Sulla scrittura de L’Inquisizione in Italia dal XII al XXI secolo

Qualcuno dei miei venti lettori si sarà forse chiesto come mai mi è venuta l’idea di scrivere una storia complessiva dell’ Inquisizione in Italia, dal momento che i miei lavori precedenti sono esattamente il contrario. Infatti questa strana idea non mi è venuta, ma mi è stata proposta da Mondadori, nella persona di Vito Mancuso, che allora dirigeva la collana «Uomini e religioni». Ci ho pensato per qualche mese, sono stato a lungo dubbioso e indeciso e alla fine ho accettato la sfida per cogliere un’opportunità unica di rivolgermi al grande pubblico su un tema importante. È cominciata così un’avventura culturale, che mi ha procurato parecchi problemi, alcune disillusioni e molte soddisfazioni, come cercherò di mostrare.

 

L'Inquisizione in Italia dal XII al XXI secolo

 

1. Le collaborazioni e gli inconvenienti nella stesura di un’opera complessa

I paletti insormontabili posti da Mondadori alla pubblicazione erano: autore unico, argomento completo, leggibilità per il grande pubblico, note sobrie. Dopo vari tentativi di precisare l’argomento Inquisizione, sia i responsabili che io siamo arrivati per vie diverse al taglio del tema che è stato adottato nel libro. La scaletta iniziale comprendeva due parti: l’Inquisizione in Italia nel Medioevo e nell’età moderna, con un’appendice contemporanea, con gli argomenti dei capitoli e una scheletrica articolazione interna.

Per capire quale leggibilità avrebbe avuto il libro, il responsabile della saggistica, Ferruccio Parazzoli, scrittore molto noto, mi chiese di mandargli un breve elaborato. Ho preparato allora l’introduzione. Il testo è stato ben valutato ed è diventato in effetti l’introduzione attuale, con qualche pagina aggiunta alla fine, caso singolare di un’introduzione scritta prima dell’opera.

All’inizio calcolai due anni di lavoro per le 300-350 pagine previste, ma nel contratto c’era la clausola che erano possibili accordi diversi con il responsabile della collana. Dopo due anni invece avevo appena finito con grande fatica il Medioevo, 200 pagine e pensai che il contratto sarebbe stato rescisso, essendo andato io oltre ogni previsione. Alla mia richiesta il responsabile della saggistica rispose che non ci pensava nemmeno. La data di consegna divenne in pratica quella in cui consegnai, nel gennaio del 2006, a sei anni e mezzo dal contratto. Il titolo del libro rimase quello che avevo proposto. Mi fu chiesto soltanto, con una certa meraviglia, perché sostenevo che l’Inquisizione durava ancora oggi. A questa domanda risposi in modo convincente.

Uno dei motivi che hanno rallentato la mia produzione di pagine è stata l’individuazione di questioni prima non trattate e talvolta nemmeno notate. Ad esempio l’esistenza di molte procedure sommarie nei processi bolognesi del Trecento debitamente editi, la scarsissima presenza di processi personali dal giansenismo al modernismo escluso, la continuazione delle sedi locali del Sant’Ufficio nello Stato pontificio fino all’unità d’Italia o alla presa di Porta Pia o ancora dopo. In questi casi dovevo accertarmi che la storiografia non le avesse veramente esaminate e poi sforzarmi di proporre una spiegazione convincente. Alcuni amici, per alleggerirmi il lavoro, mi suggerirono di enunciare i problemi e di lasciarli alla discussione degli storici, ma preferii invece meditarli per bene e cercarne una soluzione accettabile. Lo facevo anche quando non ero seduto al tavolo e mia moglie, intuendo che ero perso nel mondo delle idee, tentò benevolmente molte volte di riportarmi con i piedi in terra.

A stesura molto avanzata non ero sicuro di aver scritto in modo comprensibile per il pubblico generale e ho assoldato due lettori-cavia, Nino Giordano e Antonio Ius, compagni di viaggio di lungo corso in treno da Casarsa a Trieste, inseriti anche loro nella pagina dei ringraziamenti. Siccome da qualche anno mi vedevano lavorare al computer o leggere e prendere appunti e scherzavano sull’argomento, hanno accettato il compito e mi hanno fornito parecchie osservazioni interessanti.

L’editing letterario è stato fatto da un collaboratore Mondadori, Emanuele Mantoani, che mi diceva spesso, a mia consolazione, che il testo gli richiedeva poco lavoro. In compenso io gli sono molto grato perché ho imparato lo stile espressivo di oggi, che ho usato anche in seguito. Gli indici mi furono proposti dalla segretaria della saggistica, Chiara Ronchetti: al mio timore per l’ulteriore crescita del volume, mi tranquillizzò dicendo che cinquanta pagine in più, cinquanta in meno non ne avrebbero cambiato la mole. Editing e indici hanno avuto la mia revisione finale. La parte editoriale e grafica del libro, compresa l’immagine di copertina, è stata ovviamente curata dagli uffici Mondadori. All’interno non ci sono immagini, per scelta deliberata: la maggior parte di quelle tradizionalmente circolanti sull’Inquisizione sono condizionate dalla leggenda nera, soprattutto a partire dal Settecento e io non ero in grado di farne una rassegna critica.

Il libro è indubbiamente voluminoso, 900 pagine senza gli indici, ma la responsabilità non è solo mia. In origine doveva uscire nella collana «Uomini e religioni», che ha un’impaginazione più grande e avrebbe avuto circa 700 pagine. Con il cambio di collana le pagine sono lievitate. Comunque la trattazione è tutto sommato sintetica, dato che comprende otto secoli di storia. Ad esempio per Pier Paolo Vergerio ci sono 2 pagine abbondanti, per Domenico Scandella detto Menocchio 5, per Galileo Galilei 8, per Giordano Bruno 3 e mezza, per Pietro Giannone 4 e mezza, per il conte di Cagliostro 3.

Ho conosciuto di persona il responsabile della saggistica e i collaboratori, molto professionali, quando andai a Segrate nella sede di Mondadori per scrivere le dediche del centinaio di volumi che mi avevano eccezionalmente concesso di spedire. Altri 400 furono mandati a giornali, riviste, personalità della cultura, della Chiesa e della politica. In tutto 500 copie, un decimo della prima tiratura. Un’opera del genere non si scrive senza dubbi e senza ricorrenti patemi d’animo, sia per il contenuto che per lo stile espositivo. Questi patemi sono continuati ancora per parecchi mesi dopo la pubblicazione, quando mi chiedevo che cosa avevo fatto.

 

2. Gli insostituibili rapporti con colleghi e amici

Dopo la pubblicazione parecchi mi domandarono come fossi riuscito a padroneggiare in pochi anni un tema così vasto e articolato. La spiegazione non è difficile: non ho fatto nessun altro lavoro, oltre alle lezioni ovviamente. Per esempio sono andato ai convegni solo se potevo proporre una parte del libro e ho rifiutato ogni altra richiesta. E ho sfruttato il tempo. Il guadagno più forte l’ho ottenuto dando soltanto una scorsa veloce al giornale: così calava lo stress quotidiano prodotto dalle cattive notizie e liberavo più di dieci ore al mese, cioè una giornata abbondante, per lavorare ad un progetto che mi attirava molto.

Conoscevo adeguatamente, forse, alcuni settori di ricerca e non potevo in poco tempo farmi una cultura in tutti gli altri campi di studio implicati, una trentina. Come ho sopperito alla mia relativa ignoranza? Molti lo sanno bene: approfittando delle competenze di tanti amici, oppure rivolgendomi senza timore a specialisti a me sconosciuti, debitamente elencati alla fine del volume, una settantina. Tutti indistintamente hanno risposto in maniera positiva, favorendomi in ogni modo con orientamenti, bibliografie, libri e articoli, consigli, lettura di brani o di parti intere del libro, correzioni. Senza l’assenso preventivo di alcuni non avrei mai accettato di intraprendere un lavoro rischioso e senza precedenti. Ad esempio le pagine sul processo contro Galileo Galilei le ho scritte prima di cominciare la stesura della parte medievale, perché temevo di non riuscire a governare un argomento difficile e intricato, dibattuto in una bibliografia interminabile. L’aiuto di Francesco Beretta è stato impagabile. Oppure ho chiesto indicazioni sugli studi recenti riguardanti l’Inquisizione spagnola a Stefania Pastore e ho scritto a don Pietro Stella, salesiano, che mi ha mandato alcuni suoi libri sul giansenismo. Questi contatti, molti e cordiali, sono stati un’esperienza unica e splendida.

Soltanto due volte ho avuto una risposta negativa e confesso di non averne ancora capito il motivo. Spendendo un po’ di tempo e di soldi sono riuscito ad ogni modo a risolvere le questioni. Nel caso dello storico, ho dato un’interpretazione completamente diversa del caso basandomi sui documenti d’archivio. Nel caso della storica, ho citato per correttezza il suo contributo uscito poco dopo, anche se non aveva aggiunto nulla di significativo alla bibliografia precedente.

C’è stato anche un aiuto sotterraneo che mi è venuto indirettamente dai seminari annuali sull’Inquisizione organizzati dal 2000 presso l’Università di Pisa e dal 2003 presso la Scuola Normale Superiore da Adriano Prosperi, da me e all’inizio da Giovanna Paolin. Eravamo una ventina e discutevamo liberamente e appassionatamente su un tema, che veniva illustrato da una relazione introduttiva. I partecipanti ricorderanno certamente gli argomenti, che sollecitarono proposte e valutazioni di ogni tipo: perché manca una storia istituzionale dell’Inquisizione romana? Con quali criteri storiografici e con quali fonti si può fare? Come si può scrivere concretamente una storia dell’Inquisizione romana? Quali furono i rapporti tra i tribunali di fede e le autorità statali in Europa? Quali furono i rapporti del Sant’Ufficio con gli ordini religiosi? La storiografia recente sull’Inquisizione medievale e su quella romana. Dal 2004 la Normale chiese un programma dettagliato e il numero dei partecipanti continuò a lievitare. Si cominciò a parlare del Dizionario storico dell’Inquisizione in corso di elaborazione e a presentare e discutere le opere sull’Inquisizione romana che parecchi dei partecipanti pubblicavano. Penso che molti si saranno trovati in sintonia con parecchie delle scelte operate nel volume, perché maturate durante le discussioni di questi seminari, di cui conservo ancora gli appunti. Una di queste è ad esempio l’ambito europeo. Infatti l’orizzonte stretto del libro è l’Italia, la sua storia ecclesiastica e politica, ma si allarga ovviamente alla storia religiosa, politica e culturale dell’Europa.

Quando accettai il lavoro e cominciai a scrivere, non c’era nessuna opera complessiva sull’Inquisizione romana né una recente su quella medievale in Italia. Il libro di Giovanni Romeo uscì nel 2002, quando avevo iniziato da un po’ il Cinquecento e già deciso impostazione e contenuto della parte moderna. Perciò non ha praticamente influito sul mio lavoro. Dopo la pubblicazione del volume, padre Mariano d’Alatri, che negli anni Cinquanta aveva scritto un libro sull’Inquisizione medievale, ma ora era ammalato e non riusciva più a parlare, mi fece dire da un collaboratore che anche lui avrebbe voluto scrivere un’opera sugli inquisitori italiani del medioevo, ma non c’era riuscito e apprezzava la mia. Per me è stata una grande e inattesa soddisfazione.

 

 

3. Quale pubblico?

Il libro si rivolge a un pubblico effettivo e ad uno “sotterraneo”. Quello effettivo sono i lettori di buona cultura, che desiderano farsi un’idea ben fondata di una storia plurisecolare oscura e dolorosa. Mi sono immaginato concretamente gli studenti universitari e ho utilizzato alcune parti del testo a lezione, ricevendo qualche suggerimento. Pensavo quindi a un lettore che sull’Inquisizione avesse gli stereotipi comunemente diffusi: torture, sangue, sesso. Senza nascondere o edulcorare nulla, ho evitato le recriminazioni gratuite contro la Chiesa cattolica, con l’idea che il libro potesse essere letto anche dai cattolici credenti. Sine ira et studio (Tacito, Annali 1, 1, 4), come dovrebbe essere la posizione di uno specialista riguardo le questioni storiche scottanti. Ho cercato infine un linguaggio chiaro e letterariamente scorrevole, dividendo tra l’altro il testo in piccoli argomenti per renderlo più facilmente abbordabile. Il volume ha incontrato abbastanza il gradimento del pubblico, dato che dal novembre del 2006 ha venduto poco più di 15.000 copie, merito anche dell’inserimento in una collana economica.

Il pubblico “sotterraneo” è quello più difficile ed esigente, e sono i colleghi. Parecchie cose sono state scritte praticamente per loro, segnalandole con indicazioni scheletriche nelle note, dato il taglio del libro che non permetteva una discussione articolata delle questioni storiografiche e interpretative. Secondo me, rivolgersi al grande pubblico non significa dover sacrificare la complessità dei problemi in modo semplicistico, ma presentarli chiaramente e perspicacemente, come Claudio Magris scrive da tempo, riferendosi a questioni più generali. Da lui ho appreso questo grande principio e ho cercato di seguirlo. Infatti fare un libro limitato al pubblico normale non mi avrebbe stimolato e divertito, mentre tenere presenti anche gli storici mi ha portato maggiori sollecitazioni e soddisfazioni nella stesura. Dopo l’uscita invece non sono riuscito a capire bene cosa ne pensassero, eccetto gli amici e pochi altri. Un’opera del genere al contrario non si accetta a scatola chiusa, ma andrebbe discussa. È divulgativa, in quanto fa conoscere ai non specialisti i risultati delle ricerche, secondo il mio punto di vista, e non presuppone conoscenze precedenti, ma è scientifica, in quanto cerca di fare una storia critica del sistema di controllo delle idee e pratiche religiose in Italia, con schemi, cronologie, interpretazioni, scelte storiografiche in parte inedite. Una storia critica non è semplice né può essere semplificata o banalizzata.

Con mia soddisfazione ho notato di recente che anche un grande fisico, Carlo Rovelli, specialista della gravità quantistica, ha scritto un libro per il pubblico interessato e contemporaneamente per i colleghi:

Ho scritto questo libro[…]pensando a un lettore che non sappia nulla di fisica, ma sia curioso di sapere che cosa capiamo e che cosa non capiamo oggi della trama elementare del mondo[…]. L’ho scritto anche pensando ai colleghi, compagni di viaggio sparsi in tutto il mondo, o ai giovani appassionati di scienza che vogliano incamminarsi per questa via.