«Quella manchevole innocenzia». Sulla censura di una stampa raffigurante Angelica e Medoro
Tra i soggetti più raffigurati dai pittori di ogni epoca compaiono certamente Angelica e Medoro, i celebri amanti dell’Orlando Furioso; un soggetto iconografico di vasta fortuna, proposto da numerosi artisti sin dai primi anni del ‘500. Angelica, figlia del re del Catai, è amata da numerosi cavalieri cristiani, ma diviene l’amante e poi la sposa del saraceno Medoro, al servizio del condottiero Dardinello. La relazione tra i giovani amanti è raffigurata in diversi momenti, da quando Angelica trova Medoro ferito dopo la battaglia, e lo cura grazie alle proprietà di un’erba (il dittamo), fino allo sbocciare dell’amore tra i due, ritratti mentre incidono i loro nomi sulla corteccia di un albero. Tra gli artisti principali che si cimentarono nell’opera figurano certamente Giambattista e Domenico Tiepolo, che realizzarono imponenti cicli pittorici all’interno di Villa Valmarana, nei pressi di Vicenza, dedicando una stanza all’Orlando Furioso, e in particolare proprio all’incontro tra la giovane principessa cristiana e il cavaliere moro. Anche la stagione neoclassica conobbe artisti interessati al soggetto, tra cui il pistoiese Teodoro Matteini. Romano d’adozione, formatosi all’Accademia del nudo del Campidoglio, aveva presto ottenuto importanti riconoscimenti e incarichi prestigiosi, aiutato anche dall’amicizia con Antonio Canova e Angelica Kauffman. Il dipinto Angelica e Medoro, realizzato nel 1786, aveva ottenuto un tale consenso da convincere lord Bristol Frederick Augustus Hervey, vescovo di Derry, attraverso il suo agente Alexander Day, miniatore e collezionista scozzese, a commissionare allo stesso Matteini l’esecuzione del disegno da cui trarne un’incisione. Alexander Day aveva poi incaricato Raffello Morghen, uno degli artisti più noti e prestigiosi dell’epoca, della realizzazione delle incisioni nel 1795, diffuse poi in tutta Europa. Il dipinto, esposto inizialmente a Villa Medici a Roma e poi subito destinato al mercato privato, era stato ampiamente apprezzato dalla critica, e simile successo avevano ricevuto le stampe di Morghen, considerata la diffusione di cui si è detto. Negli anni successivi, la fortuna del soggetto non sarebbe venuta meno; un altro prestigioso incisore romano, Giovanni Folo, realizzò un’incisione a partire dal dipinto di Teodoro Matteini, assai simile a quella realizzata da Morghen. In entrambe si rintraccia una morbida sensualità, un languore amoroso reso ancor più coinvolgente alcuni anni più tardi dallo scultore Gaetano Matteo Monti, che nel 1842 realizzò il gruppo scultoreo su commissione dell’avvocato Pietro Bartolomeo Repossi, ceduto poi nel 1854 alla fondazione da lui stesso creata. Certamente nella stampa di Morghen si ravvisa la medesima tensione emotiva, resa tale sia dall’abilità tecnica dell’incisore, sia dal provocante originale di Teodoro Matteini. Tuttavia, non tutte le critiche erano state parimenti benevole, e in particolare si trova notizia di una severa censura della stampa presso l’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede.
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