Una Musa albanese alla Sapienza. Giornata di studi in onore di Musine Kokalari – Indirizzo di saluto

Per chi è nato e vissuto per gran parte della vita a piazza Bologna, a Roma, scoprire questa antica “vicina di casa” ha un senso particolare: dà uno spessore di tempo alle memorie di famiglia, ma anche agli edifici che fanno da quinta alla vita quotidiana. La storicità del quartiere di piazza Bologna è stata magnificamente indagata nel libro di Eva Masini, nell’ambito del vasto programma di storia di Roma contemporanea per quartieri condotto da Lidia Piccioni ed edito nella collana della Franco Angeli: un quartiere con una gerarchia sociale geometricamente scalare, dalle ville sulla Nomentana e le villette di buona borghesia che rassicuravano la residenza di Mussolini, passando per la media e piccola borghesia della piazza, e scendendo poi fino alla parte “proletaria” delle case IACP del Tiburtino II disegnato da Nicolini. È un quartiere di nuova fondazione, giovane al tempo di Kokalari, invecchiato negli anni Sessanta, ringiovanito oggi con le “movide” ma da sempre segnato dalla residenza degli studenti fuori sede, che nella indeterminatezza della loro condizione giovanile si inseriscono nella incerta gradualità sociale della popolazione residente.

3.1 Abitazioni Musine
Le abitazioni di Musine Kokalari al quartiere Nomentano di Roma (foto di M. Geraci)

 

L’Italia del Novecento ha avuto, o avrebbe potuto avere, un ruolo importante nella formazione di una classe dirigente dei paesi ove aveva una influenza “neo-coloniale”; si pensi alle isole del Dodecaneso italiano, dove i vecchi ricordano con nostalgia la liberazione dai turchi – o forse piuttosto la propria gioventù – e dicono: «con gli italiani si stava bene, prima che arrivassero i fascisti». Con l’Albania poi vi è un legame di sangue storico, sia per le comunità albanesi in Italia (Gramsci era albanese, più che sardo), sia per la secolare emigrazione dalla montagna balcanica alle più prospere sponde adriatiche delle colline d’Abruzzo e delle pianure pugliesi.

Purtroppo, la storia non è andata per il verso migliore, e la nostra vicina Albania ha visto susseguirsi una serie di tiranni locali e governi fantoccio (come il re Zog, beniamino dei fascisti italiani) asserviti a paesi stranieri, perdendo sempre più una coesione sociale che l’intellettualità formata all’estero poteva rafforzare e indirizzare a un prospero sviluppo.

Qualche anno fa, mentre Simonetta Ceglie lavorava su Kokalari, mi è capitata l’insperata fortuna di ritrovare una collega conosciuta in gioventù a Parigi, allo Stage Internationale d’Archives, Nevila Nika. Nevila è poi divenuta direttrice dell’Archivio centrale dello Stato di Tirana e docente all’università. Parlando con lei ho potuto misurare la distanza del tempo tra oggi e gli anni Ottanta, quando i due colleghi albanesi erano costretti a fingere un consenso entusiasta al regime, temendo sempre di trovarsi di fronte alle spie di Enver Hoxha, e ho ritrovato la loro giovialità, allora sotterranea, e ora finalmente manifestata serenamente e con liberatoria ironia.