Esperienze, problemi, prospettive della ricerca storica in Italia: un punto di vista Intervista a Roberto Bizzocchi

Il gusto della ricerca storica; il confronto con la documentazione archivistica; le nuove opportunità offerte dall’informatica: Roberto Bizzocchi (ordinario di Storia moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa), si racconta a Marina Caffiero, in un’articolata intervista a tutto campo sul “mestiere di storico”, e non tralascia di approfondire i temi più caldi che stanno appassionando in questi mesi la comunità scientifica degli storici italiani e che vanno dal conflittuale rapporto con i media, alla difficile eredità per le nuove leve della ricerca, dalla criticata riforma universitaria alla dibattuta e recente questione relativa alla valutazione scientifica delle pubblicazioni.

1. Ripensando ai tuoi studi universitari e al tuo percorso di maturazione intellettuale, quali sono stati gli storici (ma anche gli studiosi di altre discipline) che hanno maggiormente contribuito alla tua crescita e che hanno avuto un peso rilevante per la tua formazione? Quali le letture?
In effetti, per varie ragioni mi è capitato di avere molti maestri, e non solo fra gli storici; perciò, abbi pazienza, l’elenco è un po’ lungo. Fino a dopo la laurea ho pensato di diventare un italianista, così mentre ero studente in Normale il mio principale punto di riferimento è stato il critico letterario Mario Fubini, che ha corrisposto da quel grande esponente che era della cultura romantica europea alle mie aspettative di allora. Intanto durante le vacanze estive incontravo, anche per ragioni di comune origine, il filologo Augusto Campana, che forse è stato fra i tuoi professori a Roma, e del quale avrai comunque certo sentito riportare e ammirare la leggendaria erudizione. Rispetto al goethiano e foscoliano Fubini, Campana era come un redivivo grande antiquario della Roma dei papi. Ho poi capito che la mia strada era piuttosto quella dello storico mentre Marino Berengo mi pubblicava la tesi di laurea, sentendolo ragionare di fonti e di archivi, l’argomento su cui nel mio ricordo dava il meglio del meglio di sé. All’inizio degli anni ottanta, siccome da ricercatore in Normale non potevo fare nessun lavoro didattico, ho fatto per qualche anno a Firenze l’assistente volontario di Sergio Bertelli, che nel suo modo un po’ spregiudicato, e magari senza volere, mi ha insegnato moltissimo; ero infatti precisamente nella fase di perbenismo accademico in cui tutti passiamo da ragazzi per farci accettare dalla consorteria, e Sergio mi ha messo in crisi con l’antropologia, la politologia, la sociologia e un anticonformismo intellettuale sincero. Ha fatto bene, e gliene sono grato. Più tardi ho frequentato assiduamente l’Istituto storico italo-germanico di Trento ai tempi di Paolo Prodi, che mi ha anche pubblicato due libri. Per me quella è stata la stagione dell’impegno più tosto: le istituzioni, le interpretazioni generali della storia e del mondo, i seminari metà in italiano e metà in tedesco…insomma una scuola dura. Del resto Prodi sa che non ho mai superato una forma di timore reverenziale nei suoi confronti. Aggiungo che intanto a Pisa, per lunghi anni, anche dopo aver smesso di studiare argomenti non lontani dai suoi, ho parlato molto con Cinzio Violante, che fra quelli che ho conosciuto era l’anziano in assoluto più curioso di confrontarsi coi giovani, un vero normalista nel senso migliore del termine, con una capacità totale di mettersi in discussione alla pari con noi, una generosità di sé immensa, resa briosa da una punta di ferocia. Naturalmente ci sono molti altri dai quali ho imparato, non solo fra i più vecchi di me; ma mi fermo, perché già così è un parterre abbastanza impegnativo cui rendere conto.

Sulle letture sarebbe divertente, e forse anche utile, fare una volta una discussione generazionale. Penso che per una certa parte, forse consistente, abbiamo- tu, io e tanti più o meno coetanei- letture formative comuni (la prima che mi viene in mente è quella di Foucault). Però voglio stare al gioco e confessarti quelle che, per cause molto peculiari, hanno segnato il mio percorso personale. Non sto dettando una classifica, ma rievocando delle emozioni intellettuali. Mentre provavo a tener testa a Berengo, il colpo di grazia alla mia carriera da italianista l’ha dato la Rivoluzione romana di Syme, la cui lettura ricordo distintamente e vividamente anche perché è stata l’unica che ho fatto durante il servizio militare, a parte quelle della Settimana enigmistica e della Gazzetta dello Sport. Non ho mai più neanche aperto il libro, benché l’abbia da decenni su di uno scaffale a portata di mano, per una specie di ritegno, come si fa con certi bei ricordi. Rimango per altro convinto, anche se con un po’ meno radicalismo di allora, che la prosopografia sia il principale dei pochissimi punti deboli della storiografia italiana. Più tardi ho ammirato ferventemente il libro di Volpe su Pisa, e la metà più densa di storia sociale di quello di Violante su Milano. Non li ricordo bene nei contenuti, ma ricordo benissimo l’impressione che mi fecero, di affrontare in modo diretto e geniale le questioni politiche essenziali del vivere degli uomini in società. Se poi devo proprio confessare la mia lettura del cuore, è una che abbiamo fatto tutti noi modernisti, La formazione della classe operaia di Thompson, i cui primi capitoli ho divorato in uno stato di esaltazione che mi hanno provocato solo certi romanzi pieni di realtà e di complessità della vita, come i Miserabili, o David Copperfield. Non ho vergogna di dirlo; anzi, se mai rimpiango che col passare del tempo sto diventando fin troppo riflessivo: penso che bisognerebbe rimanere il più possibile capaci di entusiasmarsi in maniera assoluta. Detto tutto questo, lo so bene che in quanto ho scritto finora io personalmente non c’è gran traccia di un influsso degli autori che ho citato, e forse neppure dei maestri che ho conosciuto di persona, oltre che come autori. Ma può darsi che gli influssi seguano vie sotterranee e difficili da riconoscere.