Residuo della tradizione o laboratorio di sperimentazione? Congregazioni religiose e gestione delle carceri femminili italiane nel lungo Ottocento
Su una seggiola, al di sopra della quale è un Crocifisso, una suora è seduta; davanti a lei e disposte su due linee, le prigioniere compiono il lavoro che è loro imposto; e, poiché il lavoro ad ago domina quasi esclusivamente, ne risulta che il più rigoroso silenzio è mantenuto costantemente […]. Sembra che in quelle sale tutto respiri la penitenza e l’espiazione. Ci si riporta, come per un moto spontaneo, ai tempi delle venerabili abitudini di questa antica dimora; ci si ricorda di quelle penitenti volontarie che vi si rinchiudevano per dare addio al mondo.
Questa descrizione dell’atelier femminile posto all’interno della prigione di Clairvaux, tratta da una pagina di Sorvegliare e punire di Michel Foucault, ci restituisce l’immagine cristallizzata di una prigione-convento femminile dell’Ottocento, immutabile riproposizione di una pratica reclusoria, quella dei conservatori femminili, che affondava le sue radici nei secoli dell’Antico Regime e rimandava a pratiche sociali caratterizzate da una pressoché totale compenetrazione tra esigenze di tipo propriamente assistenziale e preoccupazioni costanti, ossessive, di ordine morale: disciplinamento dei comportamenti, prevenzione e punizione della devianza.
A influenzare pesantemente la prospettiva dell’opinione pubblica su questo tipo di istituzioni tuttavia, più che l’autorevolezza delle posizioni foucaultiane, è stato il riemergere di una vicenda fino ad allora poco considerata, quella delle cosiddette Magdalen Laundries, istituti di ricovero e di lavoro coatto con funzioni di rieducazione e talvolta anche penali, aperti tra la metà del Settecento gli anni Novanta del Novecento in vari Paesi – soprattutto Regno Unito e Irlanda, ma anche Canada, Stati Uniti e Australia – e gestiti negli Stati di tradizione cattolica da congregazioni religiose femminili. Nel 1993 la scoperta di una fossa comune contenente i corpi di oltre cento donne morte tra il 1858 e il 1984 nell’High Park Magdalen Asylum di Dublino, una struttura gestita dalla congregazione delle suore di Nostra Signora della Carità, ha dato inizio a un processo di ricostruzione della memoria collettiva che ha squarciato il velo dell’oblio che aveva avvolto, con il complice silenzio delle autorità statali e di quelle ecclesiastiche, decenni di sfruttamento economico e di violenza psicologica, fisica e sessuale, gettando discredito sulla chiesa d’Irlanda. Un ruolo fondamentale nel divulgare la vicenda fin nei suoi aspetti più raccapriccianti, a dispetto delle proteste talora vibranti levatesi da taluni ambienti della cultura cattolica, deve essere attribuito al film di Peter Mullen The Magdalene Sisters (2002), basato sulle numerosissime testimonianze di ex internate di queste strutture precedentemente raccolte per la realizzazione di inchieste giornalistiche e documentari, che ha finito presto per fare autorità sul tema.
Neppure la storiografia recente sembra essere rimasta sempre indifferente all’impressione suscitata dalla presa di coscienza degli abusi sistematicamente perpetrati all’interno di queste strutture e all’inevitabile addensarsi dell’ombra del sospetto su tutte le istituzioni ad esse assimilabili, rafforzando ulteriormente un paradigma interpretativo segnato, in maniera più o meno cosciente, da un pregiudizio negativo non sempre messo in discussione o sottoposto a contestualizzazione.
Spostando lo sguardo sulla riflessione relativa al sistema penitenziario dell’Italia post-unitaria, anche in ricostruzioni innovative sotto diversi aspetti e senz’altro ammirevoli per lo sforzo e la lucidità di sintesi, come quelle proposte da Mary Gibson negli ultimi anni, tutta l’esperienza messa in campo nel lungo Ottocento dalle religiose operanti nelle carceri della Penisola è liquidata lapidariamente come mera riproduzione di un «traditional approach to female reform reduced to religious conversion and sexual purification», che, non adeguando il trattamento carcerario ai “principi secolari” enunciati dalle riforme carcerarie del secondo Ottocento, abbandonava le detenute al loro stato di subalternità socioculturale, tanto che «when released from prison, often illitterated and unskilled, women were not preparated to take part in Italy’s modernizing economy».
Tuttavia, era davvero così statico e indifferenziato il modello di reclusione che si era andato affermando nel mondo cattolico nel corso dell’Ottocento? Davvero le congregazioni femminili di vita attiva, i nuovi soggetti istituzionali chiamati ad impegnarsi negli stabilimenti penitenziari europei, erano di fatto – a dispetto delle radicali novità di cui erano portatrici sul piano delle forme della vita consacrata e della capacità di impatto sociale della loro azione – soltanto scialbi e lontani epigoni di quelle istituzioni caritatevoli che in Antico Regime si erano occupati per secoli di disciplinare le esistenze peccaminose o quanto meno “a rischio” di repentite, malmaritate, vedove e fanciulle “pericolanti”?
Innegabilmente, le prigioni femminili erano rimaste lungo tutto l’Ottocento in una posizione marginale rispetto a quelle maschili. Queste infatti erano state sottoposte da parte delle autorità statali a un processo, per quanto lento e incerto, di adeguamento della prassi e delle infrastrutture alle suggestioni provenienti dall’evoluzione della dottrina penitenziaria, sempre più teoricamente improntata con l’approssimarsi della fine del secolo a un’impostazione scientifica e “positivista”. L’origine di questo ritardo deve essere individuata, in primo luogo, nella scarsissima propensione delle autorità statali competenti – certo non solo italiane – a dedicare attenzione e risorse finanziarie alle detenute, considerate un problema secondario sia per l’entità numerica relativamente esigua delle donne colpite da condanna penale, sia per la loro presunta ridotta pericolosità sociale. Si trattava di un approccio alla questione sostenuto non soltanto da una più che consolidata impostazione della teoria e della prassi giuridica, ma anche dalla coeva riflessione internazionale sulla «donna delinquente». Una riflessione, questa, che giungeva sullo scorcio del secolo ad attribuire una veste pseudo-scientifica, anche sul piano delle attitudini criminali, al pregiudizio più che millenario circa l’inferiorità biologica femminile.
Tuttavia, in questo tipo di lettura storiografica, la principale anomalia del sistema penitenziario femminile italiano dell’epoca è individuata proprio nella «struttura amministrativa particolare degli istituti penali per le donne», che a differenza delle carceri maschili, «dirette da amministratori laici dipendenti dalla Direzione Generale delle Carceri del Ministero dell’Interno» e con un personale «costituito da un Corpo di Guardia in uniforme», erano «amministrati da ordini religiosi». Sostanzialmente inadeguate dal punto di vista della formazione, gelose della propria autonomia e restie ad applicare le riforme ministeriali che si susseguivano per una radicale idiosincrasia rispetto ad un approccio scientifico al trattamento carcerario, le suore – accanto ad una amministrazione carceraria incapace di esercitare un reale controllo sul loro strapotere – sarebbero state direttamente all’origine di una «disparità della pena» che avrebbe privato le detenute, oltre che dei «diritti positivi» non riconosciuti a tutte le donne e non riducibili alla sola questione del diritto di voto (dall’educazione alla proprietà e al lavoro, dal divorzio all’autodeterminazione nella sfera sessuale e riproduttiva), anche di quei «diritti negativi» che garantivano «pene secolari e regolate da una legislazione nazionale che proteggeva i diritti dei detenuti», concessi invece agli uomini e anch’essi strettamente connessi alla cittadinanza.
Non è intenzione di chi scrive ridimensionare sul piano teorico la portata di una simile privazione nel quadro del lungo e faticoso percorso di conquista dei diritti da parte delle donne italiane; pare tuttavia di poter scorgere, in una simile impostazione del problema, alcuni rischi interpretativi.
Serra_Residuo_della_tradizione_o_laboratorio_di_sperimentazione