La solidarietà alla prova. A proposito di due (tre) libri recenti
Three recent books have taken up the theme of solidarity, making it a compass for orientation in today’s world
A giudizio di Roland Barthes, l’asimbolia è un tratto patologico imperante in un dato sistema ideologico sociale, istituzionale o estetico, nel quale si pensa che i messaggi o i significanti abbiano un solo senso, l’unico giusto. In altre parole, se un concetto esprime molteplici caratteri che danno forma a una realtà, il regime asimbolico implica che si è in presenza di una società cieca e sorda alla diversità. In una società di consumo e centrata sul denaro, dice ancora Barthes, l’attribuzione di un senso e solo uno al linguaggio finisce invariabilmente per tradurre un rapporto di forze e aprire all’ingiustizia. È quanto è capitato anche alla solidarietà in tempi recenti. Per darne una definizione formalmente rigorosa si può dire che la solidarietà è “una modalità d’agire sociale, per esattezza quell’agire che ha come contenuto il trasferimento volontario, non vincolato contrattualmente o autoritativamente, di beni e prestazioni tra individui e gruppi”. In età moderna la solidarietà è stata spesso (non sempre, come dirò) associata all’agire compassionevole, all’aiuto caritatevole di istituzioni laiche ed ecclesiastiche per rispondere a uno slancio missionario e per impedire che condizioni di disagio sociale degenerassero in questione di ordine pubblico. Solamente con la fraternità rivoluzionaria emerse una nuova consapevolezza di intervento come pratica di mutua assistenza e reciprocità che dava forma e valore all’apprendistato alla cittadinanza. In forza della rigenerazione rivoluzionaria, essere fratelli (e sorelle) implicava solidarietà. Se la fraternità sembrò cadere in disuso con la fine della rivoluzione, il concetto di solidarietà nel corso dell’Ottocento è invece entrato nel lessico politico, imponendosi poi anche come campo di ricerca. Nell’ultima parte del ’900, pur assumendo una connotazione politica, economica e sociale la solidarietà ha visto progressivamente ridursi il proprio spettro semantico. Da dispositivo in grado di offrire una socialità alternativa ha finito per vedersi inglobata nel discorso istituzionale, venendone parcellizzata e snaturata perché lega quasi esclusivamente alla dimensione giuridica ed economica. Osservato il fenomeno dal piccolo fuoco prospettico italiano, la solidarietà che aveva sorretto lo sforzo di ricostruzione dalle macerie del fascismo, trovando un’originale forma di espressione nell’articolo 2 della Costituzione repubblicana, non ha retto la sfida della crisi generalizzata degli anni Settanta: prima la ‘solidarietà nazionale’, poi l’individualismo sregolato degli anni Ottanta hanno finito col minarne lo slancio. Da una parte, la solidarietà nazionale, sorretta dall’esigenza del Pci e della Dc di rinsaldare la fragile democrazia italiana ma incapace di trascinare il concetto fuori dalla logica emergenziale e farne un valore condiviso, destinandola perciò a perire con quella stagione. La solidarietà aveva svelato, come suggerisce la critica femminista, il suo volto parziale perché espressione di una “sintesi sociale” incapace di leggere la differenza, da qui l’esigenza di ripensarla.
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