essa stabilito col mondo contadino. Da ciò apparve evidente che il successo della guerriglia, intesa soprattutto come azione di disturbo capace di costringere gli occupanti a dividere le loro forze su spazi territoriali immensi, era dipeso in buona parte dall’appoggio delle popolazioni in termini di offerte di rifugio, segnalazioni sulle mosse del nemico, somministrazione di vettovaglie (anche se non di rado proprio le comunità si erano trovate di fronte al dilemma se farsi depredare dai francesi o sottostare alle imposizioni forzate delle milizie irregolari).

 

Possiamo applicare lo schema fin qui delineato anche a Roma nel ‘49? No, perché quando fu messo in atto ebbe carattere minoritario e limitato ad alcune zone dello Stato (Marche e Ciociaria soprattutto) mentre a Roma non diede segni di vita se non per casi individuali di resistenza, ascrivibili più all’iniziativa dei singoli e alle loro ridotte capacità di fare gruppo che a una vera tecnica controrivoluzionaria; del resto il fatto stesso che fallisse e che anzi non venisse nemmeno sperimentata una strategia sulla quale al loro arrivo i francesi avevano puntato qualche carta, ossia la strategia della rivolta interna della Roma papalina, dimostra se non l’adesione della cittadinanza al regime repubblicano, quanto meno l’avvenuto distacco della parte più viva della città dalla figura del papa come sovrano temporale, in un momento in cui verso il sovrano spirituale non erano mancate fino a metà ’48 manifestazioni di perdurante devozione popolare.

Se ciò non ebbe luogo o stentò a manifestarsi nel 1849 lo si dovette per un verso alla sorveglianza preventiva messa in atto dalle autorità repubblicane dividendo la città in rioni e attivando un buon meccanismo di controllo sullo spirito pubblico, non oppressivo ma nemmeno troppo blando. Se necessario si ricorse anche alle maniere forti, si effettuarono arresti, ci si avvalse di informatori segreti e di altre misure repressive giustificate dallo stato di guerra in cui Roma si venne a trovare dalla fine di aprile. Per l’altro verso, tuttavia, riteniamo funzionasse bene un sistema di governo affidato, per la seconda volta dopo il 1798-99, a personale laico, capace di valorizzare le poche riforme e i pochi atti innovativi nella vita pubblica che si ebbe il tempo di portare a compimento: più che altro funzionò, a dire il vero, il senso di equità che si percepiva essere alla base dell’applicazione delle regole e delle leggi; un peso non minore dovette avere la percezione che la rivoluzione potesse portare con sé non lo sconquasso sociale ma il riformismo, quel riformismo dalla cui mancata o troppo parziale realizzazione era dipesa la crisi in cui era precipitato il papato temporale nel corso del 1848.

Ad avere effetto nella Roma repubblicana non erano tanto i grandi principi: a parte quelli esposti nel decreto fondamentale del 9 febbraio, non ce ne furono altri perché quelli che innervavano la Costituzione si conobbero soltanto quando i francesi erano già entrati in città. Ad avere effetto furono soprattutto la legislazione ordinaria e la decretazione triumvirale produttrici l’una e l’altra di interventi normativi capaci di incidere nella vita quotidiana: il controllo dei prezzi, la disponibilità degli alloggi, l’occupazione sia pure molto saltuaria assicurata dall’incremento delle opere pubbliche, l’offerta di lavoro ad artisti e artigiani. Tutto ciò dava, oltre che il senso della giustizia con cui si governava la vita pubblica, il senso della solidarietà e dell’appartenenza a una comunità di destino e non ad un aggregato casuale e concorrenziale di interessi e privilegi. Era questo a fare la differenza, e lo si cominciò a capire sin da quando, in vista delle elezioni per l’Assemblea Costituente, si approvò la legge istitutiva del suffragio universale maschile.

Va detto inoltre che proprio alla vigilia delle elezioni fu messa in moto una efficace macchina di propaganda ideologica volta a illustrare (con la stampa, con i volantini, con i catechismi, nei circoli, con i comizi improvvisati) i vantaggi materiali e morali del regime repubblicano rispetto a quello teocratico o, più genericamente, monarchico. Le stesse elezioni furono un momento di democrazia praticata che tutte le province dello Stato attendevano da tempo e a cui risposero con imprevedibile preparazione: nell’archivio dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano esistono rendiconti statistici sulla partecipazione al voto in alcuni comuni (nello specifico, i comuni delle Marche) che attestano la buona preparazione dei presidenti di seggio e lo scrupolo con cui avvenivano i conteggi. Analoga fu l’efficacia dei controlli finali sulle relazioni municipali che, con apposita legge elettorale pubblicata il 31 gennaio 1849, si tennero in tutte le province tra marzo ed aprile (per Roma dopo alcuni rinvii si scelse la data del 15 aprile).

È stato dato un certo rilievo al risultato del voto amministrativo, orientato maggioritariamente in senso conservatore, cosa che peraltro non sorprende affatto, vista l’egemonia esercitata in periferia da gruppi di potere locali (nobiltà di provincia, possidenti, clero). Non sembra pertanto corretto enfatizzare con troppa forza la differenza tra la legge elettorale per le politiche e quella per i municipi rilevando di quest’ultima, rispetto all’altra, il carattere conservatore, quasi a voler riequilibrare in periferia lo sbilanciamento progressista delle elezioni generali: la differenza non è questione di articoli di legge ma di contesto, perché altro è votare sotto una teocrazia, altro ancora sotto una repubblica. Sembra chiaro che i nuovi detentori del potere, portatori di una concezione della politica come educazione delle masse alla cittadinanza, privilegiassero il significato delle elezioni generali riservandosi di intervenire in futuro sul governo delle realtà locali. Può sembrare che si tratti di discorsi teorici, ma c’è la coerenza delle vite di questi rappresentanti della Repubblica a sottrarli alla retorica e a rafforzarne la portata.

In ogni caso, è vero che delle consultazioni municipali la storiografia ha tenuto meno conto, in parte perché fino a poco tempo fa e per certe zone i dati che le riguardano non sono sempre disponibili, ma soprattutto perché l’espressione dell’attitudine più innovativa del regime repubblicano si concentrava tangibilmente in Roma, la capitale che oltre a ospitare il potere politico incarnato nell’Assemblea, era anche la sede dell’esecutivo e degli organismi di governo che ne erano scaturiti. Sotto questo profilo la periferia, con la sua vocazione immobilistica, ha un ridottissimo impatto sull’esperienza del centro, e quando lo ha è spesso un impatto negativo, di più o meno larvata contestazione che nelle zone di confine col Regno meridionale arriva ad assumere il profilo dell’insorgenza contadina o brigantesca, del tutto infruttuosa nel ’49 a causa della mancanza di un centro direttivo di comprovata efficienza organizzativa.

Ma c’è un altro motivo che predisponeva le autorità centrali in modo non ostile verso la valorizzazione e non la compressione delle energie periferiche, ed è che Mazzini, come Saffi, come in genere i Costituenti conoscevano troppo bene la storia d’Italia per disconoscere quale contributo di vitalità e di arricchimento potesse venire al centro da un sano rapporto con la periferia. D’altra parte proprio Mazzini sin dal 1831 aveva proclamato nell’atto fondativo della Giovine Italia il principio per cui «la vita inerente alle località dev’essere libera e sacra. L’organizzazione amministrativa dev’essere fatta su larghe basi, e rispettare religiosamente le libertà di comune; ma l’organizzazione politica destinata a rappresentar la nazione in Europa dev’essere una e centrale»: concetto che corrisponde pienamente a quanto osservavamo poc’anzi.

Pur tuttavia uno sguardo sulla provincia è essenziale perché per paradosso è proprio il conservatorismo che alligna tradizionalmente in certe zone dello Stato a rendere più vistoso il sentimento di disaffezione dal potere temporale dei papi. Quando si tratta di dover decidere se avere un atteggiamento collaborativo verso l’invasore austriaco aprendogli le porte delle città, a Forlì come a Ravenna, a Pesaro come in Ancona e nella stessa Bologna, le comunità si oppongono sempre, prima di tutto perché in passato si sono già sperimentate le dolcezze dell’occupazione austriaca, e poi perché qualunque regime è migliore di una restaurazione. In questo, per quanto riguarda Roma, non c’è solo il ricordo dell’esperienza repubblicana di fine Settecento, c’è soprattutto la volontà di farla finita per sempre col governo del clero. D’altra parte non si ospitano per decenni cellule e vendite carbonare e/o massoniche (in Umbria, ad esempio, o nelle Romagne, o nella stessa Roma) senza che, quando se ne profili la necessità, non si palesi l’insofferenza verso il governo papale che delle società segrete aveva favorito la nascita e la diffusione.

Una storia del genere è stata raccontata dai contemporanei appunto per evidenziare, pur nella varietà delle situazioni sociali e ambientali, l’uniformità dei comportamenti cittadini verso gli invasori della Repubblica. Ne ha parlato Carlo Pisacane nella sua Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, e lo stesso hanno fatto Giuseppe Montanelli nelle Memorie, Carlo Cattaneo nelle Considerazioni all’Archivio triennale delle cose d’Italia, e in genere tutti i memorialisti della rivoluzione di metà Ottocento. Da tutti costoro è stato sottolineato come il ’49 romano dia un duro colpo all’immagine della Francia come patria dei principi dell’Ottantanove. Non è un caso che le parole “vergogna” e “ipocrisia”, utilizzate dai difensori della Repubblica a Roma come a Venezia per bollare la linea politica di Luigi Napoleone Bonaparte, animino anche le pagine che Mazzini dedicherà subito dopo la fine della Repubblica agli esponenti del governo francese con lo scritto Ai signori Tocqueville e Falloux ministri di Francia, il primo preposto agli Esteri, il secondo all’Istruzione.

Vale la pena di ricordare almeno un passaggio di questo indirizzo – siamo al limite dell’invettiva – vibrante di sdegno, per la precisione quello in cui l’ex triumviro, senza iattanza ma con giusto orgoglio civico, rivendica la continuità del consenso manifestato alle istituzioni repubblicane dal popolo dello Stato: «Città, campagne, salutarono con gioia sentita l’era repubblicana. I vecchi municipi eletti sotto il governo papale mandarono la loro adesione come la mandarono più dopo i nuovi eletti per voto universale l’undici marzo. Rimaneva a Pio IX qualche individuo amico, non uno al governo del papa»: dove è importante anche la fedeltà a uno dei principi della Repubblica, quello del rispetto per il capo religioso nel momento in cui lo si privava di ogni potere nel campo politico, coerentemente con quell’articolo del decreto fondamentale votato il 9 febbraio che affermava che «il Pontefice Romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale». Altrettanto solida appariva ora in Mazzini la certezza che il consenso ottenuto nei giorni della proclamazione della Repubblica non era venuto meno nemmeno di fronte all’aggressione di quattro eserciti, e cioè nel momento in cui nella Capitale il potere esecutivo, «concentrate le truppe in Roma, non serbava influenza se non morale nella provincia». Fu in tale circostanza – diceva ancora Mazzini – che «l’elemento conservatore dello Stato rinnovò spontaneo l’adesione alla forma repubblicana», e fu allora che «duecentosessantatre municipi mandarono a Roma indirizzi, dichiarando in nome del popolo che l’abolizione del potere temporale e la repubblica erano condizione di vita allo Stato».

Chi si ostinò a non tener conto di questa realtà che nei cinque mesi di vita della Repubblica romana era stata sotto gli occhi di tutti fu Pio IX, in questo perfettamente assecondato (ma forse sarebbe meglio dire guidato) dal suo segretario di Stato, il cardinale Giacomo Antonelli. Fermissimi nel credere entrambi che la Chiesa non avrebbe mai dovuto perdere il potere temporale, pena una pesante limitazione del libero esercizio del potere spirituale, regalarono ai loro sudditi altri lunghi anni di occupazione straniera, senza mai preoccuparsi del riflesso negativo che tale scelta avrebbe potuto avere sul sentimento religioso dei romani e più generalmente degli italiani.

Il lascito della Repubblica romana fu certamente più apprezzabile perché fece capire che in futuro nessuna altra città avrebbe potuto degnamente contendere a Roma il ruolo di capitale della nazione.

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