L’attenzione ai margini. Percorsi di ricerca inquisitoriale (e non solo)

L’attenzione ai margini. Percorsi di ricerca inquisitoriale (e non solo)

di Marina Benedetti

«Era una notte buia e tempestosa…»

In realtà, era un pomeriggio buio e tempestoso con nuvole nere, basse, dense, che sembravano toccare i tetti degli edifici accanto alla Cambridge University Library. La manuscripts room aveva finestre grandi e nell’attesa guardavo le nuvole scure nel cielo plumbeo. Arrivano due faldoni di cartone rigido rosso, li apro e inizio la mia ricognizione. Sfoglio i fascicoli processuali protetti da camicie bianche pulitissime, segno di una catalogazione recente o di una consultazione infrequente. Dimentico le nuvole, faccio il vuoto dentro di me – come ogni volta che si “incontra” un nuovo manoscritto – attendo che “parli”: che fornisca informazioni per comprenderlo. Ad un tratto, il temporale diventa il mio paesaggio interiore. Ai miei occhi nulla è come mi aspettavo: nulla era paragonabile ai manoscritti inquisitoriali da me visti in precedenza. Quale era il significato delle numerose scritte a margine di evidente mano diversa? Perché compaiono così tanti interventi “esterni? Come mai il manoscritto è così “vissuto”? L’attenzione si sposta dal testo giudiziario – il naturale punto d’attrazione improvvisamente diventato privo di interesse – ai margini, solitamente trascurati. E in quegli spazi così “vissuti” di certi fascicoli rimarrà a lungo in un decentramento del punto di partenza della ricerca. Quel pomeriggio «buio e tempestoso» piano piano nella mia mente si è associato in maniera autoironica ad una immagine dei Peanuts creati da Charles Schulz: «it was a dark and a stormy night» recita il famoso incipit di Snoopy, piegato sulla macchina da scrivere, intento a scrivere i suoi romanzi avventurosi.

Era iniziata così, nel 1996, la mia personale avventura di ricerca frutto di una ricognizione dei manoscritti valdesi tardo quattrocenteschi dislocati in alcune istituzioni conservative europee (Cambridge University Library, Trinity College Library di Dublino, Bibliothèque Nationale di Parigi, Archives Départementales de l’Isère, Bibliothèque Publique et Universitaire di Ginevra), sempre sollecitata da una suggestione di fondo – per quale ragione alcuni sono così “vissuti”? – a cui si collegava inevitabilmente una domanda cardinale: perché il corpus documentario relativo ai valdesi alpini tardo-medievali era stato smembrato e dislocato? La ricostruzione delle piste di dispersione documentaria è convogliata nel primo capitolo della mia tesi di dottorato.

 

trinity-college-library-5174182_640-Foto di marouh da Pixabay

 

In seguito, grazie ad una borsa di studio della Alexander von Humboldt-Stiftung, e a un lungo periodo di ricerca a Berlino, quel breve capitolo ha potuto ampliarsi e consolidarsi in una monografia accolta nella “Collana della Società di Studi Valdesi” con il titolo Il «santo bottino». Circolazione di manoscritti valdesi nell’Europa del Seicento. A questo già lungo titolo manca un aggettivo fondamentale per comprendere una peculiarità che, ai miei occhi, era implicita, ma forse non per tutti perspicua: circolazione di manoscritti medievali (o, meglio, tardo medievali) valdesi nell’Europa del Seicento.

Il «santo bottino» è una indagine sul delicato rapporto tra eruditi secenteschi e uso di fonti e documenti medievali attraverso le plurime vie di approdo sui tavoli di coloro che provvederanno a tradurre/tradire e pubblicare/salvare, ma più precisamente è la storia di un gruppo di processi inquisitoriali medievali condotti contro i cosiddetti valdesi, la storia delle loro traversie conservative in epoca moderna: la ricostruzione della circolazione di manoscritti inquisitoriali medievali valdesi nell’Europa del Seicento. In ultima analisi, è un percorso di consapevolezza, da un lato, dei limiti di una ricostruzione storica che si adagi su una confortante analisi dei soli contenuti documentari, dall’altro e di conseguenza, della proficuità di un approccio “allargato” che scruti le pieghe dei manoscritti contenenti processi inquisitoriali ovvero che li spieghi.

Il «santo bottino» – dall’espressione con cui il pastore Jean Paul Perrin definisce i sacchi contenenti documenti sottratti dalla torre Bruna di Embrun durante l’attacco degli ugonotti del 1585 – mette in risalto non tanto il contenuto dei manoscritti, quanto tutto ciò che risulta eccentrico rispetto all’esegesi testuale, ciò che sta ai margini: i commenti di mani differenti che, una volta individuate, hanno permesso di mostrare trama e ordito di un vessillo polemistico in una battaglia tra protestanti e cattolici dove i valdesi medievali diventano protagonisti nel dibattito religioso e culturale nell’Europa del XVII secolo. L’approccio muoveva dalla risonanza di ciò che Giovanni Miccoli aveva scritto riguardo ad Augusto Campana circa «l’attenzione alle minuzie, ai particolari solo apparentemente oziosi, ma che finiscono quasi sempre per rivelarsi utili» e al richiamo ai libri e ai codici «nella loro duplice materialità di prodotti e canali insieme del pensiero e del lavoro di uomini, la base prima per poter cogliere e studiare la trasmissione delle idee e l’aprirsi delle menti a nuovi interessi e prospettive che stava lì, nei manoscritti, nei libri, nella storia delle biblioteche, il capitolo preliminare ed essenziale per ogni storia della cultura».

Si chiariva sempre di più il nesso storico e culturale tra erudizione (secentesca) e documentazione (medievale, soprattutto inquisitoriale) e la necessità tanto paradossale quanto concreta di partire dal XVII secolo per studiare il medioevo ereticale (valdese e non solo). Il tratto intermedio tra origine della produzione e esito della conservazione si era dimostrato percorribile nelle diverse declinazioni tra «frammento» (documentario) e «insieme» (religioso-culturale e, poi, storiografico). Il rapporto tra uomini e documenti s’inseriva nelle tensioni culturali all’origine delle grandi controversie religiose del XVII secolo di cui i valdesi medievali – e la loro straordinaria vicenda religiosa – diventano protagonisti approdando negli scritti di James Ussher, Jacques-Auguste de Thou, Jacques-Bénigne Bossuet, Peter Allix e, nell’ambito più ristretto della nascente storiografia valdese, di Jean Paul Perrin. La storia dei valdesi non è solo la storia della documentazione che li riguarda, ma anche degli uomini che, conservandola, la salvarono e la pubblicarono con finalità polemistiche. Nel delicato crinale tra storia della cultura, della conservazione e trasmissione dei documenti e dell’editoria emerge la peculiarità del “caso” valdese caratterizzato da processi giudiziario-inquisitoriali e da testi religioso-letterari: un “caso” solo latamente paragonabile a quello dei lollardi inglesi, da anni oggetto di accurate indagini da parte di Anne Hudson; assai più diretta è l’influenza degli studi sui catari, confluiti nei volumi curati da Monique Zerner in cui è analizzato il tema documentazione/erudizione, in particolar modo la possibile creazione erudita di documenti falsi che deviano la traiettoria della ricostruzione storica.