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Luigi Mascilli Migliorini, L’ultima stanza di Napoleone. Memorie di Sant’Elena (Salerno Editrice, 2021)

Tra la sconfitta e la disfatta sussiste un sottile ma decisivo confine semantico. Lungo quel confine corre il filo del racconto di questo libro di Luigi Mascilli Migliorini. Esso narra l’ultimo lustro di vita di Napoleone Bonaparte nella remota isola di Sant’Elena e restituisce, in una prosa accattivante, il ritratto di un uomo sconfitto che non si arrende. Di una coscienza gravata dalla sofferenza imposta dal destino che non si rassegna. Di un esiliato che non vive la sua fine come un naufrago della storia.

Dopo la magistrale biografia, pubblicata anch’essa da Salerno Editrice vent’anni fa e giunta, con progressive revisioni, nel novembre scorso, alla sua quarta edizione, l’autore si confronta ancora con una figura nella quale la storia e il mito sono, da oltre due secoli, inscindibilmente saldati.

Nella trattazione della fase conclusiva della vita di Napoleone, Mascilli Migliorini non si cimenta però in un’analisi complessiva della sterminata memorialistica su quegli anni. Non si sobbarca l’onere di un discorso generale sulla memoria – meglio – sulle memorie, in un meticoloso discernimento sull’enorme accumulo di testimonianze, di ricordi, di scritture che l’esilio atlantico dell’Imperatore ha sedimentato nelle biblioteche di mezzo mondo. E questo non perché l’operazione non sia storiograficamente legittima o promettente o impossibile da realizzare per le conoscenze, le competenze o la passione di uno studioso del suo calibro. Ma perché l’obiettivo di una simile indagine rischierebbe di contraddire un’intuizione sulla quale i suoi studi appaiono incardinati: che cioè rincorrere una risposta scientificamente inequivocabile alla domanda su chi sia stato il «vero» Napoleone è un esercizio illusorio dinanzi a una memorialistica talmente fluviale. E sterile sotto il profilo stesso della storiografia, che rifugge sempre l’ambizione di ricercare una presunta verità definitiva sui fatti. A maggior ragione questo vale per l’ultimo scorcio delle vicende di Napoleone vivente, in un microcosmo che, pur in sequenza cronologica tra il giorno dello sbarco a Sant’Elena, il 15 ottobre 1815, al tardo pomeriggio del fatidico 5 maggio 1821, l’autore lumeggia non indugiando in una cronaca dei fatti e degli incontri, ma grazie a immagini e suggestioni spigolate con acume dalle tantissime fonti.

Nel racconto delle giornate solitarie di Longwood House rivive così non già «un» Napoleone. Neppure il «vero» Napoleone. Ma un «altro» Napoleone. «Altro» sia rispetto al formidabile condottiero immortalato a cavallo su un valico alpino o intronizzato nelle sontuose vesti imperiali. «Altro» rispetto allo stratega che divora il presente nella bulimia dell’azione. «Altro» soprattutto perché, nel progressivo itinerario che lo conduce dall’iniziale ricerca delle illusioni di una giovinezza perduta all’amaro, prolungato stillicidio delle volontà testamentarie dettate negli ultimi giorni, Napoleone si riscopre lentamente come un uomo che sperimenta, medita, elabora una personalissima coscienza del significato della propria sconfitta. Proprio attraverso questa sofferta meditazione interiore, egli consegue finalmente la consapevolezza del suo posto nella storia. E proprio per questo motivo egli è in grado di resistere al tempo, consegnando alle generazioni future – e, in esse, agli studiosi di storia – un messaggio di irresistibile fascino.

Nell’ultima stanza egli combatte così la battaglia più importante della vita, quella contro l’oblio, impugnando la bandiera della memoria. L’aveva promesso, del resto, al momento dell’addio a Fontainebleau, nel discorso rivolto ai soldati che gli erano rimasti fedeli nel «cammino della gloria»: avrebbe raccontato le loro gesta. Così pure Emmanuel Las Cases, nelle interminabili giornate in rotta verso la sperduta e nebbiosa isola dell’esilio, gli aveva rammentato che non tutto sarebbe finito se il loro eroe si fosse impegnato a immortalarle, quelle gesta, nella memoria. La realizzazione di questa promessa e di questo impegno si svolse da allora in avanti su molteplici livelli.

C’è anzitutto l’avversione per un mondo che, ostinandosi a trattarlo come un qualsiasi generale, presume di poter archiviare tutto quanto avvenuto dopo il controverso colpo di stato del brumaio 1799 relegandone il protagonista tra le impervie rocce di Sant’Elena. Contro questa presunzione Napoleone avverte il dovere di raccontare, di fissare ciò che è accaduto. Il memoriale è perciò, prima di tutto, una spiegazione chiara – chiara pure, finalmente, al fautore – di ciò che è stato fatto e di ciò che si sarebbe dovuto o potuto fare. È un grido a non dimenticare la rivoluzione che giunge alle orecchie dei contemporanei e a quelle degli storici che ancora oggi discutono se, come e quando sia finita la rivoluzione francese. Se Napoleone l’abbia condotta alla maggiore età, l’abbia ammazzata in giovinezza o ne abbia accelerato l’irreversibile agonia. Invece da Sant’Elena egli spiegava e spiega cosa egli in prima persona fece per farla, semplicemente, continuare a essere. E non a caso le generazioni dell’Ottocento che crederanno e si immoleranno per perpetuare i valori della rivoluzione riannoderanno il gomitolo della loro storia a queste memorie e generazioni di storici saranno obbligati a cucire con quello le loro considerazioni.

C’è nondimeno un’altra forza che agisce dentro questa ricostruzione della memoria: la forza del presente. Specialmente nei diciotto mesi che precedono la partenza di Las Cases, il passato non si fissa sulla carta come lettera morta, non ha la freddezza del mero dettato. Impasta l’inchiostro con il presente. Vi si mescolano le meschinità quotidiane di una carcerazione a cielo aperto, le rivalità e le invidie di una piccola, a tratti ridicola corte, nella quale ognuno ambisce a ritagliarsi uno spazio, le pie illusioni di impossibili ritorni. Il ricordo delle glorie dei giorni passati e il racconto delle modeste vittorie sullo straziante vuoto dei giorni presenti consumano a Sant’Elena un quotidiano amplesso. Questo modella e ricama le memorie come un tessuto estremamente complesso, fatto di aneddoti, di leggende, di immagini. Le rende al tempo stesso palpitanti di vita e in grado di vincere le nebbie di una monotona routine tropicale e quelle ben più fitte di una temibile e temuta condanna all’oblio.

Ancora, è la volontà di partecipare con questa narrazione alla discussione politica dell’Europa del proprio tempo che motiva Napoleone a tentar di cambiare in qualche modo l’equilibrio geopolitico che al congresso di Vienna ha preteso di congelare la storia. Napoleone comprende però subito che questa battaglia egli non riuscirà a vincerla nel presente. Che quell’equilibrio, lui vivente, non sarà minimamente scalfito. Ma sa anche che saranno i posteri a combatterla, se non nel suo nome certamente nel nome dei valori della rivoluzione che la Francia, non nonostante ma in virtù delle sue vittorie, ha irradiato in Europa, che sono condensati nei codici a lui intestati, che segneranno il cammino dei popoli. C’è dunque anche la percezione di una possibile, procrastinata e paradossale vendetta in contumacia nelle giornate di Sant’Elena.

Non va poi dimenticato come Napoleone non consegni queste memorie ai posteri da canuto e senescente eroe. Lo fa giunto alla soglia dei cinquant’anni, che pochi non sono, ma comunque non nella vecchiaia. Anche questo contribuisce a preservare la sua immagine dalla consumazione del tempo, a perpetuarne il fascino, a fare della sua lotta prometeica l’ultimo azzardo di una vita che non ha conosciuto le lusinghe, l’indolenza o, peggio, il livore della senilità.

Tutto questo si intreccia dunque nei giorni ripercorsi da Mascilli Migliorini e nei quali Napoleone consegue la sua più brillante e duratura vittoria. Sconfitto, non si arrende, non si consegna, non si piega. Gli apparenti corto circuiti che scandiscono quei giorni di solitudine sono metafora di un’indole e di un approccio ai rovesci della sorte. La tenacia sui campi di Austerlitz o Marengo non è forse la stessa con la quale egli realizza un improbabile giardino attorno al suo fortino, in tenzone con il clima bizzoso dei tropici? L’animo non resta forse lo stesso sotto un altro cielo, un’uniforme di cotone, un cappello di paglia? E cosa insegna questo alle generazioni che si apprestano a impugnare la fiaccola dei principi rivoluzionari e a incendiare, con essi, l’Europa?

Primo: a non fuggire dalla realtà. Napoleone si confronta con l’ipotesi del suicidio. O meglio con l’idea peculiare che del suicidio egli ha conosciuto nelle amate letture dei classici antichi, a cominciare dal diletto Plutarco: la sottrazione dell’essere umano ad un tempo che non ne merita e non ne capisce le ragioni. Ma questo per lui non vale. Vale piuttosto un altro teorema che Napoleone ha modo di verificare ripensando a tutta la sua storia personale nell’inquieto ruminare della fine: il futuro si precorre, dal presente non si fugge, il passato si sopporta.

Secondo: alle future generazioni, che egli non conosce ma al cospetto delle quali, costruendo la propria memoria, pare idealmente ergersi, egli non intende consegnare un monumento celebrativo, un atlante delle sue imprese, un repertorio ben compaginato di avventure ma una buona ragione per continuare a credere che la rivoluzione e i suoi ideali non sono passati invano.

Terzo: anche nella sconfitta può esservi gloria. Questo capiranno le generazioni europee per le quali la storia, di lì a poco, ha in serbo una lunga stagione di sconfitte e alle quali sarà ordinato più volte di arrendersi, di abbassare il capo di fronte alle ragioni di un passato che in troppi pretendono immutabile. Sarà allora che l’eroismo napoleonico sprigionerà i suoi effetti di lungo periodo, ridestando il fuoco dalle braci di ideali illusoriamente seppelliti dalle ceneri della Restaurazione.

In uno spazio che irreversibilmente si restringe, sino al letto di morte, il tempo di Sant’Elena si è dilata oltre l’imbrunire del 5 maggio. Dalla rilettura del passato, alla scoperta del presente si protende nell’avvenire. Proprio per questo, continuando a lungo a cercare e a trovare profonda consonanza nella coscienza europea, la memoria vivente che in quell’isola Napoleone seppe costruire, mettendo se stesso al cospetto della storia senza più infingimenti, giunge intatta sino a noi. Dopo due secoli inquieta, affascina e conquista.