Dalla “pena cattiva” alla “pena riflessiva”. Responsabilità, ascolto, diritti: pratiche per una “giustizia mite”. Intervista a Ornella Favero direttrice di «Ristretti Orizzonti»

Dalla “pena cattiva” alla “pena riflessiva”. Responsabilità, ascolto, diritti: pratiche per una “giustizia mite”.  Intervista a Ornella Favero direttrice di «Ristretti Orizzonti»

Abstract: La giustizia mite di cui parla Ornella Favero in questa intervista è una giustizia che si preoccupa delle persone più che dei reati, una giustizia interessata all’assunzione di responsabilità più che alla punizione del crimine. È una giustizia straniante ma pragmatica perché consapevole che la detenzione fine a sé stessa può forse produrre dei buoni detenuti, senz’altro non dei buoni cittadini. L’esperienza del gruppo redazionale di «Ristretti orizzonti», rivista fatta da detenuti, testimonia le possibilità concrete di un approccio al problema della gestione dei comportamenti “criminali” alternativo a quello, fallimentare, del paradigma punitivo.

Se c’è, in Italia, un osservatorio nel carcere sul carcere questo non può che essere la redazione di «Ristretti orizzonti», la rivista che, da venticinque anni, racconta l’universo della reclusione.

«“Ristretti orizzonti” è un nome un po’ strano – ci racconta Ornella Favero, direttrice e fondatrice del periodico – perché nasce dal termine burocratico, “ristretti”, con cui vengono chiamati i detenuti: “Ristretti orizzonti” vuole indicare la necessità di allargare gli orizzonti ristretti del carcere».

Pensata per rispondere all’esigenza di «costruire un ponte che permettesse di arrivare alla società esterna», e di superare la «distanza enorme tra il dentro e il fuori» acuita dalla narrazione stereotipata del carcere veicolata dalla stampa, la rivista è diventata il fulcro di incontri, convegni, percorsi formativi e occasioni di confronto sul carcere, sulla pena e sulla giustizia.

Abbiamo chiesto a Ornella Favero di raccontarci questa esperienza di lavoro e riflessione sulla detenzione oggi e sul rapporto taciuto tra la società esterna e ciò che di essa viene espulso – “ristretto” appunto – oltre le mura del carcere.

 

La nostra storia è cominciata venticinque anni fa quando mia sorella, che allora insegnava in carcere a Padova, mi chiamò a fare una lezione sull’informazione e sulla comunicazione. In quell’occasione alcuni detenuti mi chiesero una mano per fare un foglio di informazione, qualcosa che potesse raccontare il carcere perché quello che leggevano sui giornali, secondo loro, non faceva conoscere realmente la vita detentiva. Io li ho subito avvertiti che non avrei mai fatto un giornale di lamentele perché è vero che in carcere si sta male, però se uno comincia a lamentarsi la prima reazione che suscita è “potevi pensarci prima” e quindi se avessimo creato uno “sfogatoio” non avremmo fatto molta strada. Non volevo neanche farne una rivista per specialisti, o per gente che si occupa di questi temi e li conosce a fondo. Invece volevo veramente trovare le parole giuste per parlare alla società, al mondo esterno e quindi era necessario trovare un linguaggio adatto, trovare parole che permettessero di dialogare, di colmare quella distanza tra dentro e fuori, e di aprire un confronto. C’è stata una tappa fondamentale nel nostro lavoro: quando abbiamo iniziato a organizzare incontri tra scuole e persone che stavano in carcere – abbiamo portato migliaia di studenti in carcere fino a prima del Covid, oppure andavamo noi nelle scuole con persone che stavano scontando misure alternative alla pena. All’inizio pensavamo che, raccontando agli studenti questa realtà poco conosciuta, avremmo aperto un primo canale di comunicazione: credevamo che bastasse parlare un po’ di come si vive in carcere. Ci siamo però resi conto che questo racconto non era poi così interessante per gli studenti, perché se una persona resta convinta che il carcere non la riguarderà mai, può anche metterci il naso dentro, o curiosare, ma senza venirne scossa più di tanto. Mi ricordo che quando qualche ragazzo chiedeva a un detenuto perché fosse “dentro”, io intervenivo ricordando che non volevamo entrare nelle storie personali e invece ci siamo accorti che senza le narrazioni personali la realtà del carcere continuava ad essere vista come molto distante, come se non ci riguardasse. Da questa consapevolezza è iniziata tutta un’altra storia. Alcune persone detenute hanno cominciato a raccontare non tanto il punto d’arrivo, che è il reato, quanto come ci si arriva, perché è questa la questione determinante: come si arriva a compiere un reato? Solo ponendosi questa domanda si scopre che il carcere può essere meno lontano e estraneo di quanto si immagini e che in carcere ci finiscono tante persone come noi, “persone perbene” che mai avrebbero immaginato di ritrovarcisi. Nella redazione di «Ristretti» ne sono passati tanti che avevano commesso, ad esempio, reati in famiglia, o che erano dentro per atti di particolare violenza – tra giovani ma non solo tra giovani – dovuti a una reazione di rabbia,  o che avevano commesso un omicidio o concorso in omicidio perché si erano trovati in un gruppo violento, in discoteca, o davanti a scuola, perché avevano abusato di alcol: è facilissimo rispondere a una provocazione, tirare fuori un coltello, aggredire. Ho sentito delle madri dire “io in vita mia avevo messo in conto anche la morte di un figlio, perché un incidente può anche succedere, ma non avrei mai messo in conto che mio figlio potesse finire in carcere, magari per un reato grave come un omicidio”. Così abbiamo cominciato a raccontare queste storie su come si può arrivare a commettere un reato. Siamo portati a pensare che il reato sia l’esito di una scelta mentre non è sempre così, a volte ci si arriva attraverso piccole scelte sbagliate ma che sembrano insignificanti, piccoli scivolamenti in comportamenti sempre più a rischio.
Fassanelli_-Dalla_pena_cattiva_alla_pena_riflessiva

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