Dal carcere alla Masseria. A mano libera si può afferrare una seconda opportunità. Intervista a don Riccardo Agresti

Dal carcere alla Masseria. A mano libera si può afferrare una seconda opportunità. Intervista a don Riccardo Agresti

Abstract: Esiste un’alternativa al carcere? Il progetto diocesano “Senza Sbarre” della Masseria San Vittore ad Andria costituisce un caso di studio estremamente interessante. Incentrato sull’inclusione persegue lo scopo di riportare il detenuto nella comunità – dalla quale la pena lo aveva allontanato – investendo su di lui in termini di formazione e abilitazione socio lavorativa. L’idea centrale è quella di non identificare “mai più il reato commesso con l’esclusione dell’uomo dalla società.” Bensì stare accanto a chi ha sbagliato per aiutarlo a cambiare, a rintracciare dei sani principi di vita e – perché no – dei sogni che possano avere delle ricadute positive sulle stesse comunità di accoglienza. È necessario, affinché questo avvenga, sospendere il giudizio. Essere umani! Non predicarlo, esserlo. Come ci insegna don Riccardo Agresti.

«Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano. Ma se non ci fosse quella goccia all’oceano mancherebbe»

Madre Teresa di Calcutta

Le parole di Madre Teresa di Calcutta ben si prestano a descrivere il lavoro svolto da don Riccardo Agresti nella Masseria di San Vittore, ad Andria. Il progetto diocesano “Senza Sbarre” è l’alternativa al carcere incentrata sull’inclusione, consistente nel riportare il detenuto nella comunità – dalla quale la pena lo aveva allontanato – investendo su di lui in termini di formazione e abilitazione socio lavorativa. L’idea centrale è quella di non identificare «mai più il reato commesso con l’esclusione dell’uomo dalla società». Bensì stare accanto a chi ha sbagliato per aiutarlo a cambiare, a rintracciare dei sani principi di vita e – perché no – dei sogni che possano avere delle ricadute positive sulle stesse comunità di accoglienza. È necessario, affinché questo avvenga, sospendere il giudizio. Essere umani! Non predicarlo, esserlo.

Galera, carcere, prigione, gattabuia, istituto penitenziario, casa di reclusione. Fra tutti i sinonimi che ogni epoca ha coniato per il luogo deputato a limitare le libertà personali di tutti coloro che sono in attesa di un processo o debbono espiare una pena non c’è, certamente, la Masseria. Come ci ricorda Giannicola Sinisi – nel volume Senza Sbarre edito da A mano libera nel 2019 – ci vuole una visione rivoluzionaria, una concezione eversiva della vita, per rompere uno schema millenario ed immaginare un mondo nuovo senza sbarre. Come nasce questo progetto?

Non vi era alcun progetto è stata la provvidenza a portarmi su questo cammino. La mia esperienza pastorale di parroco all’interno di una comunità di periferia mi ha permesso di vederne le piaghe micro e macro di criminalità diffuse, famiglie divise, bambini che inventavano scuse per giustificare l’assenza dei genitori dal catechismo. E così sono divento un ponte tra carcere e mondo, condividendo questa esperienza con don Vincenzo Giannelli. Inizialmente aiutando le famiglie a recapitare le lettere ai loro cari in stato di detenzione, piccoli ma importanti gesti quotidiani, ecc. era il 2007 e via via mi rendevo conto che fosse necessario fare di più. Attualizzare le parole del vangelo. Il mio è un compito nuovo e non preventivato.

“Senza Sbarre” è un progetto della diocesi di Andria creato e realizzato dall’Associazione “Amici di San Vittore Onlus” in collaborazione dapprima con la Caritas Italiana poi con la Conferenza Episcopale Italiana. A cosa mira? Ad attuare l’esecuzione della misura alternativa al carcere attraverso l’accoglienza dei detenuti o ex detenuti in una Masseria. Questo luogo educativo vuole formare e inserire nella comunità parrocchiale e civile l’uomo ferito che, con l’aiuto di tanti, è guarito ed amato. Il sacerdote che entra nel carcere per portare conforto porta con sé la propria vocazione e la convinzione che non basta punire i crimini ma che bisogna salvare le persone.

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