Delazione, clientelismo e violenza sociale. Note ai margini del volume La società dell’Inquisizione. Uomini, tribunali e pratiche del Sant’Uffizio romano di Dennj Solera (Carocci, 2021)

La sala consiliare del convento di San Domenico di Bologna venne decorata da Girolamo Bonino da Ancona verso la seconda metà del XVII secolo. In essa spicca per imponenza e bellezza un affresco raffigurante un cane bianco, simbolo dei domenicani (Domini Canis), che vigila su un piccolo gregge di pecore, indifferente alla tentazione rappresentata dalla lepre che fugge e risoluto nel fronteggiare il demonio, raffigurato da un leone. Sopra la palma che domina la scena dell’affresco si legge la scritta: «nec spe nec metu» (nessuna speranza, nessuna paura); nessuna speranza che l’inquisitore possa cedere alla tentazione e nessun timore di dover combattere il male. L’immagine “forte” raffigurata da Girolamo Bonino, in un luogo estremamente simbolico degli ambienti inquisitoriali, ossia la sala consiliare dove si leggevano le sentenze, offre il metro di come l’Inquisizione intendeva autorappresentarsi nella società del tempo. Eppure, quell’immagine sintesi di virtù religiose non corrispondeva fedelmente alla realtà.

Chi era veramente il cane pastore? Ma, soprattutto, che ruolo svolgeva il gregge di pecore nella società inquisitoriale? La panoramica proposta da Dennj Solera nel volume La società dell’Inquisizione, può offrire alcune risposte a questi interrogativi. Il libro, concepito per un’ampia divulgazione, si colloca sulla scia dei più o meno recenti studi che hanno spostato l’attenzione sulla dimensione socioeconomica dei tribunali di fede italiani. Si può affermare che a tracciare la strada fu un precoce saggio di Adriano Prosperi, Il “budget” di un inquisitore: Ferrara 1567-1572 («Schifanoia»,2, 1986, pp. 31-40) che per la prima volta pose l’enfasi sull’importanza della dimensione “monetaria” del Sant’Uffizio, seguito, dopo qualche anno, da alcuni lavori sulle confische, fino all’imponente monografia di Germano Maifreda, I denari dell’inquisitore. Affari e giustizia di fede nell’Italia moderna (Torino, Einaudi, 2014). Dennj Solera continua, per certi versi, su questa scia, ma propone una visione di più ampio respiro sul funzionamento dei tribunali di fede e maggiormente dettagliata delle numerose funzioni dei propri affiliati. La ricerca si focalizza, infatti, sulle diverse figure – istituzionali e non – che ruotavano attorno ai tribunali di fede dell’Italia moderna, con particolare attenzione alla dimensione materiale e concreta delle procedure. Il volume è suddiviso in tre parti principali; la prima è incentrata sul personale “specifico” del tribunale inquisitoriale, che va da quello più noto come il padre inquisitore alle figure meno studiate, tipo il notaio, il fiscale o il mandatario del Sant’Uffizio. Le restanti parti sono invece dedicate a due categorie afferenti ai tribunali di fede: i “professionisti” che, in virtù di determinate competenze o per status sociale, prestavano il proprio servizio all’Inquisizione e la vasta gamma di “collaboratori” che a vario titolo operavano per ottimizzare – in teoria – la macchina della “giustizia”. Queste due categorie rendevano il personale afferente all’Inquisizione morfologicamente variegato e di grande consistenza numerica, una specie di popolazione inquisitoriale “parallela”. «Dai docenti agli analfabeti, dai nobili ai popolani, dai giuristi più fini ai contadini e ai vinai, migliaia furono coloro che decisero di collaborare con l’Inquisizione nei modi più vari» (p. 226). Senza contare – come sottolinea Solera – la fitta mole di servitori, detti famuli, che assistevano i familiares, ossia gli aristocratici al servizio del Sant’Uffizio. I famuli erano espressione del ceto più basso della societas inquisitoriale; si contraddistinguevano per i comportamenti violenti e la propensione al crimine. Un elemento chiave teneva insieme l’intero universo del personale afferente all’Inquisizione romana, uno strumento imbarazzane quanto funzionale, che Dennj Solera analizza nelle differenti declinazioni secondo i diversi tipi di collaborazione: la patente del Sant’Uffizio e tutti i privilegi ad essa connessi. Non si può comprendere l’operato dell’Inquisizione romana senza tener conto del ruolo che ebbero i patentati del Sant’Uffizio nella società e, soprattutto, nella cultura del tempo, ma torneremo su questo punto.
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