La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità». Arnaldo Momigliano, Carlo Ginzburg e il compito dello storico

 

«La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità» non è solo la formula giudiziaria, con cui si richiede al testimone in un processo di dichiarare il vero sotto giuramento, ma è anche il motto e la missione cui si volgono con orgoglio tutti coloro che si professano devoti di Clio: è la loro ragion d’essere.

Perfino i falsi seguaci della musa devono proclamarsi fedeli a questo credo, sottomettersi, per lo meno a parole, alla disciplina della verità, benché siano di fatto dei nicodemiti spudorati e in fondo, al di là delle apparenze, solo dei vili traditori del principio costitutivo della corporazione degli storici.

Storici bugiardi come il greco antico Ctesia (IV sec. a. C.), più interessato al sensazionalismo che alla storia, più romanziere che storico, doveva a ogni buon conto dichiararsi sincero per essere credibile. Inoltre, ci ricorda un maestro del mestiere, Arnaldo Momigliano, doveva proporsi come uno storico affidabile per essere ritenuto rispettabile: «Anche quando era poco scrupoloso e falso, egli doveva pretendere di essere veritiero e di avere affrontato delle difficoltà per non essere troppo facilmente scoperto. Così la veridicità divenne il carattere distintivo di questo mestiere anche per quelli che le tributarono un omaggio insincero».

Cosicché, fin dalla nascita, la storia possedeva nel suo DNA «il gene della verità»; senza di esso non si distinguerebbe dalle altre storie, inverosimili e fantastiche che siano, restando embrione nel bozzolo, ingenerata, immischiata e confusa nelle nebulose di favole e miti: «La scelta tra quello che è vero e quello che non è vero – ha scritto Momigliano –, o almeno tra quel che è probabile e quel che è improbabile, apparteneva alla professione dello storico come i Greci la intesero».

 

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Carmine Ampolo, senza alcun timore di empietà e di smentite, giunse a parlare di «religione della verità» a proposito di Momigliano, intendendo con ciò l’indagine storica come ricerca costante del vero, e la verità come fine dello storico, al di là di ogni altra considerazione ideologica o di metodo. «Una religione – specifica Ampolo – a cui da subito si votò e seguì poi ininterrottamente per tutto il corso della sua vita e che rappresentò la preoccupazione dominante, il filo ideale – ma concretissimo a un tempo – che lega insieme tutta l’attività di storico di Momigliano dagli inizi alla fine, quale che fosse l’argomento trattato o l’interesse culturale dei vari momenti della sua indagine».

Beninteso che la verità cui si riferisce Momigliano è ovviamente una verità storica, vale a dire inserita nel tempo: «È il riconoscimento che ognuno di noi vede gli avvenimenti passati da un punto di vista determinato o almeno condizionato dalla nostra singola, mutevole collocazione entro la storia».

Discende da ciò che qualsiasi storia è sempre e inevitabilmente contemporanea, concetto che Momigliano aveva appreso da Croce, e che il continuo susseguirsi delle storie contemporanee genera i fili che costituiscono la storia della storiografia, che altro non è se non questa incessante opera di riscrittura scientifica, e non ideologica, della storia che emerge in ogni epoca per via del sorgere di nuovi orizzonti di pensiero, dell’elaborazione di nuovi metodi e tecniche d’indagine e della scoperta di nuove fonti.

Una volta compreso che la verità di cui stiamo parlando non è quella senza tempo, maiuscola, adoperata dai profeti, con cui gli storici non dovrebbero avere nulla da spartire, ma con cui talvolta si sono confusi, resta da spiegare la parte restante della formula, «tutta la verità, nient’altro che la verità», all’interno di un contesto storico-critico.

L’espressione non allude, infatti, al perseguimento di una verità oggettiva e assoluta, bensì si muove all’interno di una concezione limitata, indebolita e circostanziata storicamente della verità. Tale verità è raggiunta sulla base dell’interazione dialettica tra determinati presupposti teorici di partenza e la documentazione disponibile. Così intende riferirsi al mantenimento di un carattere disinteressato: per «dire tutta la verità» non vi devono essere sottrazioni; per «non dire nient’altro che la verità» non vi devono essere aggiunte. Riecheggiando il Vangelo si potrebbe dire che il resto, il di più, è del demonio.

L’arbitrio di cui gode lo storico in partenza, quando sceglie in assoluta libertà le sue ipotesi investigative e i ferri del mestiere da impiegare, al pari di ogni altro scienziato, deve far spazio, alla fine della ricerca, ai fatti accertati: soltanto ai letterati è dato il privilegio di una licenza infinita o quasi.

Rispetto al quasi, Primo Levi, in una splendida e suggestiva paginetta, narra, infatti, di certi omuncoli di carta, scarabocchi di mezza tacca usciti dalla penna dello scrittore, che, poco alla volta, venuti al mondo, assumono consistenza, contorni e vita propria, spingendosi, con l’orgoglio quasi di giganti, alla rivolta verso i capricci della penna che li ha creati, a cui non resta altro che venirci a patti: «i personaggi di un libro sono creature strane. Non hanno pelle né sangue né carne, hanno meno realtà di un dipinto o di un sogno notturno, non hanno sostanza che di parole, ghirigori neri sul foglio di carta bianca, eppure puoi intrattenerti con loro, conversare con loro attraverso i secoli, odiarli, amarli, innamorartene. Ognuno di loro è depositario di certi elementari diritti, e sa farli valere. La tua libertà di autore è solo apparente. Se, una volta concepito il tuo homunculus, tu lo contrasti, se gli vuoi imporre un gesto avverso alla sua natura, o vietargli un atto che sarebbe congeniale, incontri una resistenza, sorda ma indubbia».