«È lo studio della Storia l’antidoto alla barbarie»: intervista alla Senatrice a vita Liliana Segre

«È lo studio della Storia l’antidoto alla barbarie»: intervista alla Senatrice a vita Liliana Segre

Abstract: La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta all'orrore di Auschwitz e da trent’anni impegnata nella trasmissione della memoria della Shoah, concede al Giornale di Storia un'intervista nella quale riflette sulle conseguenze della promulgazione delle leggi razziali in Italia e sui rischi legati ad un insinuante revisionismo storico, oggi veicolato in maniera semplicistica anche da Internet e dai social media. Antidoto a questa minaccia è lo studio, l'approfondimento e il confronto per diffondere il valore della testimonianza e della memoria, per combattere “l’indifferenza, il non-sentimento” che ottant’anni fa contribuirono ad avallare e rafforzare la politica discriminatoria e razzista del regime fascista.

Gentile Senatrice Segre, a distanza di 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, è ancora fortemente presente nello spazio pubblico un discorso che tende a definire il regime fascista italiano come una dittatura “dal volto umano”, artefice di una politica sostanzialmente positiva (“ha fatto molte cose buone” è la frase più ricorrente), almeno fino all’esito disastroso della guerra. Cosa si sente di rispondere a simili affermazioni?

Ci vuole del talento a definire il ventennio fascista un regime dal volto umano. Basta intendersi sui termini. Cosa c’è di umano nel cancellare/sospendere le libertà personali, civili e politiche; nella soppressione dello spazio pubblico. Nella distruzione della sfera politica? Quale tipo di sentimento si sia celato dietro l’attacco frontale ad un impianto che, bene o male funzionava da mezzo secolo è tristemente noto. Le leggi razziste sono il frutto avvelenato di una stagione di pensiero che ha una data d’origine: 10 giugno 1924, il delitto Matteotti. Lo squadrismo fascista ha avuto modo di “allenarsi”. Recentemente il Senato ha ricordato con un bel convegno Vittorio Foa (antifascista, costituente, sindacalista e Senatore); una delle frasi più ricorrenti del mio illustre collega (a proposito di questi anni terribili) suonava più o meno così: «Quando governavate voi quelli come noi stavano in galera, ora che governiamo noi quelli come voi siedono in Parlamento». Il fascismo è stato brutale ed assassino; come spesso ripeto, l’inchiostro della firma delle leggi razziste è un filo nero che da San Rossore conduceva direttamente ad Auschwitz.

Le testimonianze sulla Shoah si accumulano da settant’anni. Esse costituiscono una fonte importantissima per lo storico di oggi e di domani. In anni recenti si sono intensificati gli studi non solo su quanto riportato dai testimoni, ma anche sulla “storia delle testimonianze”, ovvero su come esse sono cambiate nel corso del tempo. In cosa secondo lei la testimonianza di chi ha raccontato la propria esperienza negli anni Cinquanta o Sessanta puó differire da quella degli ultimi detentori del ricordo di quegli eventi ancora in vita oggi?

Per un’analisi storica del significato della testimonianza, temo, si dovrà attendere ancora un po’. Come spesso ripeto il “dopo di noi” potrebbe tradursi in poche righe sui libri di storia.
L.Segre_Intervista-GdS

Autore

  • Roberto Benedetti

    Roberto Benedetti è cultore della materia e dottore di ricerca in Storia moderna presso La Sapienza-Università di Roma. È specialista di storia sociale e di storia della giustizia penale nella Roma di età moderna ma recentemente ha iniziato ad occuparsi del tema della schiavitù islamica all’interno dei confini dello Stato della Chiesa di antico regime. Ha partecipato al progetto europeo "Oltre la guerra santa", la gestione del conflitto e il superamento dei confini culturali tra mondo cristiano e mondo islamico dal Mediterraneo agli spazi extra-europei: mediazioni, trasmissioni, conversioni (sec. XV-XIX)" – Progetto finanziato dal MIUR con fondo FIRB-Futuro in Ricerca, 2008, nell’ambito del quale ha realizzato una ricerca sulle fonti archivistiche e bibliografiche relative alla normativa prodotta tra XVI e XVIII secolo sulla presenza di schiavi islamici non convertiti nel territorio dello Stato della Chiesa di antico regime. È capo redattore della rivista scientifica on line Giornale di Storia ( www.giornaledistoria.net ). Le sue principali pubblicazioni sono: Tribunali e giustizia a Roma nel Settecento attraverso la fonte delle liste di traduzione alla galera (1749-1759), in «Roma moderna e contemporanea», anno XII, 3, settembre-dicembre 2004; Madri, figlie, mogli, schiave. Le istanze di liberazione inoltrate all'Arciconfraternita del Gonfalone (Secolo XVIII), in «Storia delle donne», 5 (2009), pp. 147-165; Il “gran teatro” della giustizia penale: i luoghi della pubblicità della pena nella Roma del XVIII secolo, in «Mélanges de l’École Française de Rome. Italie et Méditérranée» (in corso di pubblicazione); Dalla galera all’Ergastolo. Storia del carcere per ecclesiastici criminali, in «Ricerche di storia sociale e religiosa», 81 (2012), pp. 15-69; Servi introvabili e schiavi visibili. Un’analisi delle fonti giuridiche dello Stato della Chiesa (XVI-XVIII secolo) in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 2 (2013), pp. 53-80.