Tradimenti, dissimulazioni e anticlericalismo. Il dossier sulle espulsioni dei membri del Sant’Uffizio all’indomani della seconda Repubblica romana
The object of this essay consists in the historical contextualization of a source kept in the Archive of the Congregation of the Doctrine for the Faith: the Dossier of the Censorship Commission to expel the members of the Holy Office who had taken part in the Second Roman Republic. Forty-six people were examined to verify their involvement in the revolutionary actions of the previous months. The source presents peculiarities such as to be able to shed new light on the "concrete" perception of the Holy Office in the aftermath of the Restoration: a photograph of the paradigms and weaknesses of many of the individuals of the time who found themselves, in a few months, on one side another of the barricades.
Le vicissitudini che stravolsero la Roma papale nel corso della rivoluzione repubblicana del 1849 sono ormai note, così come è stata ben ricostruita la controversia che ruotò attorno al peso del Sant’Uffizio nello scenario culturale del tempo. Le aspre polemiche che avevano storicamente coinvolto l’Inquisizione romana, fra quanti ne enfatizzavano la portata repressiva e quelli che ne giustificavano l’esistenza – e la persistenza – in virtù di un imprescindibile disciplinamento confessionale e morale della società, trovarono nuova linfa vitale proprio a ridosso dell’esperienza rivoluzionaria. In un denso saggio su tale rinnovato scontro, Andrea Cicerchia offre un quadro molto articolato del clima che si stava respirando in quel periodo:
Ciò che avvenne a Roma in quei primi mesi del 1849 fu certamente uno scontro politico fra una vecchia e una nuova organizzazione governativa. Ma fu anche il rinnovarsi dell’antica e sempre presente opposizione ideologica sull’Inquisizione. Ad essere coinvolte non furono solo due trincee contrapposte: quelli che sostenevano ancora l’utilità e la necessità del potere inquisitoriale e quella dei fautori della libertà di coscienza del popolo, del liberalismo, della democrazia. In quegli anni, anche il mondo cattolico cominciava a interrogarsi e a dividersi in materia di revisione di alcuni atteggiamenti della Chiesa.
Lo spunto per una nuova riflessione sulla sgradita presenza dell’Inquisizione romana nel contesto italiano si era palesato in occasione della presa del palazzo del Sant’Uffizio da parte delle milizie civili nel febbraio del 1849, con la conseguente espulsione degli unici membri ancora presenti nella struttura: il commissario generale, padre Tommaso Giacinto Cipolletti, il secondo compagno, padre Giacinto Vaschetti, e i frati Domenico Antonio Giannini, Pio Morgantini e Giovanni Carosi. Personaggi che torneranno protagonisti “occulti” nel corso di questa disamina. Il 22 febbraio del 1849, Vittorio Pascoli, direttore generale di Polizia, aveva impartito l’ordine ai domenicani di lasciare il palazzo e di recarsi presso il convento di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Il successivo decreto di soppressione del Sant’Uffizio, datato 28 febbraio dello stesso anno, rappresentò l’epilogo di un largo e condiviso sentimento di ostilità del popolo romano nei confronti di quel tribunale supremo. Un’ostilità comprovata dalle preoccupazioni dello stesso pontefice, Pio IX, nei mesi che precedettero i moti rivoluzionari e l’instaurazione della Repubblica. Un aspetto, infatti, che contraddistinse le sommosse di quel periodo fu la massiccia partecipazione della popolazione, compreso parte del clero. In una recente ricerca, Jacopo De Santis ha voluto indagare la componente “religiosa” dell’esperienza repubblicana del 1849, intento palesato fin dal titolo del volume: Tra altari e barricate. Come punto di partenza, l’autore ha analizzato il consistente coinvolgimento dei consacrati nell’apparato amministrativo dello Stato pontificio.
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