Esporre la schiavitù. Osservazioni a margine del libro di Marina Caffiero “Gli schiavi del papa. Conversioni e libertà dei musulmani a Roma in età moderna”
Il tema della presenza musulmana nella storia d’Italia, tanto affascinante quanto intricato, viene spesso fatto oggetto nel discorso pubblico italiano di riduzioni e semplificazioni, in alcuni casi tinte di islamofobia, specialmente alla luce di una presenza ai nostri giorni di una comunità di musulmani crescente, sebbene ancora minoritaria. Non sono peraltro mancati negli ultimi anni studi rigorosi, che hanno contribuito a modificare, rivalutare, e precisare le nostre conoscenze al riguardo.
Tra i versanti curiosamente meno esplorati in questo campo, la presenza musulmana a Roma in età moderna è il principale oggetto del volume di Marina Caffiero qui in discussione, diviso in trenta agili capitoli, corredato da un ricco apparato iconografico che va da Rubens a Guido Reni. Nell’appendice documentaria, a cura di Micol Ferrara, si pubblica per la prima volta, e integralmente, il Libro dei turchi, documento custodito nell’Archivio Storico del Vicariato di Roma, presso la Città del Vaticano, tra le carte della Pia Casa dei catecumeni e neofiti.
Con l’eccezione di due casi di «pagani idolatri», il Libro dei turchi contiene le storie di 108 musulmani, in gran parte schiavi, tra cui anche quattro donne, ospiti della Pia Casa dei catecumeni tra il 1759 e il 1802, dunque negli ultimi decenni di storia dell’istituto. Il documento è vergato integralmente in lingua italiana dal rettore della Casa Francesco Rovira Bonet (1725-1802). Egli stesso, un ebreo convertito proveniente da Perpignan, fu una figura di interesse primario nella storia delle conversioni oltre che, com’è noto, dell’antiebraismo alla fine del Settecento.
Per schiavi «del papa» si intende schiavi di proprietà dello Stato della Chiesa, che venivano per lo più impiegati nelle galere pontificie o in mansioni affini, come per esempio al porto di Civitavecchia, o, come nel caso di un uomo dipinto nel 1613 da Guido Reni, a Roma presso la dogana del porto di Ripa Grande. Il Libro dei turchi qui edito è una nuova fonte su di loro, che va ad affiancarsi ai libri di battesimo della Casa dei catecumeni, già trascritti e pubblicati alla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo, e che ad essi va necessariamente incrociata per almeno due motivi.
In primo luogo, non tutti coloro che passavano per la Casa dei catecumeni venivano effettivamente battezzati: è evidente, dunque, che i libri di battesimo illuminano solo in parte il problema della presenza musulmana a Roma. Senza contare poi i battesimi di convertiti che potremmo piuttosto trovare nei registri parrocchiali: un filone di ricerca evidentemente ancora aperto. Secondariamente, per quanto l’autrice ci ricordi, con Umberto Eco, della fondamentale importanza storica delle liste, il Libro dei turchi non è una mera lista di nomi, ma ci fornisce spesso informazioni biografiche sulla vita degli schiavi più complete rispetto a quelle contenute nei libri di battesimo. Ciò pone inevitabilmente il lettore di fronte a una serie di situazioni, parole e immagini di forte impatto per la sensibilità contemporanea, che questo lavoro espone, studia e discute in uno spazio libero il più possibile da pregiudizi, come può e deve avvenire nella ricerca accademica. Si tratta infatti di notizie ineludibili per chiunque voglia affrontare la storia dello schiavismo e della presenza di musulmani in Italia senza trascurare un approccio che tenga conto delle relative interconnessioni culturali, religiose, etniche, nonché della vicenda biografica concreta degli attori coinvolti.
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