La censura dei manoscritti nella manualistica inquisitoriale trecentesca
There is an extensive scholarship on ecclesiastical censorship of printed works, particularly following the creation of the Index of Prohibited Books. The first was the Pauline Index of 1559, although Venice had already published a specific catalogue in 1554. The establishment of a dedicated congregation in 1571 further consolidated this effort. However, studies on manuscript censorship in Europe prior to Gutenberg’s invention remain comparatively underdeveloped. Nonetheless, manuscript censorship was both present and significant. For example, research on the burning of the Talmud and the condemnation of post-Old Testament Jewish books – viewed by Catholic authorities as later “deformations” – demonstrates the extent of such actions. Marina Caffiero has shown that these repressive measures against Talmudic culture acted as precedents for early modern censorship practices. However, the censorship of manuscripts in the late Middle Ages extended far beyond Jewish texts. A wide range of works deemed heretical were targeted, a subject that historiography has thus far tended to overlook. This research seeks to investigate how the so-called “Medieval Inquisition”, during the fourteenth century (in the era of major inquisitorial manuals), organised the destruction or control of such works. Particular attention is paid to the writings of Bernard Gui, Zanchino Ugolini, and Nicolau Eymerich, which reveal the evolution of this phenomenon across different regions of Europe (namely France, Italy, and Spain).
La creazione dell’ufficio inquisitoriale a partire dagli anni Trenta del XIII secolo, come è noto, costituì un punto di svolta nell’ottica dell’attività di verifica della rettitudine dei fedeli e della repressione di quelle che erano considerate “alterità” da parte della Chiesa romana. La circolazione, in diverse aree dell’Europa occidentale, degli inquisitori dell’eretica pravità specialmente deputati dalla Sede apostolica si inserisce in quel più ampio contesto (che non riguardò solo l’apparato ecclesiastico) di inasprimento generale del controllo sociale che lo storico inglese Robert I. Moore ha definito, quasi mezzo secolo fa, «formazione di una società persecutoria».
La storiografia degli ultimi decenni ha approfondito vari aspetti legati alla nascita, alle prime evoluzioni del fenomeno e all’importanza che esso rivestì dai punti di vista giuridico, politico, religioso, sociale e culturale. Si è ormai coscienti di come le competenze e la procedura processuale si vennero precisando tra il XIII e il XIV secolo e dei risvolti che l’assestamento giuridico ebbe nella prassi comunitaria delle aree sottoposte a tale foro, e tuttavia vi è ancora molto lavoro da fare per comprendere il modo con cui si espressero alcune dinamiche di sorveglianza e il loro retaggio in una prospettiva di lunga durata che travalichi i confini cronologici della cosiddetta “Inquisizione medievale”.